A tre metri dal crocefisso (che sia così, mi chiedo, che bisogna pregare?)

Quando arriva una donna con i capelli grigi ma ancora forte, e massiccia. Lei non si accosta come gli altri, a capo chino. Ferma e diritta, lo guarda; con sul volto una espressione grave e fiera. Come una che ricordi a Dio: tu, lo sai, hai promesso

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Roma. Una chiesa al quartiere Prati, una sera di giugno. Appena oltre il portone, sulla parete destra, c’è un crocefisso di legno. Molti di quelli che escono da Messa si avvicinano, guardano al volto di Cristo, ne accarezzano i piedi trafitti. Tante carezze nel tempo hanno corroso i piedi di legno, che ora sono ricoperti d’oro. Io osservo, da un angolo accanto a una colonna.

La Messa è finita, la chiesa è quasi vuota ormai, si spengono le luci.

Quando arriva una donna con i capelli grigi ma ancora forte, e massiccia. Lei non si accosta al crocefisso come gli altri, a capo chino. Ferma e diritta, a tre metri di distanza, lo guarda; con sul volto una espressione grave e fiera. Come una che ricordi a Dio: tu, lo sai, hai promesso.

Promesso che il marito guarisca, forse, o che un figlio che se ne è andato ritorni. Ciò che mi colpisce è lo sguardo, non di supplica, ma come di profonda e battagliera certezza.

Resta ferma la donna almeno un minuto in quel suo silenzioso apostrofare il Cristo in croce. Poi si segna e se ne va, sempre a testa alta, il passo lento e sicuro.

Che sia così, mi chiedo, che bisogna pregare? Con la totale fermezza vista in faccia a questa sconosciuta: che nemmeno per un istante pareva dubitare che Dio la possa, se lo vuole, esaudire.

Si tratta solo di ricordarglielo, a Dio, e di insistere. Si tratta solo, pazienti, certi, di aspettare.

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