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Squalo chi legge

Tutti i Giuseppi raccontati da Conte, progressista a modo suo

Di Andrea Venanzoni
24 Maggio 2026
Dai decreti-Salvini alla sfida per la guida della sinistra, autobiografia di un leader politico che nemmeno ha votato il suo partito. E che pare avere un solo bersaglio polemico: Luigi Di Maio, 5 stelle come lui
Il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte durante “Nova”, iniziativa lanciata dal M5s in vista delle prossime politiche, Roma, Lifestyle Hotel, 16 maggio 2026 (foto Ansa)
Il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte durante “Nova”, iniziativa lanciata dal M5s in vista delle prossime politiche, Roma, Lifestyle Hotel, 16 maggio 2026 (foto Ansa)

«In un borgo della Mancha il cui nome non mi viene a mente, non molto tempo fa viveva un cavaliere di quelli con lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ronzino magro e un levriero corridore».

«Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo».

«Sono nato a Volturara Appula, un piccolo borgo del Sud Italia, sperduto tra le colline del subappenino dauno, in provincia di Foggia».

Sono tre tra gli incipit più importanti della storia della letteratura, ma solo uno, l’ultimo, è quello di Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, il libro che Giuseppe Conte manda in libreria per i tipi di Marsilio.

Trecentottanta pagine di vita, memorie, speranze, aspirazioni, ricordi, lotta, sogni, che volano via come ci trovassimo nel mirabolante progetto narrativo di un David Foster Wallace o di un Ennio Flaiano, dopo una ripetuta visione de L’allenatore nel pallone.

Soprattutto Borges

C’è qualcosa nei libri scritti dai politici, qualcosa di tremendamente esotico ed esoterico, qualcosa di obliquo che se ne sta in agguato sulla soglia dell’attenzione e che ti fa dubitare di ciò che leggi; le tremolanti e oniriche pareti dell’illusione, come in un racconto di Lovecraft, solo che qui al posto di Cthulhu sorge dalle acque Beppe Grillo rimasto col metaforico cerino in mano.

I libri dei politici hanno sempre questa sontuosa caratteristica: partono dal presupposto che ci interessi la loro biografia. Invece di snocciolare teoria politica o filosofia o visione del mondo, tentano sempre la carta biografica, come fossimo al cospetto dei rivoluzionari americani che a schioppettate sugli inglesi fecero l’indipendenza.

C’è un glorioso salto lisergico in questo rampante biografismo; in tre pagine seguiamo lo scorrere placido e forgiante della vita di paese, anzi, di paesino, ma già terminata la quarta finiamo nell’amore per Emily Dickinson, Zanzotto e soprattutto Jorge Luis Borges, del quale a quanto pare la lezione più preziosa è che nonostante fosse divenuto cieco ci vedesse più lungo di tanti comuni mortali. E se ve lo state chiedendo per tragica associazione oftalmico-letteraria, sì, figura più oltre pure il Saramago di Cecità.

Il salto verso Roma

Il giovin Conte, dopo aver formato carattere e mente nelle prove ordaliche di quelle province da “terra del rimorso”, in quella antropologia ctonia di un Meridione magico, si trasferisce quindi a Roma, per studiare giurisprudenza a La Sapienza, seguendo una avita tradizione di molti studenti meridionali che sciamavano a Roma e che ricordo cagionare ingorghi studenteschi tanto marchiani da costringere la gente, tra cui il sottoscritto, a seguire le lezioni di procedura civile appollaiati sui lampadari.

A Roma Conte, dopo la brillante laurea in diritto civile con il professor G.B. Ferri, si immerge nel lavacro del purissimo feudalesimo accademico, iniziando dal gradino di assistente volontario, dove volontario sta per non pagato, una tragica, nel senso greco, figura che le nostre università hanno coltivato per anni senza sputarsi in un occhio.

Ho sempre trovato delizioso che, soprattutto dove i diritti, la civiltà, l’etica e la legge vengono insegnate, tutte queste cose siano poi calpestate nella prassi concreta della vita. Ma d’altronde in quella stessa facoltà, quando ancora l’università aveva le facoltà e non i dipartimenti, sarebbe stata uccisa la povera Marta Russo, in un delitto che simbolicamente appariva un Crono che divora i suoi figli.

Un «provetto teorico» del diritto

Il punto di svolta, dopo il precariato e l’epifania sul diritto alla prossimità, l’essere umano deve vivere vicino a ciò che ama, è a Firenze. Qui, divenuto ricercatore, Conte si lega a Guido Alpa e ad altri maestri del diritto, come Paolo Grossi e Giorgio Oppo: tutti descritti come estremamente umani, umili, anche se un po’ di severità ogni tanto emerge, soprattutto riferita a Oppo.

E qui, devo dire, registro subito la prima citazione gloriosa. Dopo aver descritto autentici e oggettivi mostri sacri del diritto come persone sommamente umili nei rapporti personali e oneste intellettualmente, quindi ci si immagina una trasmissione di dette caratteristiche al giovin ricercatore, ecco che Conte così scrive di sé:

«Ero ormai un consumato praticante e ora potevo dirmi anche provetto teorico della materia».

