CSI: trent’anni dopo

Di Cristiano Carenzi
03 Ottobre 2026
Al castello di Villafranca ad ascoltare Giovanni Lindo Ferretti, che o lo ami o lo odi. Io lo amo e vi spiego perché
Giovanni Lindo Ferretti, storico leader dei Cccp, Roma, 11 settembre 2013 (foto Ansa)
Giovanni Lindo Ferretti, storico leader dei Cccp, Roma, 11 settembre 2013 (foto Ansa)

Giovanni Lindo Ferretti è lì, in piedi, quasi immobile con le mani dietro la schiena, con tutto il peso dei suoi 73 anni e canta «chi è stato, è stato, chi è stato non è. Chi c’è, c’è; chi non c’è, non c’è» e noi, all’ultimo viaggio dei CSI, c’eravamo.

Ci ritroviamo al castello di Villafranca in un numero sorprendente di persone (quasi diecimila) per la data più vicina a Milano del breve tour della reunion dei CSI (Consorzio suonatori indipendenti), creatura magica e conseguenza storica dei più punk CCCP, che hanno abitato la musica italiana negli anni Novanta proponendo suoni alternativi, dilatati e distorti, riconducibili al rock d’avanguardia.

Abituati al panorama musicale attuale, fatto di proposte facilmente digeribili e prive di spigoli, tutte queste persone radunate in un paesino fuori Verona, di lunedì, a sentire la band in forma quasi integralmente originale (con Simone Filippi alla batteria al posto di Cavalli Cocchi) costituisce un dato tutt’altro che trascurabile.

Il peso di Ferretti

Come nelle recenti date dei CCCP, c’è una band che suona, ma con un protagonista ingombrante. Giovanni Lindo Ferretti è sempre stato il perno centrale dei progetti a cui ha partecipato, e proprio nei CSI ha scritto una frase che lo sintetizza perfettamente: «Non fare di me un idolo, mi brucerò; se divento un megafono, mi incepperò».

Libero e in ricerca del vero, quindi coerente nelle sue scelte: per questo si è attirato nella vita diversi amori e odi per le sue posizioni politiche e religiose. In un mondo che predica coerenza, lui è passato da proclami provocatoriamente comunisti a una vita silenziosa e cattolica, ma sempre caratterizzato da alcuni tratti precisi: un conservatorismo profondo, uno smarrimento davanti al progressismo occidentale.

Nonostante la figura gigantesca, è anche quello meno in forma di tutti. Molti arrangiamenti suonati durante il concerto seguono un ritmo più lento rispetto alle versioni in studio, come ad adattarsi all’età di Ferretti. Cupe Vampe, dedicata alla Sarajevo sofferente di inizio anni Novanta, è più riflessiva, priva dello slancio distorto e arrabbiato dell’originale, come a ricordarci con desolazione che le violenze ai confini dell’Europa rimangono presenti.

Percorso cronologico

Il concerto è strutturato seguendo l’ordine cronologico degli album: si apre con l’omaggio a Guccini Noi non ci saremo e prosegue dall’album d’esordio Ko de Mondo fino a Tabula Rasa Elettrificata. Il pubblico è coinvolto, l’audio non è cristallino ma non ostacola la fruizione. La band è in forma, a parte qualche incertezza di Ferretti sugli attacchi di un paio di canzoni.

Ci sono picchi capaci di valorizzare tutti i musicisti: Maroccolo e il suo basso aprono A tratti; su Inquieto, Ginverca di Marco ci ricorda quanto sia eccezionale come voce; Canali trova spazio nell’altro omaggio della serata, E ti vengo a cercare di Battiato.

Si parte dal crollo dell’occidente del primo album, si passa per i terreni più acustici e politici dei Linea gotica, e infine si arriva ai muri di chitarre dissonanti (ma nitidi) di Tabula Rasa Elettrificata, dove verso la fine trovano spazio brani iconici come Unità di produzione e Depressione Caspica.

Il finale è la ciliegina sulla torta: le prime, poche parole di Ferretti che rivendica con ironia l’ottima forma dei CSI a trent’anni dalla loro nascita, e poi l’ovvia conclusione: M’importa ‘Nasega.

Che sembra un’eccellente risposta a tutto ciò che è stato detto su Ferretti negli ultimi anni: le posizioni politiche, le scelte di reunion accusate di essere mosse da motivi commerciali e così via. Come a dire: dite quello che volete, io dopo trent’anni sono ancora sul palco a regalare canzoni eccezionali a chi c’è ancora sotto il palco.

L’ostacolo CSI

C’è un dato importante che risponde a una domanda che mi sono chiesto: perché farsi un’ora e mezza di macchina per ascoltare i CSI? Sono la classica band che non propongo ai miei amici, vista la polarizzazione che genera. I CSI dividono per natura: o pensi “cosa diavolo sto ascoltando?” oppure ci entri profondamente. Io appartengo ovviamente al secondo gruppo, ma mi sono interrogato a lungo sul perché.

Il fatto è che i CSI propongono un ostacolo sonoro per molti (muri di chitarra distorta, arrangiamenti che non cercano la consonanza) ma superato il primo impatto, quello che trovi è musica che non accetta risposte facili sulla realtà. Musica che si interroga, che descrive a fondo quel che succede, che guarda le cose con inquietudine sincera. La figura di Ferretti (quello che ha scritto e come lo ha messo in musica) non cerca in alcun modo rassicurazioni. I CSI, creando atmosfere fuori dal tempo, congelate nella storia, pongono domande che disturbano ma che aiutano a guardare il contemporaneo.

«È stato un tempo il mondo giovane e forte
Odorante di sangue fertile
Dimora della carne, riserva di calore
Sapore e familiare odore
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio
Puzza il sangue versato è infetto».
(CSI – Del Mondo)

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