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Brevi lezioni sull’amore e sulla morte (cioè sulla vita)

Di Simone Fortunato
27 Aprile 2026
Così due straordinari film dei maestri polacchi Wajda e Kieślowski insegnano a stare al mondo
Fotogramma del film “Il bosco di betulle” di Andrzej Wajda
Una scena del film Il bosco di betulle di Andrzej Wajda

Tomek è un ragazzo con gli occhi azzurri e i capelli lisci, biondi, quasi trasparenti. Un po’ pallido, lavora allo sportello delle poste e la mattina si alza all’alba per consegnare il latte al vicinato. Dice di studiare all’università e di conoscere tante lingue: il bulgaro, il francese, anche l’italiano, ma noi non lo vediamo mai studiare né smozzicare qualche parola straniera. Lo vediamo invece impegnato in quello che gli riesce meglio. Spiare. Lo fa ogni notte, dalla finestra del suo appartamento, puntando un cannocchiale sul balcone di Maria Magdalena che sta di fronte. La guarda vivere, la guarda amare altri, la guarda in tutto ciò che lei non sa di mostrare. Non è un “voyeur” nel senso clinico del termine: non c’è quel morboso di tanti film che conosciamo a memoria, da Hitchcock in giù. Tomek è qualcuno che non ha ancora imparato a sopportare la distanza tra sé e il mondo, e ha trovato in quell’occhio di vetro l’unica mediazione possibile. Che poi sarebbe il cinema.

Fotogramma del film “Il bosco di betulle” di Andrzej Wajda
Altra immagine da Il bosco di betulle

Breve film sull’amore, uno degli episodi del Decalogo di Krzysztof Kieślowski poi espanso in film autonomo, è tutto qui, in questo gesto elementare dalla portata carica di conseguenze. Un ragazzo che guarda una donna. Una donna che non sa di essere guardata. E, nel mezzo, la domanda più antica del cinema e forse della vita: si può amare qualcuno che non si conosce davvero, o si ama sempre e solo una propria proiezione?

Tomek mentre spia Magda in “Breve film sull’amore” di Krzysztof Kieślowski
Tomek mentre spia Magda in Breve film sull’amore di Krzysztof Kieślowski, espansione di un episodio del celebre Decalogo

Fantasie e interrogativi

È un film straordinario, questo del regista polacco. L’ho visto in occasione del Bergamo Film Meeting che a marzo mette insieme per una settimana rassegne bellissime: quest’anno c’era da vedere tutto Kiarostami e una personale dedicata ai film meno noti di un altro grande regista polacco, Andrzej Wajda. E poi, sul finire della kermesse, questa copia clamorosa di Breve film sull’amore che non vedevo da tempo. Che, certo, fa parte e in qualche modo non può prescindere dal Decalogo, ma che è anche opera a sé stante, quasi, appunto, un piccolo saggio sull’amore. Un ragazzo e una donna, bellissima. Lei, disillusa, forse inacidita dalle tante delusioni della vita; lui, nel pieno della giovinezza e nel pieno della promessa della vita. I sogni, le fantasie su questa donna misteriosa e inafferrabile, fino a quell’amore dichiarato come una scoperta bruciante e al tempo stesso come un grande interrogativo. Come potrò mai amare quella donna che non conosco, che mi fa anche un po’ paura eppure mi suscita così tanta tenerezza che quasi vorrei superare la distanza che si frappone tra di noi e accarezzare il suo bel volto rigato dalle lacrime? Sono le domande che il cuore di Tomek gira e rigira nel chiuso della sua stanza da ragazzo, prima di osare il grande incontro che lo porterà a una rivelazione amarissima.

