Il Paese dei Normali
Il pescatore del Lago Maggiore
Ettore ha settantadue anni e ogni mattina, quando è ancora buio, scende al Lago Maggiore con due canne, una sedia pieghevole e un thermos di caffè. Pesca da quando aveva nove anni. Lo conoscono tutti. «Preso qualcosa?» Lui quasi sempre risponde: «Per fortuna no». All’inizio pensavano scherzasse. Poi hanno capito che Ettore non va più al lago per prendere pesci. Va per stare dove nessuno gli chiede di essere utile.
Sistema la canna, lancia, aspetta. Davanti ha l’acqua che cambia colore senza bisogno di aggiornamenti. Dietro, le montagne. Sua moglie gli dice che potrebbe almeno portare a casa qualcosa per cena. «Il pesce costa meno al supermercato». «Appunto». Ettore sostiene che pescare sia una delle poche attività umane rimaste in cui puoi passare cinque ore senza ottenere niente e tornare a casa soddisfatto.
Cosa aspetti?
Una mattina un ragazzo si siede accanto a lui. Ha una canna nuova e un’app che indica vento, profondità e probabilità di cattura. Dopo due ore, non ha preso nulla. «Ma allora come si fa?». Ettore indica il lago. «Aspetti». «Cosa?» «Niente».
Verso mezzogiorno il galleggiante va sotto. Ettore tira su un piccolo persico, lo tiene qualche secondo tra le mani e lo rimette in acqua. Il ragazzo lo guarda incredulo. «Ma allora perché vieni a pescare?». Ettore ripiega la canna. «Per vedere se abbocca ancora la vita». Poi torna a casa a mani vuote. Come quasi ogni giorno.
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