Ho conosciuto maestri del diritto che nemmeno dopo centosedici anni di carriera e una trentina di monografie, una cinquantina di voci enciclopediche, un centinaio di saggi in rivista, si sarebbero definiti “provetti teorici”. Come insegnava Salvatore Satta, il giurista è uno che se ne rimane a fare uova nel chiuso di una biblioteca, sacrificando tutto alla scienza del diritto. L’umiltà del vero maestro origina dal fatto che non ha percezione di fare o dire o essere qualcosa di eccezionale, semplicemente perché sa di non poter essere altrimenti. La sua umiltà è quella di chi non ha contezza delle umane rivalità perché si è rinchiuso nel labirinto, separandosi dalle umane cose, nonostante studi e solfeggi di istituti e regole e codici umanissimi.

E c’è in questo passaggio qualcosa di verissimo e di autentico della biografia non solo di questo “giovane professore” ma del nostro paese e della sua politica. Dopo poche pagine biografiche, inizia la descrizione dell’ascesa in vetta del M5s, partito che Conte non avrebbe nemmeno votato, come ci fa sapere espressamente.

Le distopie di Grillo e Casaleggio

Le pagine su Gianroberto Casaleggio, del quale Conte parla per interposta persona non avendolo mai incontrato, e su Beppe Grillo sono assai gustose, perché si respira un solo apparente acuminato cerchiobottismo: in realtà, scavando tra le righe, si capisce che Conte reputa quella coppia una amalgama problematica, utopistica e soprattutto lato Casaleggio ispirata a modelli californiani che avrebbero poi virato verso la tecnodistopia, come avvertiva già negli anni Settanta Stefano Rodotà, anzi, Ro-do-tà Ro-do-tà Ro-do-tà, tanto per rimanere nel campo dei furtivi innamoramenti cinquestelle per immaginifici padri della patria.

Esaurito il quoziente biografico, si diceva, assistiamo al trionfo di Conte che passa da giovin professore a incaricato dal presidente Mattarella di formare un governo. Al Quirinale, ci fa sapere Conte, arrivò a bordo del taxi, mezzo che assieme alla bicicletta era solito usare per districarsi nel delirante traffico di Roma. Sarebbe stato un peccato se un ingorgo sulla Tiburtina ci avesse privato di cotanta figura di premier, arrivato con eccessivo ritardo sull’alto Colle e allora Mattarella avrebbe incaricato qualcun altro.

Ironie e lazzi per Giggino

Naturalmente in queste trecentottanta pagine si registra un aroma da romanzo di Musil, senza Musil ovviamente. C’è un carillon di personaggi che poi sono sempre lo stesso, Conte. Il Conte del governo giallo-verde, in compagnia della Lega, e il Conte giallo-rosso, non nel senso di “Covelli della Curva Sud” ma di amorose intese parlamentari tra M5s e Pd.

Il sottotitolo del libro è una scelta di campo, ormai Conte è fortissimo punto di riferimento del progressismo italico e in questo è stato oggettivamente geniale visto che ha hackerato l’intero schieramento di opposizione dimostrando molta più verve e molto più fiuto della immota Elly Schlein.

Il Conte dei decreti-Salvini, dei confini ermeticamente sigillati, sembra essere un altro Conte, un gemello trascolorato nelle nebbie di un passato solo immaginato. La vera costante, l’infrastruttura concettuale del tomo è però costituita dall’astio nei confronti di Luigi Di Maio. Ironie e lazzi sin dal suo insediamento quale potente ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro (ci fu l’accorpamento dei due ministeri all’epoca, una complicazione abissale). Lo irride sull’ottimismo con cui l’allora ministro disse di aver quasi risolto la crisi Ilva. Per carità, ha ragione Conte nel merito, ma quello era comunque un suo ministro e faceva parte del suo governo che presiedeva lui in quanto “avvocato del popolo” presidente del Consiglio.

Il vero sottotitolo

Il dente avvelenato, comprensibile, risiede nel tentativo di fargli le scarpe, Di Maio a Conte, quando Mario Draghi tentò di rimanere in sella e venne poi bruscamente disarcionato per troppa protervia e per eccessiva mancanza di esperienza, e di umiltà, nell’approcciare le segrete arti del parlamento.

Sarebbero invero molte le pagine di cui parlare illustrandole alla luce della dicotomia essere/dover essere. E in genere sono quasi sempre riconducibili al povero Di Maio, che ad esempio ha accusato il suo ex movimento di essere antieuropeista e anti-Nato, come leggiamo a pagina duecento. Ma che illazione, che gratuita cattiveria.

A pagina trecentootto, Conte se la prende invece con un’altra diceria che circola in danno del M5s: il filoputinismo. Conte ci spiega in alcune pagine perché non sarebbe vero, spiegazioni che appaiono necessitate ad uso di relazioni istituzionali e di credibilità internazionale.

C’è in particolare il titolo di un paragrafo che meglio di ogni altro sintetizza lo spirito del libro e che ne poteva essere il vero sottotitolo: “Progressisti a modo nostro”. Il progressismo di Schrödinger. Perfetto, come questo libro, per chi si sta preparando, almeno nei suoi desideri, a tornare a Palazzo Chigi.


Giuseppe Conte, Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, Marsilio 2026, 384 pagine, 19 euro.


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