Un lessico dell’umano
L’articolo di Annalisa Teggi, pubblicato su Tempi il 22 settembre 2026, parte da una domanda importante: che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? Di fronte a episodi di violenza sempre più difficili da comprendere, siamo portati a cercarne una causa: la famiglia, i social, la scuola, la solitudine, l’assenza di regole, la perdita di valori.
Forse, però, c’è una domanda semplice da cui partire: i nostri ragazzi sono ancora abituati ad ascoltare quello che accade dentro di loro?
Perché prima ancora di imparare a controllare un’emozione, occorre riconoscerla. E prima ancora di riconoscerla, occorre avere le parole per nominarla.
Un ragazzo arrabbiato sa di essere “incazzato” con il mondo e lo fa capire in tutti i modi che conosce, ma spesso non sa distinguere la rabbia dalla frustrazione, dall’umiliazione, dalla vergogna, dal sentirsi solo o escluso, dalla paura di non essere abbastanza.
E allora ciò che non riesce a diventare parola rischia di diventare gesto.
Non penso che la violenza nasca semplicemente dal fatto che i ragazzi non incontrino abbastanza difficoltà, o di certo non è il caso dei miei ragazzi che conoscono fin troppo bene il dolore e il male, e nessuno è riuscito a schermarli da esso. Penso che una grossa parte del problema possa stare nella difficoltà dei ragazzi di rimanere dentro ciò che si prova.
Viviamo immersi in immagini, parole, notifiche, video. Abbiamo moltissime occasioni per raccontare ciò che facciamo ma pochissime per fermarci a chiederci come questo ci ha fatto sentire.
E questa non è una differenza da poco.
La parola non risolve tutto. Non basta insegnare a un ragazzo la differenza tra rabbia e frustrazione per impedirgli di essere violento. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Avere le parole però significa possedere almeno uno strumento per fermarsi, riconoscere ciò che accade dentro di noi e provare a dargli un nome. È una delle condizioni necessarie per poter abitare ciò che viviamo, senza esserne completamente travolti.
Tra «sto male» e un gesto compiuto d’impulso c’è uno spazio. In quello spazio possono stare una domanda, un pensiero, una persona a cui chiedere aiuto, la possibilità di capire che cosa ci sta succedendo.
Quando invece non sappiamo dare un nome a ciò che proviamo, tutto rischia di diventare indistinto. La confusione genera disordine, frustrazione e impotenza, che nei ragazzi, ma non solo, possono tradursi anche in gesti aggressivi o violenti. Si rischia di rimanere in balia dell’ istinto e delle mode. Dare un nome a ciò che proviamo non elimina il dolore, ma lo rende riconoscibile. E ciò che riusciamo a riconoscere possiamo, almeno in parte, imparare ad affrontarlo, ad attraversarlo e a viverlo.
Qui entra in gioco la scuola.
È una delle ragioni per cui continuo a pensare che insegnare Italiano non significhi soltanto insegnare la grammatica e fare comprensioni del testo.
Quando leggiamo Omero, Dante, Leopardi, Manzoni (sì, anche Manzoni, anche se è difficile!), Pirandello non stiamo soltanto studiando autori vissuti secoli fa.
Stiamo incontrando persone che hanno provato qualcosa prima di noi.
Un ragazzo può leggere Leopardi e scoprire che quella sensazione di desiderare qualcosa che non riesce nemmeno a definire è stata provata da qualcuno duecento anni fa.
Può incontrare Dante e riconoscere la paura di essersi smarrito.
Può ascoltare Pirandello e intuire quanto sia difficile capire chi siamo quando ci guardiamo attraverso gli occhi degli altri.
Può studiare Manzoni e incontrare la paura, il senso di colpa, il perdono, il desiderio di cambiare.
E allora accade qualcosa di importante: non siamo più soli dentro quello che proviamo.
Il compito della scuola è proprio questo: riappropriarsi, lentamente, di un lessico dell’umano.
Non per trasformare le ore di Italiano in sedute psicologiche e nemmeno per pretendere che un testo letterario risolva problemi che richiedono interventi molto più complessi.
Ma perché chi possiede più parole per raccontare ciò che vive possiede anche più possibilità di comprenderlo, di non essere estraneo a sé.
La letteratura fa una cosa straordinaria: ci mette davanti persone che hanno sofferto, amato, perso, desiderato, fallito, ricominciato e ci dice “guarda, non sei il primo, non sei solo”.
Ma c’è anche un passaggio simultaneo: riconoscere alla letteratura la capacità di farci scoprire il mondo e l’altro da noi. Di metterci davanti a ciò che non conosciamo, che può farci paura, sorprenderci, affascinarci o spiazzarci. Perché è spesso dall’incontro con ciò che è diverso che finiamo per scoprire qualcosa di noi stessi.
La scuola non può evitare il male, la sofferenza, la rabbia o la violenza.
E di fronte alla violenza, è naturalmente necessario proteggere. Le regole e i controlli hanno il loro posto e nessuno può pensare di ignorare ciò che accade.
Ma il compito della scuola non può esaurirsi nel vano tentativo di controllare le conseguenze. Un metal detector può impedire che un’arma entri in un’aula ma la scuola può e deve interrogarsi anche su ciò che viene prima del gesto. Non per giustificare ciò che è sbagliato, ma per provare a comprendere ciò che lo precede.
Non possiamo pensare di eliminare il conflitto dalla vita dei ragazzi. Possiamo però provare a dare loro gli strumenti per stare dentro il conflitto senza esserne distrutti e senza distruggere l’altro. Cercare di scardinare queste dinamiche nelle quali vige la legge del “colpire prima di essere colpiti”.
Io posso proporre un testo, una parola, una storia, un incontro, una domanda. Posso creare uno spazio perché qualcosa venga pensato, discusso, sentito. Posso scegliere ciò che ritengo importante perché ho maturato, nel tempo e a furia di tentativi, una certa sicurezza nel mio ruolo: attraverso l’esperienza, il confronto quotidiano con i colleghi, l’osservazione dei ragazzi e soprattutto dentro una proposta educativa condivisa, che nasce dalla collettività di adulti che scelgono di educare insieme.
Perché le parole che la scuola offre possono diventare davvero uno strumento solo quando vengono consegnate dentro una relazione in cui qualcuno, nell’insegnare, si mostra disposto ad ascoltare, a fermarsi davanti a ciascun ragazzo e a interessarsi davvero alla sua vita.
Beatrice Nespoli, docente di lettere presso il cfp In-Presa
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