Quella strana concordia tra il principe riformista saudita e il muftì ultraconservatore

Di Rodolfo Casadei
05 Ottobre 2025
Perché il controverso Al-Sheik, massimo interprete dell’islam più rigido, non si è mai messo di traverso ai cambiamenti voluti da Bin Salman nel regno. Tanto da meritarsi, ora che è morto, pubblici onori e celebrazioni
Il principe della corona saudita Mohammed bin Salman con il gran muftì Abdulaziz al-Sheikh
Il principe della corona saudita Mohammed bin Salman (a sinistra) con il gran muftì Abdulaziz al-Sheikh, scomparso il 23 settembre scorso, Riad, 19 novembre 2018 (foto Ansa)

Una delle strade principali di Riyad cambierà nome e sarà intitolata ad Abdulaziz al-Sheikh, il gran muftì ultraconservatore dell’Arabia Saudita scomparso a 84 anni il 23 settembre scorso: lo ha decretato Mohammed bin Salman, principe della corona e di fatto guida del paese. Il dispaccio della Saudi Press Agency che lo comunica spiega che la direttiva costituisce il riconoscimento del valore dello studioso e dei significativi contributi che ha arrecato all’Arabia Saudita, all’islam e a tutta la comunità musulmana. Subito dopo il decesso dell’autorevole e discusso personaggio il principe aveva guidato una preghiera per il defunto in una grande moschea di Riyad (altri esponenti della famiglia Saud hanno guidato preghiere funebri per il deceduto gran muftì alla Mecca e a Medina).

Tutte le volte che Al-Sheikh lasciò fare

Detto in altre parole, l’uomo che più ha fatto nell’ultimo decennio per liberalizzare l’islam saudita ha provveduto a consacrare la memoria del massimo interprete contemporaneo del wahabismo, cioè dell’uomo che più di tutti per la maggior parte della sua vita ha applicato con la massima rigidità la versione saudita dell’islam, quella che ha popolarizzato nel mondo l’immagine di una religione retrograda e fanatica che giustificava – fra le altre cose – la distruzione di tutte le chiese esistenti nella penisola arabica, il matrimonio con bambine di 10-12 anni, l’abbattimento di monumenti e l’eliminazione di ogni espressione figurativa, il divieto per le donne di guidare l’automobile e di uscire di casa senza l’accompagnamento di un parente maschio.

Mbs (l’acronimo con cui è noto Mohammad Bin Salman) ha contraddetto le fatwa e altri pronunciamenti informali del gran muftì emanando decreti che permettevano alle donne di prendere la patente e guidare veicoli e a tutti di assistere a proiezioni cinematografiche e a concerti poco dopo che Abdulaziz al-Sheikh aveva espresso la sua contrarietà a tali ipotetiche aperture. Perché ha deciso di onorarne la memoria? Per la semplice ragione che lo studioso e presidente della presidenza generale della ricerca accademica e dell’Ifta come pure del Consiglio degli studiosi anziani e del Consiglio supremo della Lega musulmana mondiale si è sempre adeguato senza fiatare alle decisioni che emanavano dal membro più politicamente potente della famiglia Saud.

Il depotenziamento della polizia religiosa

Per esempio dopo aver difeso per anni il divieto per le donne di mettersi alla guida perché ciò le avrebbe «esposte al male» (pur ammettendo che nella sharia un tale divieto non era rinvenibile), nel 2018 appoggiava la decisione di Mbs di rimuovere il bando. Due anni prima aveva tacitamente approvato la riforma più gravida di conseguenze per la società saudita decisa dal re su istanza del principe della corona: la drastica riduzione dei poteri della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ovvero della polizia religiosa. Creata nel 1940, era diventata un’istituzione estremamente aggressiva e intransigente a partire dal 1979, l’anno della rivoluzione khomeinista in Iran e del Risveglio islamico in Arabia Saudita, movimento che aveva imposto riforme neo-wahabite in tema di libertà religiosa e di diritti delle donne.

Arab News, giornale di proprietà di Turki bin Salman, fratello del principe Mohammed, così descrive gli eventi relativi alla polizia religiosa: «Distruggevano strumenti musicali, facevano irruzione nei saloni di bellezza, rasavano teste, frustavano persone, bruciavano libri senza che nessuno potesse controllarli, fino a quando l’11 aprile 2016 non è stata presa una decisione inaspettata. Il governo saudita ha emesso un decreto reale che ha privato la polizia religiosa dei suoi privilegi, vietando ai suoi membri di perseguire, interrogare, chiedere documenti, arrestare e detenere chiunque sia sospettato di un crimine. Ora sono obbligati a riferire alla polizia e alle forze di sicurezza, se necessario».

