Casca il mondo
Procedure di vita e di morte
Lo scorso 23 luglio nel Centro di procreazione medicalmente assistita del San Raffaele di Milano è stato trasferito nel corpo di una donna un embrione geneticamente appartenente a un’altra coppia, per un errore di lettura nella lista delle pazienti del giorno. La nota dell’ospedale esprime questo contenuto con una scelta lessicale mirata: si tratta di un «evento avverso grave di tipo mix up». La chiave di volta per una mossa di scarto di fronte alla realtà è esprimersi con un gergo che riduce tutto a una procedura, possibilmente con qualche spolverata di anglismi. “Scambio” è chiaro da capire, allora meglio “mix up”. Sembra più tecnico, è meno impattante.
Per arginare l’errore si è proceduto a un’aspirazione endometriale, effettuata con l’obiettivo di ridurre per quanto possibile la probabilità che l’embrione attecchisse. “Attecchire”, forse è meglio evitare anche l’uso di questo verbo. Troppo esplicito nel dire che la vita si attacca.
Tutto qui, dunque. Se si è trattato solo di un errore umano di procedura, allora tutto potrà essere migliorato passando a un “witnessing elettronico”, così che le operazioni avvengano con il supporto dell’oggettività impeccabile della macchina. L’occhio umano va tolto dalla catena di montaggio. Inciampa, legge la riga sbagliata, può intralciare la corretta esecuzione di quella che è solo e soltanto una procedura. L’occhio umano, sì, quel vecchio organo di cui siamo ancora dotati per vedere quello che abbiamo di fronte.
Cambiare le parole per ingannare la vista è una disciplina in cui la contemporaneità ambisce all’eccellenza. Un altro caso da annotare riguarda non l’impianto della vita, ma l’espianto. A inizio luglio è uscito sul New England Journal of Medicine un articolo di bioetica firmato da tre medici, Carter Winberg, Ian Ball e Robert D. Truog. Si tratta di una proposta che prende sul serio uno scenario ormai concreto in paesi, come il Canada, dove la morte medicalmente assistita e la successiva donazione di organi sono già praticate.
La questione riguarda la cosiddetta “dead donor rule”, la regola in base alla quale gli organi vitali possono essere prelevati soltanto dopo che il donatore è stato dichiarato morto. Gli autori si chiedono se, nell’epoca dell’eutanasia volontaria, quel confine debba restare intangibile. Se una persona ha già scelto di morire, perché non ottimizzare la filiera? Perché non procedere al prelievo degli organi vitali al momento della sedazione profonda, prima che l’arresto della circolazione li danneggi? L’ultimo gesto altruistico di un morituro può essere che gli organi vengano prelevati ancora perfusi e nelle migliori condizioni possibili per essere trapiantati.
È bellissimo da raccontare, e allucinante a pensarci sul serio. Può sorgere il dubbio che, una volta trasformata la morte volontaria in una procedura sanitaria, il corpo di chi ha scelto il suicidio assistito possa essere guardato come mera fonte di approvvigionamento di organi. Siamo di fronte alla messa in discussione di una frontiera finora inattaccabile: che il prelievo di organi vitali non possa essere ciò che procura la morte del donatore. Gli autori propongono di arrivare a considerare la “death by organ donation”: non più morire e poi donare gli organi, ma morire attraverso la donazione degli organi. Però sia chiaro: non è una sottrazione da vivi, è il dono premuroso di un (quasi) morto.
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