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Ad Israele non piace l’accordo Usa-Iran. Ma un po’ gli conviene

Di Rodolfo Casadei
18 Giugno 2026
Il regime non è crollato, l'alleanza con l'America è più fragile, Teheran ricomincerà a foraggiare Hezbollah e le opinioni pubbliche mondiali sono ostili. Ma anche lo Stato ebraico ha ricavato qualche vantaggio dalla guerra. Analisi
Attacco israeliano al villaggio di Kfar Tebnit, nel governatorato di Nabatieh, nel Libano meridionale, il 1° giugno 2026
Attacco israeliano al villaggio di Kfar Tebnit nel Libano meridionale, 1 giugno 2026 (Foto Ansa)

Il ministro della Difesa Israel Katz ha già fatto sapere che Israele non si ritirerà dai territori occupati nei conflitti che si sono succeduti dal 7 ottobre 2023 fino ad oggi, in quanto li considera “fasce di sicurezza” che consentono di meglio proteggere le popolazioni della Galilea e della cosiddetta Otef Aza, l’area che subì i più duri attacchi provenienti da Gaza quasi tre anni fa.

Per quanto riguarda il Libano, la verità è che l’occupazione di 2 mila chilometri quadrati di territorio nel sud e sud-est del paese, con annessa evacuazione di gran parte della popolazione locale, costituisce la potenziale contropartita per la soluzione del conflitto secondo gli interessi israeliani: Israele si ritirerà dal Libano e lascerà tornare la popolazione nei suoi villaggi e città solo dopo che gli Hezbollah saranno stati completamente disarmati e sarà stato firmato un accordo di non aggressione fra i governi dei due paesi.

Cosa per niente facile, ed è proprio per questo che l’Idf non si ritirerà tanto presto dalle regioni di confine occupate: la seconda più forte forma di pressione dopo le bombe, che dovrebbero cessare di cadere dopo che venerdì prossimo a Lucerna saranno firmati gli accordi fra Usa e Iran, è l’occupazione di territorio di là dalla Linea Blu fino a quando gli amici libanesi di Teheran non saranno scesi a più miti consigli. O, in subordine, fino a quando l’ostinazione di Hezbollah non avrà talmente esasperato gli altri libanesi da sospingere il paese verso una nuova disastrosa guerra civile come quella del 1975-90.

Il bicchiere mezzo vuoto

Non tutti in Israele sono d’accordo col giudizio che l’imminente concordato fra americani e pasdaran rappresenti una delusione se non addirittura una calamità per Tel Aviv.

Le conseguenze negative per gli israeliani del modo in cui sta per concludersi (ma in realtà si tratta di una tregua che non esclude il ritorno al campo di battaglia) la guerra iniziata il 28 febbraio scorso sono note: il regime degli ayatollah non è crollato e non è stato sostituito da un governo non ostile a Israele; s’è incrinata l’alleanza con gli Stati Uniti, i cui interessi nella regione vanno progressivamente divaricandosi da quelli israeliani; non sono stati risolti i problemi che riguardano la ricostituzione del programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran alle milizie straniere anti-israeliane (Hezbollah, Hamas, houthi), anzi l’Iran sembra essersi garantito il recupero di somme ingenti di denaro con le quali potrà riprendere a foraggiare i suoi mercenari in giro per il mondo oltre che a riarmarsi; lo status internazionale di Israele è sprofondato al livello di uno stato paria, con una seria degradazione dei rapporti soprattutto coi paesi europei, per non parlare delle opinioni pubbliche di gran parte del mondo.

Tuttavia c’è anche un bicchiere mezzo pieno del quale spesso non si parla, così come non si parla dei vantaggi che il silenzio delle armi e un alt alle provocazioni internazionali può comportare anche per Israele, bisognoso come gli altri belligeranti di tirare il fiato e di riconsiderare le proprie priorità sia strategiche che tattiche.

Rinviato il pericolo atomico

Come spiegava recentemente Yonah Jeremy Bob sul Jerusalem Post, gli alti responsabili del Mossad e delle Idf hanno sempre saputo che il governo iraniano non sarebbe caduto in conseguenza di una campagna aerea per quanto massiccia, né per un’insurrezione nella regione curda del paese o da parte della popolazione della capitale: militarmente troppo debole la prima, troppo imbelle di fronte alla forza repressiva del regime la seconda. Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno evocato un traguardo irraggiungibile: la loro retorica serviva a mobilitare il fronte interno dell’opposizione e quindi a rendere le cose più difficili per gli ayatollah, ma con poche speranze di successo.

Ciò che la guerra dei 100 giorni ha ottenuto è il solito obiettivo tattico israeliano: rinviare l’ascesa dell’Iran a potenza nucleare, degradare la capacità missilistica di Teheran nei suoi termini quantitativi e qualitativi. Se prima delle due operazioni del 2025 e del 2026 mancavano pochi mesi alla produzione della bomba atomica iraniana, ora siamo di nuovo ad almeno due anni di distanza dalla sua possibile realizzazione (realizzazione che non significa disponibilità: perché l’atomica possa dirsi deployed, dispiegata, serve poi un sistema d’arma operativo efficiente a livello missilistico o di aereo bombardiere). L’impegno iraniano a diluire i 440 chili di uranio arricchito al 60 per cento, se rispettato, allontana ancora di più la prospettiva dell’atomica nelle mani dei pasdaran.

Benjamin Netanyahu
Primo ministro di Israele
Benjamin Netanyahu, Primo ministro di Israele (Foto Ansa)

I colpi ad Hamas e Hezbollah

È vero che Hamas ed Hezbollah non sono stati annientati, e dopo la firma della tregua Teheran potrà ricominciare ad armarli e finanziarli o a tentare di farlo, ma i colpi che le due organizzazioni hanno subìto sono stati devastanti, e ci vorranno anni prima che tornino a rappresentare una minaccia paragonabile a quella che costituivano alla fine del 2023.