Il ruolo consultivo e il timore della repressione

Il Consiglio degli studiosi anziani di cui era presidente Abdulaziz al-Sheikh lasciò fare. Effettivamente è sempre stato un organo consultivo, perché nel paese la casa regnante gode di potere assoluto, ma nessuno dopo il ’79 si era mai sognato di sfidarlo emanando decreti che contraddicevano suoi pronunciamenti o che indebolivano la sua egemonia sul mondo dell’educazione, sui costumi e sugli studi religiosi. Ma è quello che è successo a partire dal 2016, quando in stretta sequenza si sono succedute l’abolizione del divieto alle donne di guidare, la reintroduzione dell’educazione fisica per le ragazze a scuola, l’apertura del regno al turismo dall’estero, una liberalizzazione dell’abbigliamento femminile e la soppressione dell’obbligatorietà dell’autorizzazione da parte di un custode maschio alle donne che intendevano lavorare, condurre vita sociale, viaggiare in patria o all’estero (2019).

L’acquiescenza da parte dell’anziano sceicco si può spiegare in due modi: con un profondo senso di lealtà allo Stato, ma anche con il timore di subire un’implacabile repressione in caso di dissenso manifesto. All’apparizione dell’Isis il chierico si pronunciò in termini molto duri contro le sue azioni e il suo progetto di resuscitare il califfato, benché la teologia del gruppo terroristico fosse perfettamente sovrapponibile a quella wahabita. Il suo nome fu inserito in una lista di personalità che l’Isis annunciò di voler eliminare. Effettivamente Al-Sheikh stava privilegiando la sua lealtà alla famiglia regnante saudita rispetto a questioni dottrinali.

Il pugno duro del progressista Mbs

Non c’era invece il suo nome nella lista di religiosi il cui arresto Mbs ordinò fra il 2017 e il 2018, l’epoca delle purghe che riguardarono membri della famiglia reale, uomini d’affari, militari, attivisti dei diritti civili e figure religiose sia liberali che conservatrici come gli sceicchi Salman al-Awda, Awad al-Qarni, Ali al-Omari, Ahmad al-Khalidi, Abdulaziz al-Tarefe e molti altri per un totale stimato di almeno 15 figure di rilievo.

Ha scritto il New York Times: «Parallelamente ai radicali cambiamenti sociali, il principe ha coordinato una repressione del dissenso, riducendo le scarse libertà politiche che un tempo esistevano nel regno. Ciò ha incluso la repressione delle critiche da parte dei conservatori religiosi, molti dei quali sono stati arrestati dopo aver denunciato i rapidi cambiamenti. I religiosi ufficiali come il gran muftì si sono generalmente adeguati».

La riforma più ambiziosa

Adeguarsi ha significato non opporre resistenza a riforme epocali iniziate con la limitazione dei poteri della polizia religiosa e proseguite con la restrizione della facoltà dei giudici di interpretare la sharia, la riduzione della quantità di studi religiosi obbligatori nelle scuole e l’abbandono di fatto della segregazione di genere nella vita pubblica.

Il più ambizioso progetto di riforma religiosa che Mbs intende portare a termine nell’immediato futuro è quello di filtrare centinaia di migliaia di detti (hadith) attribuiti al profeta Maometto – utilizzati per secoli dagli studiosi come fondamento delle sentenze religiose e giuridiche – per creare una raccolta definitiva che costituisca la base di un moderno sistema legislativo. Come scrive il Financial Times, «questo esercizio limiterebbe la capacità di chierici e giudici di imporre sentenze arbitrarie derivanti dalla propria interpretazione dell’islam e contribuirebbe a creare un sistema giuridico standardizzato basato sulla sharia, in cui le leggi siano più chiare e prevedibili. Il principe ereditario ha affermato in un’intervista televisiva del 2021 che solo le affermazioni supportate da una catena di attribuzione affidabile – che a suo dire erano “molto poche” – potrebbero essere utilizzate come base per leggi o sanzioni». Il risultato equivarrebbe quasi alla fondazione di una nuova religione…

@RodolfoCasadei

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.