«Bene l’accordo su minori e social, ma Meta comprenda che le famiglie sono alleate»
Mercoledì scorso Meta, la società proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, ha annunciato il raggiungimento di un accordo legale storico in una causa che la vedeva accusata da 48 stati di avere consapevolmente generato dipendenza nei giovani, di aver minimizzato i rischi per la salute mentale e di aver raccolto illegalmente i dati di minori sotto i 13 anni. Oltre a versare fino a 18 miliardi di dollari a questi stati, la società di Mark Zuckerberg ha accettato di apportare modifiche significative alle sue piattaforme social, tra cui l’introduzione di un limite di tempo di due ore per gli adolescenti, la disattivazione delle notifiche durante l’orario scolastico, la rimozione del conteggio dei like e dei filtri estetici, la limitazione dell’utilizzo da parte degli adolescenti tra mezzanotte e le 6 del mattino, un impegno a investire sulla verifica dell’età degli utenti.
«Sulla carta sono impegni che senz’altro potranno migliorare la vita online – e non solo dei teenagers», ha commentato sui suoi profili social Stefania Garassini. «Si va verso un ecosistema social e video più sano, almeno nelle intenzioni». Giornalista e docente universitaria, Garassuni insegna Digital Journalism all’Università Cattolica ed è componente del cda della Fondazione Patti Digitali , di cui è tra i fondatori, una rete di associazioni che promuove la nascita e lo sviluppo di Patti di comunità per l’uso della tecnologia su tutto il territorio nazionale favorendo l’incontro tra genitori, insegnanti e altre figure educative con lo scopo di individuare semplici regole su cui sia possibile trovare un accordo, a cominciare dall’età giusta per cominciare a usare uno smartphone. Tempi l’ha raggiunta per commentare l’accordo e approfondire il tema.

Da qualche anno la tendenza di molti Stati è quella di andare allo scontro con le piattaforme digitali, i cui social network danneggerebbero la salute mentale e fisica soprattutto dei più piccoli: si elaborano leggi per impedirne l’utilizzo ai minori di una certa età, e negli Stati Uniti si intentano cause miliardarie. È la strada giusta per risolvere il problema?
Io credo che dover risolvere questa questione che è educativa e culturale nelle aule dei tribunali sia un po’ una sconfitta, perché una società dovrebbe riuscire a definire qual è il bene che vuole preservare – e in questo caso è la crescita il più possibile sana dei minori – e avere il coraggio di fare una legge che lo tuteli, con tutte le difficoltà del caso che abbiamo visto, per esempio, in Francia, perché non è semplice arrivare a una legge che sia applicabile in termini di tutela della privacy. Quella sarebbe la strada migliore da percorrere perché consentirebbe di avere un dibattito in cui le parti possono discutere del merito della questione, piattaforme comprese.
Trattarle da alleati e non da nemici.
Sì, portandole in tribunale si evidenzia invece che non lo sono affatto. Bisognerebbe riuscire a mettersi d’accordo come società, come comunità educante, perché anche le piattaforme dovrebbero prendere coscienza del fatto che fanno parte di questo villaggio che educa, non possono tirarsi fuori e ragionare soltanto in termini commerciali.
Non è tardi?
È una strada difficile – l’Australia ci ha provato, è andata e andrà avanti, ma in Europa ci sono delle difficoltà oggettive – per cui questo accordo è meglio che niente, perché inizia a mettere in evidenza alcune responsabilità che le piattaforme si dovrebbero prendere. Meta ha ragione a dire “non possiamo essere solo noi, ci vogliono anche gli altri perché altrimenti se noi siamo troppo restrittivi un giovane va altrove”, quindi se effettivamente si riuscisse a stabilire uno standard per cui nella proposta del servizio per i minori da parte delle piattaforme social ci fosse un’attenzione al tempo, al continuo confronto dei like, al ritoccarsi con filtri per sembrare più belle, sarebbe ideale. Sicuramente la direzione è giusta: che le piattaforme si assumano, anche obtorto collo, una parte di ruolo educativo.
