A Sanremo non solo canzonette

La messa in piega di nonna Armida, il pancione della Bertè, l’ospitata di Elton John, l’eterno dibattito sui diritti. Alfonso Signorini dice la sua sul Festival

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Era l’autunno caldo, le fabbriche in sciopero e a Sanremo Celentano e Claudia Mori cantavano «chi non lavora non fa l’amore». L’Italia si divideva sul divorzio, Pannella digiunava e sempre il molleggiato e sua moglie duettavano «il vero amore è sempre unito dal cielo, nessuno in terra, anche se vuole, può separarlo mai». Il paese discuteva, e non poco, sui diritti Lgbt e protestava perché la chiesa omofoba negava l’accesso degli omosessuali ai seminari, e all’Ariston Povia si aggiudicava il secondo posto con un politicamente scorrettissimo «Luca era gay e adesso sta con lei». Era il 2009, un anno prima Anna Tatangelo aveva cantato «Dimmi che male c’è se ami un altro come te. L’amore non ha sesso… C’è chi ti guarda con disprezzo lui non sa che pure tu sei uguale a noi e che siamo figli dello stesso Dio». Due anni fa, sulle balconate, salirono gli operai di una fabbrica che stava chiudendo minacciandosi di gettarsi sul pubblico, e Fazio riuscì a calmarli leggendo un comunicato di solidarietà.

È solo qualche esempio, l’elenco potrebbe essere molto più lungo: l’Ariston non è un’isola, anzi. Ogni anno l’Italia si ferma e si guarda allo specchio. Da Pippo Baudo a Fazio (ma non possiamo dimenticare che a presentare il Festival c’è stato, nel 1999, anche un premio Nobel come Renato Dulbecco), il paese si svela. Cambiano le vallette, ma anche loro e le loro mise scoprono (è il caso di dirlo, ricordate Belen?) le sensibilità più accese degli italiani. È lì che il gossip tocca i nervi scoperti dell’Italia, e pochi come Alfonso Signorini, direttore di Chi, sanno coniugare pettegolezzo e costume, cambiamenti sociali e icone da prima pagina: perché il segreto è sempre lo stesso. Cogliere l’attimo in cui una farfallina batte un colpo d’ali nel cielo della patria: sono passati sessant’anni da quando i francesi, in barba al loro sciovinismo, ribattezzarono le generose curve femminili “lollobrigidien”, in omaggio imperituro alla nostra Gina Lollobrigida.

Signorini, lei da ragazzo guardava Sanremo?
Certamente, come tutti gli italiani. Sanremo era un appuntamento imperdibile per le famiglie come il Rischiatutto o la Messa di mezzanotte a Natale. Ricordo tutti noi riuniti in salotto, la tv accesa e nonna Armida, incantevole come il personaggio dell’Ariosto, che prendeva appuntamento dal parrucchiere il sabato per partecipare “a modo” alla serata.

C’è un’edizione che ricorda di più?
Ricordo, nel 1986, una ruggente Loredana Bertè che debuttò all’Ariston cantando Re avvolta in un succinto abito di pelle nera, borchie e con un finto pancione. Quella pancia fece parlare più di Sting, ospite dell’edizione. Oppure, nel 1978, una giovanissima Anna Oxa che interpretando Un’emozione da poco salì sul palco con un look androgino, capelli corti, make up in stile Matrix e completo maschile nero. Eccoli i miei ricordi, legati ad artisti e immagini di rottura con lo spirito più tradizionale del Festival, espresso, per capirci, da una Marcella Bella.

Sanremo è sempre Sanremo? Anche nell’era dei talent?
Sanremo ha perso sicuramente freschezza pur restando un appuntamento fisso per gli italiani, e dico tutti gli italiani: anche lo snob che si dice superiore a tutto ciò che è nazionalpopolare una scappata su Rai uno la fa sempre, vuoi per esercitare il suo diritto di critica, vuoi per afferrare qualche riflesso di quello che è diventato il Festival, uno specchio fedele dei cambiamenti della società. Certo, si tratta sempre di divertissement e costume, e l’invasività dei talent, e di tutti questi ex ragazzi di Maria De Filippi che hanno saturato la televisione, credo abbia un effetto respingente. Ma come si dice, finché la barca va…

L’Ariston e i grandi della musica che vengono da tutto il mondo: chi ricorda con più emozione?
Non mi ricordo grandi emozioni legate ad ospitate internazionali: il Festival è italiano ed è già abbastanza sgradevole che stia perdendo le sue voci più importanti. Per questo sono felicissimo di rivedere quest’anno Eros Ramazzotti e Laura Pausini: Sanremo è la loro casa, la casa degli italiani. Lo straniero che viene a farsi la sua marchetta all’album nuovo con cachet folli, pagati con i soldi dei contribuenti, francamente non mi interessa. Diciamo che ho più ricordi di siparietti imbarazzanti tra conduttore e superstar che di performances musicali straniere.

