Tentar (un giudizio) non nuoce
Venticinque anni dalle Torri Gemelle. Come è cambiato il mondo
L’11 settembre 2001 ero a Tunisi, in missione istituzionale con il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Allora non avevo ancora un ruolo politico: ero dirigente regionale e mi occupavo delle relazioni esterne e internazionali. Ricordo come fosse adesso le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e poi il loro crollo, che vedevamo tra un incontro e l’altro con i ministri del governo tunisino, nelle anticamere dove aspettavamo di essere ricevuti. Fu lì, quasi lentamente, che cominciammo a renderci conto della dimensione di ciò che stava accadendo.
Un giornalista del Corriere della Sera che ci accompagnava in quella missione disse che, venticinque anni dopo, ci saremmo ricordati esattamente dove eravamo in quel momento. Fu facile profeta. Io me lo ricordo. Ma a venticinque anni di distanza credo che ricordare non basti. Dobbiamo chiederci che cosa sia cominciato quel giorno e quanto dell’attuale disordine mondiale abbia avuto origine anche dalla risposta che abbiamo dato a quelle immagini.
Nelle stesse ore, durante uno dei nostri incontri, un ministro del governo tunisino ci fece un’osservazione che allora mi colpì molto. Disse più o meno così: voi europei ci avete fortemente criticato per i metodi con cui abbiamo combattuto l’estremismo e il terrorismo islamista; adesso forse vi renderete conto che non avevamo tutti i torti. Ripenso spesso a quelle parole, perché negli anni successivi una parte del mondo occidentale finì per assomigliare, almeno nella risposta alla paura, proprio a ciò che aveva criticato. Vennero la guerra in Afghanistan, Guantanamo, le detenzioni senza le garanzie che ritenevamo proprie delle nostre democrazie, poi la guerra in Iraq. La più grande democrazia occidentale e con essa, in diversa misura, l’intero Occidente accettarono che la necessità della sicurezza potesse restringere lo spazio dei diritti.
Quale “fine della storia”
Prima dell’11 settembre il mondo sembrava andare in una direzione completamente diversa. L’Unione Sovietica era crollata, la Guerra fredda era terminata e qualcuno aveva potuto parlare persino di “fine della storia”. Sembrava che la democrazia liberale avesse vinto definitivamente il confronto con i totalitarismi del Novecento e che i suoi valori fossero destinati, prima o poi, a diventare universali.
Le 2.977 persone uccise l’11 settembre dimostrarono tragicamente che un’altra storia stava invece cominciando. Ci accorgemmo che democrazia e libertà, che noi occidentali avevamo considerato non soltanto valori nostri ma quasi un naturale punto di arrivo della storia, non erano affatto riconosciute da tutti nello stesso modo. Commettemmo però un altro errore: pensammo che quei valori potessero essere esportati con la forza. L’Iraq dopo Saddam Hussein e la Libia dopo Gheddafi hanno mostrato quanto fosse illusoria quella convinzione. Al posto della democrazia sono arrivati spesso il caos, nuove divisioni e altre radicalizzazioni.
È proprio dopo l’11 settembre che collocherei il ritorno deciso di quella cultura della potenza che papa Leone XIV ha contrapposto alla civiltà dell’amore: l’idea che la guerra, la forza e la violenza possano tornare a essere gli strumenti attraverso i quali garantire la sicurezza e governare i conflitti.
La preferenza è una cosa seria.
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Islam e Cina
Eppure, ancora nei primi anni Duemila, un’altra strada sembrava possibile. Il 28 maggio 2002, a Pratica di Mare, George W. Bush, Vladimir Putin, Silvio Berlusconi e i leader della Nato inaugurarono il nuovo Consiglio Nato-Russia. Per un momento sembrò possibile costruire tra Mosca e l’Alleanza Atlantica una relazione fondata sulla cooperazione anziché sulla contrapposizione. Vista da oggi, quella stagione sembra appartenere a un’altra epoca. La storia successiva ha preso una direzione opposta.
L’11 settembre produsse anche un’altra conseguenza, meno evidente allora ma forse ancora più importante se guardata da oggi. L’attenzione degli Stati Uniti e, in misura diversa, dell’Europa si concentrò per anni quasi interamente sulla minaccia del terrorismo islamista, sull’Afghanistan, sull’Iraq e sul Medio Oriente. Era una minaccia reale e non poteva certamente essere sottovalutata. Ma mentre guardavamo lì, rischiammo di non vedere la trasformazione forse più radicale che stava avvenendo negli equilibri mondiali: la crescita della Cina.
In quegli stessi anni Pechino dispiegava progressivamente la propria potenza economica e preparava un protagonismo politico destinato a modificare gli equilibri globali. Oggi sappiamo quanto quella trasformazione sia stata profonda e vediamo emergere, accanto alla Cina, l’India e un’Asia sempre più determinante. Paesi rimasti a lungo ai margini degli equilibri costruiti dopo la Seconda guerra mondiale rivendicano un peso nuovo e non accettano più che le regole siano stabilite esclusivamente dall’Occidente.
La profezia della pace
Venticinque anni dopo le Torri Gemelle, ci troviamo così in un mondo nel quale sono tornati prepotentemente i rapporti di forza e le logiche militari. Il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali faticano sempre più a essere riconosciuti come strumenti capaci di risolvere le controversie. Gli Stati si armano, ma insieme agli Stati si sono armati anche le parole, i pensieri e, progressivamente, i comportamenti di tutti noi.
Quale lezione possiamo allora trarre da questi venticinque anni? Forse anzitutto una: il terrorismo, la guerra e la violenza non producono mai davvero una vittoria. Al Qaeda è stata sconfitta e Osama bin Laden è stato ucciso; altre forme del terrorismo islamista sono state combattute duramente. Ma anche l’Occidente ha conosciuto una sconfitta, se ha pensato che la forza potesse eliminare le ragioni dei conflitti. In molti casi non le ha eliminate e ha finito, al contrario, per acuire divisioni e rancori.
Per questo considero ancora attuale la profezia della pace indicata da papa Francesco e oggi riproposta da papa Leone XIV: cominciare disarmando le parole e i comportamenti di ciascuno di noi. Non è un’alternativa ingenua alla politica. È forse la condizione perché la politica torni a essere qualcosa di diverso dalla semplice amministrazione dei rapporti di forza.
Ho avuto il tempo, nella mia vita, di salire sulle Torri Gemelle e guardare New York dalla loro sommità. Ricordo l’impressione di potenza che davano quelle costruzioni e ricordo poi di averle viste crollare, molti anni dopo, da una stanza a Tunisi. Venticinque anni dopo, il pericolo che abbiamo davanti non è soltanto il crollo di due grattacieli che erano diventati il simbolo della forza degli Stati Uniti. È qualcosa di più grande e più vicino a ciascuno di noi: il rischio di un collasso dell’umano e della possibilità stessa di una convivenza pacifica.
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