Hamas ha perso tutti i suoi dirigenti più importanti e molti quadri intermedi, mentre fra i 17 mila e i 20 mila combattenti (su una forza totale stimata fra i 30 e i 40 mila) sono stati uccisi in combattimento o con operazioni mirate; l’organizzazione non dispone più di razzi e non sta ricevendo più aiuti militari dall’esterno, mentre è assediata su una superficie che è un terzo di quella sopra e sotto la quale poteva muoversi prima del 7 ottobre 2023. Si scontra quasi quotidianamente coi reparti dell’Idf che hanno occupato due terzi della Striscia, ma non è attualmente in grado di minacciare i civili israeliani.

Anche Hezbollah è stato ridimensionato, anche se non ai livelli di Hamas: gli sciiti libanesi hanno perso fra i 3 mila e i 4 mila combattenti; però a livello di dirigenza l’ecatombe è paragonabile a quella degli islamisti palestinesi, con 13 leader e alti ufficiali eliminati, compreso lo sceicco Nasrallah. L’arsenale di razzi su cui l’organizzazione faceva affidamento sarebbe sceso da 150 mila a 10 mila unità, e tutte le sue roccaforti nel sud, a Beirut e nella valle della Bekaa sono state colpite.

L’impoverimento dei mezzi a disposizione di Hezbollah dipende in buona parte dal cambio della guardia a Damasco: il regime islamista sunnita di al-Sharaa non fa più da condotto al trasferimento di armi dall’Iran attraverso l’Iraq fino al Libano come accadeva al tempo degli Assad. Un Iran libero dalle sanzioni e di nuovo padrone dei suoi 24 miliardi di dollari di asset congelati all’estero (cosa che comunque non accadrà subito dopo la firma di venerdì, ma solo gradualmente) potrà certamente cercare di restaurare la forza di Hamas ed Hezbollah, ma non potrà non dare la priorità alla ricostituzione della propria infrastruttura militare e industriale, duramente colpita dalla campagna aerea israelo-americana: l’Iran stesso ha stimato i danni patiti all’interno di una forchetta che va da 300 a 1.000 miliardi di dollari. Prima della guerra Tehran aveva in programma di portare da 3 mila a 6 mila i suoi missili balistici e di aumentare la loro gittata: la guerra li ha ridotti a 500-1.000; anche solo per tornare ai livelli precedenti saranno necessari notevoli sforzi finanziari.

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Tel Aviv e Washington più lontane

Per tutti questi motivi la tregua che, sotto l’apparenza di un accordo storico senza precedenti, verrà firmata venerdì a Lucerna sarà utile anche a Tel Aviv non tanto per ricostituire i propri arsenali e non solo per far riposare le proprie affaticate truppe (i casi di disordine da stress post-traumatico si contano ormai a centinaia di migliaia), quanto per riconsiderare la propria strategia.  Uscire dal crescente isolamento internazionale in cui Israele è venuto a trovarsi non è un problema di pubbliche relazioni, ma di prospettive di sicurezza a lungo termine, che il militarismo di Netanyahu non può garantire. Le conseguenze strategiche dell’approccio del primo ministro sono la divaricazione fra interessi israeliani e statunitensi, con Washington che cerca da sola un accordo con Teheran e Trump che rampogna periodicamente Netanyahu, l’inceppamento degli Accordi di Abramo che avrebbero dovuto riconciliare i paesi arabi con Israele, l’avvicinamento fra le potenze islamiche della regione per una gestione alternativa e autonoma delle crisi e la progressiva rottura con l’Europa, i cui stati denunciano gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza con Israele e in sede Ue decidono sanzioni contro coloni della Cisgiordania ed esponenti politici israeliani.

Nato islamica

Gli ultimi due punti dovrebbero preoccupare in modo particolare Tel Aviv. Quelli che Repubblica ha definito i “patti di Maometto” che hanno cominciato a prendere forma a Riyadh nella riunione fra ministri di Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia non approderanno probabilmente mai alla creazione di una “Nato islamica”, stante soprattutto la rivalità oggettiva fra sauditi e turchi per l’egemonia nella regione, ma indicano lo sviluppo di una dinamica opposta a quella degli Accordi di Abramo. I paesi europei dovevano essere l’alleato ideale di un fronte anti-iraniano, quando si considera che missili balistici e atomiche iraniane costituiscono una minaccia concreta anche agli interessi europei nella regione: un primo assaggio lo si è già avuto col drone lanciato dagli Hezbollah (per conto di Tehran) nel marzo scorso contro una base militare britannica a Cipro, cioè contro il territorio europeo.

Il governo di Netanyahu invece è riuscito nell’impresa di inimicarsi la maggior parte dei governi europei. E nell’ambito dell’espansione delle alleanze internazionali non è andato oltre il riconoscimento reciproco e lo scambio di ambasciatori con il Somaliland, sollevando di conseguenza le ire di innumerevoli paesi arabi e africani (lo stato con capitale Hargeisa non è riconosciuto da nessun altro paese al mondo). Un atteggiamento più costruttivo nei riguardi della questione palestinese, compresa la ripresa della prospettiva dei due stati, aiuterebbe Israele a trovare e ritrovare le alleanze politiche internazionali che garantirebbero la sua sicurezza in modo più stabile e meno umanamente e finanziariamente dispendioso delle continue guerre. Questo è un nodo che solo le prossime elezioni politiche possono sciogliere.

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