Cara Italia, vuoi tornare ad assumere e abbattere la disoccupazione giovanile? Il modo c’è, impara dalla Scozia

La Scozia investe 125 milioni all’anno nell’apprendistato e il 92 per cento dei suoi 25 mila apprendisti annuali trova lavoro

Con la firma del decreto che introduce l’apprendistato alle superiori, gli studenti delle classi quarte e quinte a settembre potranno finalmente iniziare a imparare “facendo”. Studiare in azienda non sarà più uno slogan, per la gioia degli alunni ma anche delle aziende. È impossibile prevedere oggi quali saranno i benefici in termini occupazionali e sociali di questa piccola rivoluzione, ma in questo senso è utile vedere cosa sta succedendo in Scozia, paese che da decenni ha spinto l’acceleratore sull’apprendistato. E che ha appena pubblicato un report governativo che sintetizza i risultati e le prospettive di questa particolare forma contrattuale.

LA SCOZIA INSEGNA. L’apprendistato moderno per i giovani di età compresa tra i 16 e 24 anni in Scozia è stato introdotto nei primi anni ’90. Ma è con la crisi che è stato potenziato, tanto che oggi si contano 70 diverse tipologie di contratti di apprendistato. E un sito fa da collettore di una simile ricchezza di offerte. Se nel 2007, prima della recessione, la disoccupazione giovanile era ferma al 12,4 per cento, nel 2011 ha raggiunto il 21,5 per cento, cioè oltre 90 mila ragazzi senza lavoro in un paese che conta quasi 5,3 milioni di abitanti. Per rispondere a questa emergenza il governo ha deciso di scommettere sullo strumento principe dell’alternanza. E come si evince dal grafico qui sotto, gli apprendistati avviati in un anno sono passati dai 10.600 del 2008/2009 ai 25.700 dell’anno passato. L’obiettivo è quello di non scendere sotto i 25 mila anche per gli anni a venire.

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LE CIFRE. Come riportato ancora nel grafico, le risorse destinate dal governo di Edimburgo a sostegno dell’apprendistato sono aumentate del 24 per cento negli ultimi cinque anni, passando da poco più di 60 milioni di sterline (100 milioni di euro) del 2008/2009 a 75 milioni di sterline (125 milioni di euro) dell’anno passato. E non diminuiranno. L’Italia invece, che ha più di 60 milioni di abitanti e 2,4 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, nel 2012 ha speso 161 milioni di euro per finanziare l’apprendistato (meno 15,8 per cento rispetto al 2011), ma ne ha destinati solo 11 all’apprendistato di primo livello, ovvero quello rivolto ai giovani tra i 16 e i 24 anni.
Questo tipo di apprendistato, oltretutto, nel biennio 2012-2013 ha coinvolto appena 2.116 persone su un totale di 469 mila apprendisti, 1.886 delle quali però sono in provincia di Bolzano, vero e proprio paradiso del sistema duale sul modello tedesco. Gli altri si trovano in Lombardia (96), in Piemonte (75) e Veneto (59).

SCOMMETTERE SUI (VERI) GIOVANI. Che l’apprendistato sia utile soprattutto per i giovani in età compresa tra i 16 e i 24 anni, che si stanno formando tra scuola e azienda, lo dimostrano le scelte compiute dalla Scozia, come mette in evidenza questo secondo grafico:

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In Scozia, infatti, dei 25 mila apprendistati avviati nel 2012/2013 il 67 per cento ha coinvolto ragazzi in età compresa tra i 16 e i  24 anni. Uno su due riguarda ragazzi di età compresa tra 16 e 19 anni (12.719); il restante 50 per cento è suddiviso tra un 27 per cento di ragazzi tra i 20 e i 24 anni (6.962) e un 23 per cento di età superiore ai 25 (6.010). Una situazione ben diversa da quella italiana, dove l’apprendistato è finora stato visto come la modalità di incentivare l’assunzione degli under 29 senza un impiego, che si trovano però già espulsi dal percorso di formazione e che dovrebbero aspirare a ben altro tipo di contratto.

L’IMPIEGO CRESCE. La Scozia dimostra poi che l’apprendistato funziona: non solo il 92 per cento dei giovani apprendisti trova un impiego (il 70 per cento presso lo stesso datore di lavoro) ma le percentuali di conversione del contratto di apprendistato in un vero e proprio contratto di lavoro sono altissime nei settori chiave dell’economia. Addirittura, come mette in luce il terzo grafico qui sotto, nel campo dell’edilizia (dove nel 2012/2013 sono stati avviati 3.357 apprendistati), dell’ingegneria (1.429) e dei trasporti e della logistica (1.844) le percentuali di conversione sono superiori al 100 per cento: per ogni apprendista cioè si crea più di un posto di lavoro. Gli apprendistati, inoltre, hanno molto successo come contratti anche nei settori dell’Hospitality (3.230), del Business and administration (2.062), delle vendite (2.013), della sanità (1.668), del cibo (1.212) dei servizi per l’infanzia (1.139).

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TORNIAMO AD ASSUMERE I GIOVANI. Appurato il successo dell’apprendistato, la Scozia sta già pensando a rafforzarlo per provare a ridurre del 40 per cento la disoccupazione giovanile. Per farlo ha affidato il compito di formulare delle proposte a una commissione indipendente dal governo, istituita nel gennaio 2013 e capitanata da Ian Wood, uomo d’affari, noto Oltremanica per la sua lunga esperienza nell’azienda petrolifera North Sea, che estrae idrocarburi dal Mar del Nord. Dopo aver consultato le scuole e le imprese di tutta Scozia, Wood ha formulato un report contenente alcune linee guida e suggerimenti.
«Non stiamo preparando adeguatamente i nostri giovani al mondo del lavoro», ha dichiarato alla Bbc. «Dovrebbe esserci ancora più attenzione nel fornire loro quelle competenze e abilità, mediante percorsi di formazione professionale, che potrebbero condurli direttamente verso opportunità concrete di lavoro». Il problema principale, secondo Wood, è che «abbiamo perso l’abitudine» di assumere i giovani. «Bisogna, invece, tornare a costruire ponti tra il mondo della scuola e del college e quello del business e dell’industria». Per esempio, «aiutando le scuole a stipulare partnership durature con l’imprenditoria locale, che prevedano anche la possibilità di far svolgere esperienze di lavoro agli studenti». Un concetto ribadito anche da Mary Scanlon, portavoce del partito conservatore sulle tematiche legate all’educazione: «Per troppo tempo abbiamo trascurato la formazione professionale. Dobbiamo abbandonare quest’idea secondo cui l’unica strada per acquisire competenze e rendersi occupabili è l’università». Ci sono altre strade ugualmente dignitose. E la Scozia lo dimostra.