Fotogramma di Breve film sull’amore di Kieślowski
Magda, la coprotagonista di Breve film sull’amore

Concepito e trattato da sempre come film-saggio sul rapporto tra spettatore e attore in scena, a uno sguardo più attento Breve film sull’amore (il titolo scelto per l’edizione italiana del 1988 è in realtà Non desiderare la donna d’altri) dice qualcosa di più, come suggerisce un finale che è al tempo stesso rivelazione amara e sintesi sofferta. Si ama solo da una certa distanza: il possesso indebolisce e impoverisce il nostro sguardo. E in effetti Tomek ama Magda non perché è bella, non perché è capace in qualche cosa, non per le cose che dice o che fa. La ama perché la vede piangere. Desidera farsi carico di quelle sofferenze, vicino a lei in quelle cadute.

Krzysztof Kieślowski
Il regista del Decalogo Krzysztof Kieślowski (1941-1996)

Una croce tra le betulle

Il bosco di betulle di Wajda è un altro universo, eppure parla della stessa cosa. Siamo nella Polonia prebellica, in una tenuta di campagna avvolta nel passaggio tra inverno e primavera – e già questa scelta stagionale è un gesto estetico preciso, quasi crudele: la natura si risveglia mentre un uomo muore. Stanisław arriva dal fratello Bolesław portando con sé la tubercolosi, un pianoforte e un’ostinata volontà di godere del tempo che gli rimane. È un personaggio che Wajda filma con affetto e con rispetto, senza pietismo: non è il morente che si consuma in solitudine e rassegnazione, ma uno che porta luce e disturbo, che si innamora, che suona e ride e vive con una intensità che il fratello sano, chiuso nel suo lutto per la moglie defunta, non riesce più a permettersi.

Andrzej Wajda (1926-2016, foto Ansa)
Il regista polacco Andrzej Wajda (1926-2016, foto Ansa)

Anche questo film è straordinario: dal punto di vista della messa in scena e anche dei temi, sembra cinema realista sovietico o tedesco orientale. Scenari bucolici, fotografia nitida, un racconto, mutuato da un romanzo, in cui la morte e la vita, con anche il suo portato di sensualità, vanno a braccetto. Eppure il film – uscito nel 1970 – è profondamente diverso da tanta parte del cinema propagandistico socialista. Intanto nel bosco di betulle vi è una croce. È quella della tomba della moglie di Bolesław e che, timida e silenziosa, occupa uno spazio ben definito nell’intrico delle betulle, quasi un’apparizione di luce tra i tronchi chiari che sembrano invece respingere i raggi del sole. E poi il personaggio di Stanisław, emaciato, pallido e che porta nella casa segnata a lutto del fratello una ventata di vita vera. Si fa portare un pianoforte, ama, corrisposto, una bella paesana e proprio in quel bosco segnato da presagi di morte. E poi sorride, con un riso sempre tiratissimo, lui sempre più pelle e ossa, fino alla sequenza – rappresentata come un’autentica deposizione cristiana – del martirio e della morte.

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È un film bellissimo, pieno di simbolismi non facili ma che rimandano, come tutti i film di Wajda, alla situazione politica della Polonia di quegli anni, schiacciata sotto il tallone del colosso sovietico. Un racconto di una gioventù tisica, che non riesce a respirare a pieni polmoni, sofferente e martirizzata, eppure così attaccata alla vita e alla promessa che essa fa ai cuori dei ragazzi.

Il bosco di betulle è il film più silenzioso e inatteso di Wajda, lontanissimo dalla sua vena epica e battagliera. È un film sulla morte come scandalo vitale, sulla morte che paradossalmente insegna ai vivi come si sta al mondo. Quando Stanisław si spegne tra quelle betulle bianche – alberi che nella tradizione slava hanno sempre avuto qualcosa di funebre e di sacro insieme –, Bolesław ha imparato qualcosa che non avrebbe imparato altrimenti: che il dolore chiuso non è fedeltà, è rimozione. Ed è un peccato mortale non condividere con il mondo e con le nuove generazioni l’aria libera che respiriamo e i crampi di dolore per cui soffriamo.

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