Il tredicenne che accoltella la prof e l’assenza dell’incontro con il male

Di Annalisa Teggi
22 Settembre 2026
E se fosse la mancanza di un vero campo di combattimento a far tralignare le energie dei ragazzi in violenza? Montale, Agatha Christie e l’aggressione di Centocelle trasformata in reel
Carabinieri all'ingresso della scuola Giovanni Verga a Centocelle, Roma, dove un ragazzo di tredici anni ha accoltellato un'insegnante
Carabinieri all'ingresso della scuola Giovanni Verga a Centocelle, Roma, dove un ragazzo di tredici anni ha accoltellato un'insegnante (foto Ansa)

Venerdì 18 settembre, in una scuola media di Centocelle, a Roma, un ragazzo di tredici anni è entrato in classe con due coltelli da sub, spray urticante e una telecamera fissata sul casco. Ha spruzzato lo spray sul volto della sua insegnante di lettere e l’ha colpita tre volte al fianco. Un compagno è intervenuto e l’ha fermato. La professoressa non ha riportato lesioni agli organi interni ed è stata dimessa dall’ospedale.

Un video mostra cosa è accaduto prima dell’ingresso nell’aula: il ragazzo è nel bagno della scuola e si prepara come per una missione di guerra. S’infila i coltelli sui fianchi dei pantaloni, ha il casco, attiva una diretta social. Più personaggio che persona. Ed è un’aggravante. Le indagini faranno il loro corso, come si suol dire. Intanto supposizioni e indiscrezioni alimentano lo sconcerto che segue questo genere di casi. Non più isolati.

I commenti s’infilano su sentieri battuti: la famiglia sul banco degli imputati, il dibattito sugli effetti nocivi dei social e le misure di controllo nelle scuole. Un noto conduttore televisivo ha posto una domanda ai suoi ospiti: cos’è questo male che attanaglia i giovani e che non si vede da fuori?

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Ciò che accade non è un reel

Siamo sicuri che sia “il male” il motore di gesti ormai ripetuti? Bisogna arrivarci a sentire il male di vivere, e poi a infliggerne i colpi. Senza aggiungere un solo paragrafo al piano di offerta formativa delle scuole si può partire da quel che c’è per sondare quel che sta sotto il grande ombrello del disagio giovanile. Partiamo da Montale, ad esempio.

«Spesso il male di vivere ho incontrato». È in tutte le antologie e oggi c’interroga più sull’incontrare che sul male di vivere. Incontrare è il territorio della persona, non del personaggio. Incontrare non significa avere a disposizione un universo di contenuti da guardare. L’indigestione da scrolling spegne l’azione dell’incontrare. Incontrare è avere la capacità di essere presenti e in relazione con ciò che accade, fosse anche solo il marciapiede del percorso casa-scuola.

Avere occhi e mente fissi su qualcosa non significa essere presenti, tanto meno innesca la mossa di incontrare. Quando parliamo degli effetti devastanti dei social ci riferiamo soprattutto all’alienazione, all’isolamento, al culto dell’apparire. Ma c’è un effetto che si dilata anche oltre lo schermo: tendiamo sempre più a trattare ciò che accade come video, reel. Le cose ci passano davanti e noi abbiamo assunto la gobba da spettatore. Facciamo scrolling anche guardandoci attorno.

Per questo il verso di Montale ci parla con un megafono, oggi più di ieri. Incontrare il male è un passo – drammatico – da esseri umani, non da spettatori. Gli adulti sono colpiti dall’atrofia del sentire e dell’incontrare tanto quanto i giovani, ma per i nostri figli gli effetti collaterali sono più gravi.

Nella vita è indispensabile sentire il pericolo

La regina dei gialli – trame che ruotano attorno a qualcuno che fa il male – mise a fuoco una necessità indispensabile. Agatha Christie scrisse nella sua Autobiografia: «Perché mai provavo un segreto piacere nell’essere spaventata? Quale bisogno istintivo viene soddisfatto dal terrore? Perché i bambini amano le storie che parlano di orsi, lupi e streghe? Dipende forse dal fatto che qualcosa in noi si ribella al troppo chiaro, al prestabilito? Che nella vita è indispensabile anche una certa dose di pericolo? C’è da chiedersi se la delinquenza giovanile che oggi dilaga non sia da attribuire in parte alle eccessive sicurezze di cui godiamo, come se l’uomo avesse bisogno di qualcosa contro cui combattere e vincere, per mettere alla prova se stesso. Provate a eliminare il lupo dalla fiaba di Cappuccetto Rosso».

Nella vita è indispensabile sentire il pericolo, la paura: avere la percezione tangibile di essere alla prova. Cappuccetto Rosso incontra il male nel bosco. Paradossalmente, proprio un personaggio ci mette davanti al momento in cui si diventa persona: quando la vita chiama in causa la libertà. «Come se l’uomo avesse bisogno di qualcosa contro cui combattere e vincere». È il combattimento che risveglia la coscienza, la famosa quest di tantissimi eroi della letteratura. Vai a chiedere a Renzo Tramaglino cosa è cambiato quando, fuggito dal paesello, ha incontrato il male in giro per Milano.

Tra bene e male

Essere alla prova tra il bene e il male fa ancora parte della nostra esperienza quotidiana? Il timore è che la domanda del conduttore televisivo parta già un passo troppo avanti. Forse non è l’incontro con il male a devastare i giovani: può essere anche il contrario, l’atrofia dell’incontro. Vedono il male, possono perfino infliggerlo, senza necessariamente sentirsi dentro quella lotta in cui una coscienza è chiamata a scegliere.

«C’è da chiedersi se la delinquenza giovanile che oggi dilaga non sia da attribuire in parte alle eccessive sicurezze di cui godiamo». Le sicurezze di cui parla Agatha Christie possono essere quelle nominate abitualmente, il soddisfare ogni desiderio dei figli, togliere loro ogni confronto con le difficoltà. Ma c’è altro.

L’assenza di un campo di combattimento

C’è da chiedersi se non sia l’assenza di un vero campo di combattimento a far tralignare le energie dei ragazzi in violenza. Non è questione di percorsi da marines, bensì di una postura originale dentro le giornate. È spenta l’idea che ci sia in gioco una battaglia, un impegno della coscienza e una mossa della libertà chiamata a decidere se accettare le lusinghe del lupo o trovare alleati per sconfiggerlo.

Il tredicenne di Centocelle si è messo il casco in testa, su cui c’era una telecamera che trasmetteva in diretta. La telecamera è davvero il casco. Senza la telecamera avrebbe compiuto l’aggressione? Chissà. Vero è che la presenza della telecamera è più del «tutto diventa streaming»: può diventare un casco protettivo, uno spessore che consente di trattare come materiale video il corpo a corpo — tra un io e un tu — di un’aggressione.

E l’aggressore può stare nel ruolo di content creator, un personaggio sostenuto da un pubblico. Ma la violenza è davvero accaduta, con conseguenze reali che riguardano le persone. «Spesso il male di vivere ho incontrato», scrive Montale. Quel verbo indica dove stare appostati, pronti a scuoterci quando sembra che la realtà sia solo qualcosa che passa davanti agli occhi, e invece è l’agone.

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