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La borsa e la vita

Il pregiudizio del ferrovecchio

Di Alan Patarga
31 Ottobre 2026
I giudici della Cassazione spengono per sempre l’ex Ilva di Taranto, ma dal “modello produttivo destinato ad essere abbandonato” alle perizie che non serve ripetere grazie “alle plurime risultanze probatorie acquisite” la sentenza appare scritta, di fatto, da quelle precedenti
Lo stabilimento Ilva di Taranto al tramonto, in una foto del 24 settembre 2013 (Ansa)
Lo stabilimento Ilva di Taranto al tramonto, in una foto del 24 settembre 2013 (Ansa)

È una lettura molto interessante, quella del dispositivo con il quale le Sezioni unite civili della Corte suprema di Cassazione hanno decretato lo spegnimento definitivo dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. L’atto di morte dell’acciaio italiano parte da una cronistoria dettagliata e da una considerazione che già parecchie pagine prima della conclusione condanna senza altro appello l’impianto siderurgico in quanto tale:

«Lo stabilimento di Taranto, caratterizzato dalla produzione di acciaio “a ciclo integrale” (altiforni, cokerie e laminatoi), è l’unico rimasto in attività in Italia, ed uno dei pochi, circa una ventina, rimasti attivi in Europa. Si tratta di un modello produttivo destinato ad essere abbandonato, sotto la spinta della transizione ecologica, e sostituito dalla produzione mediante forni elettrici, alimentati da rottame ferroso e cosiddetto preridotto (DRI - Direct Reduced Iron), cioè il prodotto della riduzione diretta del minerale di ferro, allo stato solido, ove, ...

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