La borsa e la vita
Fine spesa mai. Il prezzo ingiusto della nostra giustizia
Sorteggio o no, due Csm oppure uno. Al di là del merito tecnico del quesito referendario sulla riforma Nordio che punta a modificare l’autogoverno della magistratura per separarne le carriere – e non più soltanto, provvisoriamente, le funzioni – a pochi giorni dalla consultazione è forse opportuno fare una riflessione sui numeri della giustizia italiana e sull’impatto che il suo (mal)funzionamento ha sulla nostra economia.
Chi più spende, più spende
Partiamo dai costi vivi: per il funzionamento “ordinario” di tribunali e procure gli italiani spendono circa 112 euro per abitante (i dati provengono dal “Quadro di valutazione Ue sulla giustizia” e sono relativi al 2022), contro i 104 della Francia e i 98 della Spagna, a fronte di una durata dei processi penali di 989 giorni (la media Ue è di 390) e di 2.031 per quelli civili (in Europa ce ne vogliono mediamente 586). Cifre che denunciano una cronica insufficienza – più che di risorse – di organizzazione della macchina giudiziaria, e che mettono in luce sia una elevata tendenza alla lite tra privati, sia un carico di inchieste di rilevanza penale che oltre a drenare buona parte delle risorse messe a sistema finisce per ingolfare le corti.
Errori miliardari
C’è poi il capitolo malagiustizia. In cima alla lista ci sono i casi clamorosi di Beniamino Zuncheddu, l’ex pastore sardo rimasto in carcere da innocente per ben 33 anni, e quelli di Giuseppe Gulotta (22) e Angelo Massaro (21), tutti accusati di efferati delitti in realtà commessi da altri. Storie che rappresentano la punta di un iceberg fatto di indagini sommarie, intercettazioni male interpretate, piste arbitrariamente scartate: il sito errorigiudiziari.com, curato dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, da anni monitora il fenomeno. Ebbene, tra ingiuste detenzioni ed errori nei giudizi dal 1991 al 31 ottobre del 2025 i casi di malagiustizia accertati in Italia sono stati 32.484, per una media di circa 928 l’anno, con costi economici rilevantissimi per lo Stato: oltre un miliardo (per la precisione 1.011.525.925 euro). Cifra da considerare per difetto, perché nel computo mancano le somme impegnate per i risarcimenti delle annate 2023, 2024 e 2025.
Investitori alla larga
La somma di inefficienza della macchina giudiziaria e della facilità con la quale la magistratura italiana incappa in errori finisce per portare a un ulteriore aggravio dal punto di vista dei costi per il sistema Italia. Non soltanto quelli messi a bilancio dallo Stato per l’amministrazione della giustizia, e nemmeno la voce aggiuntiva degli indennizzi: c’è infatti da conteggiare quell’effetto repellente che tante magagne hanno su chi voglia investire nel nostro paese.
Negli anni scorsi, l’Ocse ha a più riprese sottolineato come, a fronte di uno stanziamento per il funzionamento dei tribunali pari allo 0,2 per cento del Pil (equivalente a quello della Svizzera), le corti italiane continuassero a registrare tempi quattro volte più lunghi per lo svolgimento delle cause. Ma quando una controversia commerciale o un procedimento penale si protraggono a non finire, chi può sta alla larga: una giustizia lenta e ad alto rischio di errori è un disincentivo per le grandi imprese internazionali a investire in Italia.
Per decidere se lanciarsi nel nostro paese, tutto sommato, è sufficiente che un capoazienda straniero valuti i dati raccolti dal World Justice Project nel 2023, citati anche da Mario Draghi nel suo rapporto Ue sulla competitività: ne emerge che otto tra i dieci paesi che hanno ottenuto il punteggio più alto al mondo per l’applicazione dello Stato di diritto sono europei, ma che tra essi non c’è l’Italia, tristemente relegata al trentaquattresimo posto in compagnia di nazioni come Costarica e Barbados.
Un conto da un punto di Pil
Già una decina di anni fa il Fondo monetario internazionale sottolineava come un sistema giudiziario efficiente migliori il clima d’affari e incentivi l’afflusso di capitali dall’estero. Viceversa, l’uso frequente di misure cautelari quali il sequestro di beni, dei conti correnti e delle stesse quote societarie – a fronte di esiti giudiziari che spesso negano le premesse d’indagine – portano all’impossibilità di pagare dipendenti e fornitori, blocca gli investimenti, fa perdere commesse e quote di mercato e in definitiva aumenta il rischio concreto di fallimento di un’azienda.
Se per le imprese italiane le alternative sono poche, per quelle estere un modo per evitare tutto questo c’è: guardare altrove. Numerosi studi convergono su una valutazione economica di questo fenomeno: scontiamo circa un punto di Pil a causa dei mancati investimenti dall’estero riconducibili alle incertezze legate al sistema giudiziario. Considerato un prodotto interno lordo che oscilla tra i 2.200 e i 2.300 miliardi di euro l’anno, significa aver dirottato altrove circa 22 miliardi di risorse. L’equivalente di una media legge di bilancio.
E chi resta paga
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalle imprese italiane, quelle che appunto non hanno altra scelta che provare a prosperare nel paese d’appartenenza. I numeri sono un po’ datati (Cgia 2010), ma sono spesso tornati in queste settimane nel dibattito referendario. Nulla però fa credere che negli ultimi tre lustri la situazione sia radicalmente cambiata, anzi. L’elaborazione dell’associazione degli artigiani di Mestre portava a un aggravio per le imprese italiane di 2,6 miliardi di euro imputabili al cattivo funzionamento dei tribunali. Cifra ottenuta sommando i costi dei ritardi nelle procedure fallimentari come in quelle civili di primo e secondo grado, oltre alle spese burocratiche.
Nel 2024 una ricerca dell’Ocse metteva in evidenza che «la debole efficienza giudiziaria italiana contribuisce alla bassa produttività delle imprese, scoraggia gli investimenti privati esteri e rallenta la crescita». Già nel 2014 un altro studio intitolato Judicial System Reform in Italy – A Key to Growth, redatto dal Fmi, sottolineava a sua volta come un dimezzamento dei tempi di giudizio avrebbe potuto garantire un incremento della dimensione media delle imprese italiane dell’8-12 per cento. Dove imprese italiane più grandi significa maggiore capacità di conquistare quote di mercato più rilevanti, ma anche di resistere alla pressione dei concorrenti esteri, di creare posti di lavoro e generare profitti che poi alimentano il gettito fiscale. Sarebbe un guadagno per tutti e non quel salatissimo conto che ci troviamo puntualmente a pagare.
Articoli correlati
1 commento
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
Purtroppo ho avuto anche fare con la giustizia.
La prima volta per un licenziamento ingiustificato dove ho perso perché era la volta che doveva vincere la controparte
La seconda volta per aver affittato un ufficio a una società che non pagava.
Il ricorso in tribunale sarebbe durato tempi biblici. Quindi il mio legale ha preferito arrivare a un accordo dove ho perso un somm