Le logiche che muovono le Big Tech raramente sembrano educative
Questa cosa può funzionare solo se tutto non ruota attorno a spinte commerciali, perché altrimenti è facile prevedere cosa succederà. WhatsApp, che non è inclusa all’accordo stipulato da Meta, e che si sta già trasformando in qualcosa di diverso, sempre più simile a un social, crescerà sempre di più in questa direzione, sostituendo di fatto le più ”restrittive” Instagram e Facebook. La risposta più utile sarebbe invece dimostrare alle famiglie che le piattaforme possono essere delle alleate, che possono effettivamente trasformarsi, evolversi in ambienti più sicuri per i figli. È chiaro che questo richiederà investimenti seri: non hanno pagato una multa di 200 miliardi, ma dovranno investirli sulla sicurezza, per dare un segnale forte alle famiglie di reale coinvolgimento, e non soltanto perché obbligati. Per ora continuano a cercare di respingere tutte le accuse, non hanno ammesso responsabilità. È un atteggiamento che non pagherà: continuare a proporre un prodotto che di fatto va contro chi lo dovrebbe usare, cioè contro le famiglie, alla lunga non sarà commercialmente utile per le piattaforme.
Questo accordo cambierà il modo di usare i social?
Il mio auspicio è che questo tipo di sentenze possa portare a un ripensamento profondo delle piattaforme. Forse sono idealista, ma credo che se le piattaforme iniziassero a essere consapevoli di avere un ruolo educativo le cose cambierebbero. Resta aperta la questione della verifica dell’età: le nuove limitazioni scattano per i minori, Meta ha promesso investimenti per implementare un sistema efficace ma ha anche chiesto un anno di tempo. E questo francamente è un po’ strano perché visti i progressi fulminei della tecnologia con l’Ai.

In questo contesto quale è il ruolo dei genitori e degli educatori? Leggi e divieti imposti “dall’alto” non rischiano di deresponsabilizzarli?
Sicuramente c’è questo rischio. Leggi e regole sono un modo per sensibilizzare i genitori, per far capire agli adulti che si tratta di strumenti, di mondi, di ambienti che richiedono una certa maturità per essere frequentati e utilizzati. Se presa nel modo corretto può essere un aiuto a cambiare un po’ la cultura. Pensiamo alla legge contro il fumo: anni fa sembrava impossibile che all’interno dei locali la gente non fumasse, oggi invece tutti ci poniamo il problema di chi non fuma intorno a noi quando vogliamo accenderci una sigaretta in un luogo chiuso. È una norma sociale che è cambiata grazie a una legge. Una legge che limita i social per i minori può essere l’innesco di un cambiamento che funzionerà se diventerà culturale. La legge da sola non risolverà nulla se non ci sarà anche un coinvolgimento degli adulti. Se la norma mi dice che non può mio figlio non può entrare nei social media fino a 15 anni forse allora io intanto non gli regalo lo smartphone alla prima comunione, e poi magari inizierò a farmi qualche domanda in più su danni e rischi.
Tutto questo non basta, però
È vero, ci vuole la formazione, un coinvolgimento vero di tutti gli attori in campo: noi adulti non dobbiamo soltanto contenere e fare i poliziotti per evitare che i nostri figli stiano troppo sui social, ma anche capire che sono mondi interessanti da esplorare insieme. Essere un po’ più presenti, sia tecnicamente, ma anche fisicamente accanto ai nostri figli per conoscere e interessarci a quello che a loro piace, che li può attrarre e appassionare all’interno del digitale.
