“La valle dell’Eden” sarà tra le cose migliori che vedremo in tv quest’anno

Di Carlo Simone
08 Ottobre 2026
La miniserie Netflix smentisce i timori della vigilia e si rivela opera elegante e rispettosa del capolavoro di Steinbeck. Discostandosene però per un tratto. Che riguarda il Male
Florence Pugh nei panni di Cathy Ames in “La valle dell’Eden”, la serie tv di Zoe Kazan ispirata all’omonimo romanzo di John Steinbeck disponibile su Neflix dal 1° ottobre
Florence Pugh nei panni di Cathy Ames in La valle dell’Eden, la serie tv di Zoe Kazan ispirata all’omonimo romanzo di John Steinbeck disponibile su Neflix dal 1° ottobre

Da profondo estimatore di John Steinbeck, se c’era una cosa di cui ero preoccupato nei mesi scorsi era la serie targata Netflix su La valle dell’Eden (East of Eden, 1952), uscita il primo ottobre. Invece, il buon John deve aver vegliato da lassù; o, più semplicemente, sarà che quelli della N rossa hanno recepito che “go woke, go broke”. Insomma, sarà come sarà, ma credo che La valle dell’Eden sia una delle cose migliori che vedremo in tv quest’anno.

La felice miniserie di Zoe Kazan (nipote del grande regista Elia Kazan, dietro la macchina da presa del primo adattamento cinematografico di East of Eden nel 1955, starring James Dean) si può riassumere in una grande, disusata parola: rispetto. Termine che, come insegna il latino, viene dal verbo respicere: fermarsi a guardare, osservare con attenzione. Zoe Kazan e i suoi devono averlo letto bene, il romanzone di Steinbeck, con le sue settecento e passa pagine non tanto ricche d’azione, quanto di anima, di pochi ma grandi personaggi. Una storia, dunque, non così facile da mettere in scena: infatti il film di nonno Kazan si concentrava solo sull’ultima parte del romanzo, inventando un film di pregevole fattura artistica, ma poverissimo rispetto al capolavoro dello scrittore californiano.

La nipote Zoe, invece, è riuscita in sette episodi a non sacrificare i passaggi essenziali della trama originaria, e soprattutto a non far sfumare la particolarissima natura dolceamara dei protagonisti, uomini (e due donne) mai a posto, ma mai fermi; esseri umani alle prese con la più grande domanda del mondo: ma io sono voluto bene?

Quel «mostro» di Cathy Ames

Dove la miniserie tende a discostarsi maggiormente dal romanzo è attorno al personaggio di Cathy Ames. Il mio timore in estate era di ritrovarmi Cathy tramutata in un’icona femminista, una specie di antesignana di OnlyFans: in realtà, un adattamento rispetto al romanzo c’è stato, ma di diversa natura.

Infatti, quel «mostro» (cit.) di Cathy, certamente il personaggio più perturbante del romanzo, da settant’anni inquieta i lettori di Steinbeck con una malvagità inaccettabile, perché tetragona e apparentemente irredimibile. L’impressione, vedendo la miniserie, è che Cathy venga sì rappresentata con la necessaria durezza, ma che al contempo si cerchi di comprenderla, come se il male da lei compiuto fosse in fin dei conti frutto di quello ricevuto.

Da sinistra Christopher Abbott, Mike Faist e Florence Pugh nella miniserie “La valle dell’Eden” (2026)
Da sinistra Christopher Abbott, Mike Faist e Florence Pugh nella miniserie La valle dell’Eden (2026)

Il che è l’esatta dinamica raccontata da Steinbeck nel proprio romanzo, per quanto riguarda tutti gli altri personaggi; mentre Cathy nel libro si distingue per una sorta di malvagità dostoevskiana, atavica, intrinseca, fastidiosamente inspiegabile, o comunque non facilmente psicanalizzabile; e senza quei rimpianti amorosi che paiono caratterizzare le ultime scene della miniserie. Forse si è trattato soltanto di una scelta di regia per avvicinare Cathy al pubblico; e la stessa Florence Pugh, che la interpreta, ha dichiarato che nelle intenzioni c’era quella di rendere Cathy «umana», in modo da portare il pubblico a «sentirsi nei suoi confronti in modo diverso».

Un mistero difficile da affrontare

Ma mi viene anche da pensare che proprio in questo si celi un tratto caratteristico del nostro tempo: l’incapacità di accettare l’esistenza del Male in quanto tale, parallelo, ma non identico, a quello che ereditiamo dai nostri padri e che riproduciamo. Il circolo vizioso del secondo possiamo vincerlo, come afferma quel timshel, «tu puoi», che riecheggia a più riprese nel romanzo e nella miniserie; il primo, invece, ci risulta più indigesto, perché non ci sono strategie (umane) che bastino ad averne ragione.

Ecco, io credo che, scrivendo di Cathy, Steinbeck abbia voluto ficcare il naso in un mistero che i suoi parametri laici e umanistici di comprensione del mondo non potevano riuscire a ricomprendere: e ce lo abbia riportato, descrivendolo con fuoco e fiamme. Forse Zoe Kazan ha preferito fermarsi un metro prima, sulla soglia dell’umanamente comprensibile.

La versione cinematografica che mancava

Ma tutto questo non disturba né rovina il risultato complessivo di una miniserie rispettosa dell’originale, elegante a livello visivo e musicale, recitata ad altissimi livelli sia dai protagonisti (convincente la prima generazione di “Caino e Abele”, Christopher Abbott e Mike Faist) che dai comprimari (Hoon Lee su tutti, ma anche Jack Berry nei panni di “nonno” Will Hamilton e Martha Plimpton in quelli di madame Faye).

Soprattutto, una miniserie capace di commuovere, senza cedere di un centimetro al patetico, né a facilonerie insulse. È la versione cinematografica che al romanzo preferito da John Steinbeck finora mancava: e chissà che non aiuti a far cambiare idea ai suoi incalliti detrattori, qualora, a distanza di settant’anni, ancora ce ne siano.

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