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Il sublime con i piedi per terra. Una mostra a Brescia

Di Marco Bona Castellotti
26 Novembre 2024
Omaggio al Rinascimento per nulla provinciale della Leonessa, che seppe rendere il sacro e il lirico con vivo realismo e nessun grillo per la testa
Alessandro Bonvicino detto Moretto, Fortunato Martinengo, 1539-40, Londra, National Gallery
Alessandro Bonvicino detto Moretto, Fortunato Martinengo (particolare), 1539-40, Londra, National Gallery

A mia memoria, nessuna delle mostre dedicate alla pittura a Brescia nel Cinquecento – capitolo dell’arte italiana che giustifica il titolo di “scuola” accordato alla Leonessa – si è inoltrata a scandagliare così nel profondo la compagine culturale dell’età rinascimentale, che si estende “simbolicamente” dal Sacco del 1512, o meglio dal 1516 con il ritorno del dominio veneziano, al 1550 circa. Il risultato delle indagini è compatto, sì da premiare un progetto “a tema”, che per ampiezza rischiava di sfilacciarsi. Ciò non significa che l’unità si ottunda nell’uniformità e che le diverse posizioni critiche siano soggette a un codice pianificatore; qui l’unità è corale, merito anche dell’impegno dei curatori.

Il corpus di questa attraente mostra, suddivisa in cinque sezioni i cui titoli, sterminio, devozione, armonia, virtù, affanni, corrispondono a testi scritti o compulsati da Fortunato Martinengo (Arco di Trento 1512-Vienna 1552), è di quaranta opere super selezionate, dipinti, strumenti musicali che caratterizzano un’aristocrazia assetata di svaghi, armi, una medaglia d’ambigua lettura.

Giovanni Girolamo Savoldo, Pastore con Flauto, 1540 ca., Los Angeles, Paul Getty Museum
Giovanni Girolamo Savoldo, Pastore con Flauto, 1540 ca., Los Angeles, Paul Getty Museum

Martinengo, poliedrico e inquieto

Fortunato Martinengo è il fulcro intorno al quale ruota tutto. Intellettuale poliedrico ed enigmatico, il Martinengo è ritratto in un bellissimo quadro del pittore Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1539-40) proveniente dalla National Gallery di Londra. La dettagliata scheda del catalogo, redatta da Roberta d’Adda, lo descrive minuziosamente e ne interpreta l’indole, mettendo in evidenza molto più di quanto a noi, puri osservatori, balzi all’occhio, cioè un gentiluomo sfarzosamente abbigliato, che sorregge la testa con la mano destra, il gomito poggiato su due cuscini di raso, adagiati su un tavolo dove sono sparse monete antiche e altre cose.

Lo sguardo, ma direi l’aria del Martinengo è indizio di un atteggiamento che è passato al vaglio della critica come nessun altro nella sfilata dei ritratti bresciani. Risalta nel Martinengo un’impronta di malinconia pensosa e forse di insoddisfazione, cui sono stati attribuiti significati disparati. Poco aiuta il motto in lettere greche che spicca sul berretto, traducibile in “ahimè, troppo desidero”. Fatto sta che la cultura del nobile bresciano e l’entourage stesso delle sue frequentazioni dirigono verso ambienti aperti al pensiero teologico di Erasmo da Rotterdam e a correnti riformate, in linea con posizioni eterodosse che pullulavano in Europa. Uno dei sodali del Martinengo fu financo tacciato di eresia.

Alessandro Bonvicino detto Moretto, San Rocco medicato da un angelo,1545 ca., Bucarest, Szepmuveszti Museum
Alessandro Bonvicino detto Moretto, San Rocco medicato da un angelo,1545 ca., Bucarest, Szepmuveszti Museum

«Solo e lordo come un furfante»

Al di là dei rapporti personali, è la natura umana del conte a rifuggire da rigide classificazioni, sì che è doveroso domandarsi perché egli, in anni estremi della vita, secondo le fonti, abbia abbandonato «Platone per Cristo» e sia rimasto «solo e lordo come un furfante».

Il Martinengo fu uno dei protagonisti più intriganti dell’inquieto, ma non troppo, Rinascimento bresciano. A fronte di ipotetiche deviazioni, maturate in una cerchia ristretta e ininfluente di intellettuali, la cultura figurativa dominante in questo Rinascimento per nulla provinciale si concentra nella celebrazione di tematiche sacre, rese con assoluto rigore dottrinale e un vivo senso della realtà. Di fughe eterodosse nemmeno l’ombra.

Romanino, Ritratto di uomo in armatura con cappello piumato e spadone, 1514-1515, New Orleans, Museum of Arts, Kress collection
Romanino, Ritratto di uomo in armatura con cappello piumato e spadone, 1514-1515, New Orleans, Museum of Arts, Kress collection

Una punta di malinconia

Il realismo che pervade la pittura a Brescia sgorga piuttosto da «una naturale predisposizione a tradurre in immagine le istanze realistiche della sensibilità religiosa del tempo» (Frangi), ed è la manifestazione di una fede concreta e costruttiva (Piazza), non di uno spiritualismo astratto, fede in cui la devozione concilia sovrannaturale e naturale, eventi miracolosi e fanciullesco stupore, forza di testimonianza e tenerezza di affetti.

Ne sono la prova quadri bellissimi, quali l’Apparizione della Madonna al ragazzino sordomuto Filippo Viotti (1535), pala di Paitone, o il San Rocco medicato da un angelo bambino (1545), o il Cristo eucaristico fra i santi Bartolomeo e Rocco, di Moretto. E anche quando si tratta di dipinti di soggetto profano, tipo lo stupendo Pastore con flauto (1540) di Savoldo, quanto di lirico vibra nel dolce suono del flauto, i cui sottilissimi fremiti nascondono sempre una punta di malinconia, non si disperde nell’etere, ma è per dir così trattenuto in terra da un pastore suonatore, contadino di stagna corporatura bresciana e senza grilli per la testa.

La malinconia è un po’ connaturata alla gente di Brescia, come testimonia il mirabile ritrattino che Carlo Emilio Gadda, ispirandosi a una barzelletta plebea, ritaglia addosso a un nobiluomo bresciano immaginario ormai vecchio, tale Ubaldino di Bertù (in Il primo libro delle favole, Milano, Garzanti 1992). Questi è colto durante una specie di amaro mugugno, proferito a labbra socchiuse e indotto da un antico approccio amoroso respinto. «Qua seri bô de dàghel [capace di darglielo], seri miga bô [non ero capace] de dighel: dess [ora] che so bô de dighel, so pü [più] bô de dàghel».

C’è poco da ridere.

Alessandro Bonvicino detto Moretto Apparizione della Madonna al ragazzino sordomuto Filippo Viotti
1535 ca.
Paitone, Santuario della Beata Vergine
Alessandro Bonvicino detto Moretto, Apparizione della Madonna al ragazzino sordomuto Filippo Viotti, 1535 ca. Paitone, Santuario della Beata Vergine
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Il Rinascimento a Brescia. Moretto, Romanino, Savoldo. 1512-1552

Brescia, Museo di Santa Giulia, sino al 16 febbraio 2025

Mostra a cura di Roberta D’Adda, Filippo Piazza, Enrico Valseriati e organizzata da Fondazione Brescia Musei. Catalogo Skira, con saggi di Valseriati, Piazza e Fabrizio Pagnoni, Marco Faini, Marco Bizzarini, Elisabetta Selmi e altri.

Per informazioni: bresciamusei.com

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