Quest’anno ci sarà Gabriel Garko, primo valletto del Festival. Ce ne era bisogno?
Non so se ci fosse bisogno di un valletto, di sicuro non abbiamo bisogno del maschilismo un po’ becero di Garko quando dice “valletto? Non raccolgo la provocazione. Chiamatemi co-conduttore”. Pensi a divertirsi e a divertirci, piuttosto.

Vedremo anche Virginia Raffaele: proprio a Chi, parlando della sua imitatrice, Belen ha detto «credo non veda l’ora di scendere le scale con quell’abito», ricordando l’edizione che rese celebre con la farfallina e che ancora rimbalza su twitter e facebook. L’“attitudine allo scandalo” di Sanremo è diventata social?
Tutto è diventato social, nessuna trasmissione può farne a meno ora. Ci sono i gruppi di ascolto, i trend topics che attestano il successo di questo o di quel format. E nascono i nuovi tormentoni, come la farfallina di Belen. Scelta infelice, lo dissi anche a lei che è una donna che sa usare il cervello: un espediente promozionale abilissimo ma che non aiuta la donna a uscire dagli stereotipi.

Sempre su questa edizione, Selvaggia Lucarelli scrive un editoriale polemico dal titolo “Sul parco dell’Ariston ci sono più icone gay che garofani”. Anche lei vede una veste, come la chiama la Lucarelli, “gay friendly”?
Ma no, io francamente non vedo un’edizione diversa. Vero è che oggi gli omosessuali sono usciti dall’ombra guadagnando spazio nella società e, va da sé, in una televisione sempre a caccia di eccessi di cui far parlare e discutere il paese. In questo senso sono contento che il dibattito non risparmi il Festival: Sanremo, così come qualsiasi programma disimpegnato come un reality o come un talk show in seconda serata, è un veicolo di discussione, ha una funzione sociale.

Sanremo infatti non è solo musica ma è spalancato al mondo e ai cambiamenti sociali. Celentano è solo un esempio, parlava di sciopero, coppie scoppiate o più belle del mondo. Ora arriva Elton John. Proprio nel momento in cui si discute di stepchild adoption. Lei come la vede?
Sulla contingenza, ripeto, sono contento che il Festival dia il suo contributo nel far progredire un dibattito sentito nel paese come è quello delle unioni civili. Quanto alla stepchild adoption mi sono già espresso: non sono favorevole all’adozione di bambini nel caso di coppie omosessuali e lo dico da omosessuale. Un bambino nasce da un papà e da una mamma: natura così vuole e così va rispettata. Non credo si faccia il bene del bambino a forzare la natura: certamente un bambino può crescere amato e felice in una coppia same sex, ma i suoi genitori resteranno delle figure sostitutive.

Lei è una persona importante nel mondo del gossip, le sue posizioni sulla famiglia (che in una puntata di “Dalla vostra parte” disse di concepire «nel senso tradizionale del termine, con madre e padre come ha deciso la natura») quali critiche attira? È mai sceso in una piazza, come quella del 23 gennaio per le unioni civili o del 30 gennaio, il family day?
Quello che dissi da Del Debbio sta rimbalzando da un sito all’altro come se fossi un detrattore delle coppie di fatto. Chiariamo le cose: vivo con il mio compagno da 14 anni, lo considero a tutti gli effetti la mia famiglia e sono assolutamente favorevole ad una legge che tuteli le unioni civili. Ritengo cioè giusto che due persone, omosessuali o eterosessuali, che hanno deciso di fare un percorso di vita insieme si battano per avere tutti i diritti, ma anche i doveri, perché questo venga riconosciuto dallo Stato. Sono invece assolutamente contrario al matrimonio, gay o etero che siano, perché io non prenderei mai un impegno per tutta la vita davanti a un’autorità o davanti a Dio, e sono assolutamente contrario all’utero in affitto, una pratica che considero barbara e abominevole. Ma si tratta di una mia posizione, che difendo con tutte le conseguenze del caso, senza per questo farne una bandiera. Per questo non scenderei mai in una piazza, la battaglia per le cose in cui credo è quotidiana, la porto avanti giorno dopo giorno. L’esibizionismo dei Gay Pride, per quanto comprenda la frustrazione di tante persone durata tanti anni, mi disturba, non siamo fenomeni da baraccone. Ognuno viva la sua vita scegliendosi ogni giorno e senza fare le parate in piazza.

Del resto ci sarebbe Sanremo senza l’Italia tutta piazze, social e salotti?
L’Italia non ha bisogno di Sanremo, Sanremo invece ha bisogno dell’Italia, e di far cantare e parlare tutti gli italiani.

Ma lei canta mai motivetti presentati all’Ariston?
Macché, adoro il melodramma e sotto la doccia canto solo romanze ed elegie per soprano. Meno male che non mi ascolta nessuno.

Cosa augura al conduttore Carlo Conti alla vigilia della manifestazione?
Di divertirsi e divertire. È la persona giusta, non si prende sul serio, è preparato. E noi lo guarderemo volentieri. 

Foto Ansa


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