Anche perché rispetto al fumo i social non fanno male e basta
È fondamentale che l’uso dei social sia inserito in un contesto, che non siano esclusivi. I problemi nascono sempre quando un mondo che frequentiamo diventa esclusivo. A noi quello che interessa è che ci sia un uso moderato dei social, nel senso di abbinato ad altre cose. Se sei solo e passi le tue giornate a giocare a Fortnite è evidente che c’è un problema, ma se tu giochi a Fortnite e poi vai fuori con i tuoi amici e giochi a calcio, fai le altre cose, il videogioco è solo un’attività in più. La cosa da imparare è mettere quello che si fa, anche lo stare sui social, in relazione con il resto. Non è vero ad esempio che tutte le relazioni virtuali sono un male – in certi casi anzi sono l’unico modo per parlare e scambiare riflessioni con persone che vivono in altri continenti – ma è fondamentale sapere che comunque a quel tipo di rapporto manca un pezzo, è diverso dal vedersi di persona. Questa è la sfida, ed è chiaro che sarebbe più facile dire “chiudiamo tutto”. Peccato sia impossibile.
L’esperimento dei Patti digitali è un tentativo di mettere in pratica tutto questo, facendo rete partendo proprio dai genitori. Funziona?
Sì, l’esperimento funziona. Adesso sono più di 260 in tutta Italia e con un coinvolgimento di circa 26.000 persone. L’aspetto più interessante che ho visto è che i genitori, una volta coinvolti realmente, cioè una volta che si fa capire loro che possono giocare un ruolo nella ricerca di un uso più sano del digitale, non sono semplicemente spettatori di qualcosa che i loro figli fanno e che loro non vorrebbero che facessero, ma possono incidere se si mettono insieme. In quei casi riescono a essere molto creativi, a mettere in gioco energie e risorse che però sono spesso accantonate. La narrazione prevalente è che i genitori di oggi sono inadeguati, fragili, disorientati, e questo è vero in molti casi, ma bisogna puntare comunque su di loro, dargli un po’ di fiducia.
E poi c’è il tema del “buon esempio”. Se gli adulti stanno sempre con lo smartphone in mano è difficile che i ragazzi facciano diversamente.
È giusto provare a dare il buon esempio seriamente, e impegnarsi per farlo, ma non possiamo neanche aspettare di essere perfetti per educare, perché sennò nessuno educherebbe nessun altro. È molto meglio dire al proprio figlio “guarda, io vorrei parlare con te e non guardare lo smartphone, però in questo momento aspetto una telefonata urgente, quindi purtroppo mi dovrò staccare. Ti chiedo scusa”, che non dirgli “guarda, io lo uso benissimo, adesso lo lascio di là, sono bravissimo, fai come me”, e poi non farcela. Dare fiducia agli adulti così fa sì che in molte situazioni vengano fuori energie e idee insospettabili: penso ai gruppi che organizzano camminate senza smartphone, giornate di giochi da tavolo senza smartphone, spettacoli teatrali per spiegare ai ragazzini il motivo per cui non è stato regalato lo smartphone, e altre iniziative come conferenze e incontri formativi. Questi patti, queste regole su cui ci si mette d’accordo sono l’inizio di un percorso, sono un “no” che si dice sui tempi e sulle modalità che fa nascere tanti “sì” su come usare il proprio tempo, anche quello dell’attesa dell’età giusta per avere in mano questi strumenti. I genitori vanno coinvolti, vanno messi al centro di questa sfida, non vanno marginalizzati con troppe regole da una parte o troppa medicalizzazione dall’altra. I problemi di salute, quando ci sono, vanno affrontati nelle modalità corrette. Però prima di arrivare a quel livello, per fortuna ci sono tanti stadi intermedi.
Ospite dell’incontro “Smartphone: limitare per liberare?” al Meeting di Rimini, lei ha detto che è sbagliato contrapporre divieti e libertà. Lo scorso anno un’inchiesta del New York Times ha rivelato che il 47 per cento dei minori americani chiuderebbe il proprio profilo TikTok, ma non lo fa.
L’errore che si fa spesso è dire che già esiste la libertà di non usare gli strumenti da parte dei minori, la realtà invece è che – soprattutto i giovani – sono molto forzati a usarli: dal contesto, dalle amicizie, dalla pressione sociale, hanno una sorta di obbligo a essere presenti. Una regola può aiutare questa libertà, purché sia inserita in un quadro dove ci sia anche altro. La libertà nasce dalle regole applicate in modo intelligente.
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