L’eterno ritorno della politica di potenza

Di Carlo Marsonet
16 Ottobre 2026
Il saggio di Hans J. Morgenthau ci offre una visione disincantata (ma non per questo irrealistica) della politica
(Foto Ansa)

Hans J. Morgenthau (1904-1980) è stato uno dei più importanti teorici delle relazioni internazionali del secolo scorso. Cresciuto in una famiglia della borghesia ebraica, Morgenthau studiò in alcune delle più prestigiose università tedesche. Dopo essere riparato a Ginevra e aver girato per l’Europa per qualche anno, da Madrid ad Amsterdam passando per Parigi, lo studioso approdò negli Stati Uniti dove sarebbe rimasto poi per tutta la vita a insegnare e a fare da consulente, fino alla guerra del Vietnam a cui si era opposto, presso il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Difesa.

Al 1946 risale Scientific Man versus Power Politics, un testo in cui Morgenthau critica la fede scientista che infetta le scienze sociali americane del tempo. La sua opera più importante è invece di due anni dopo: in Politics Among Nations l’autore esprime la propria visione realista della politica internazionale. Insieme a Reinhold Niebuhr viene ancora oggi considerato il padre del “realismo politico” delle relazioni internazionali.

Nessuna formula rassicurante

Da poco uscito nella collana “Scienza politica e Teoria politica” diretta da Damiano Palano, L’eterno ritorno della politica di potenza offre un prezioso spaccato del pensiero di Morgenthau. Si tratta di dodici saggi, apparsi originariamente su riviste e in volume tra il 1945 e il 1975, curati da Lorenzo Zambernardi, professore ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Bologna (sede di Forlì).

Sebbene ancora oggi Morgenthau venga considerato intellettualmente ambiguo e controverso, causando diverse interpretazioni, la sua lente analitica realista continua a brillare. E lo fa, come ricorda il curatore della raccolta dei suoi scritti – autore peraltro di un importante lavoro a lui dedicato: I limiti della potenza. Etica e politica nella teoria internazionale di Hans J. Morgenthau (Il Mulino) –, a partire dalla visione disincantata che offre della politica. «Morgenthau – scrive Zambernardi – non offre formule rassicuranti né soluzioni definitive. Ci ricorda, piuttosto, che la politica nasce dall’incertezza, che il potere non può essere eliminato e che anche le azioni compiute in nome del bene possono produrre il male».

Nessuna pretesa idealistica

La sua argomentazione muove da un assunto di base, e cioè che l’essere umano è caratterizzato da limiti costitutivi e insormontabili di carattere gnoseologico. La consapevolezza di tale fallibilismo epistemologico gli consente, in primo luogo, di non idealizzare la politica: essa non solo non può avere carattere salvifico, ma è fatta da uomini, per natura ignoranti, fallibili e non totalmente razionali. Crolla alla radice, allora, qualunque pretesa razionalistica (idealistica) di poter costruire un mondo retto da nobili fini.

Scrive proprio Morgenthau in un saggio dal titolo emblematico (Il male della politica e l’etica del male):

«Poiché, tuttavia, la realtà è dominata da forze indifferenti, se non del tutto ostili, ai dettami della ragione, un abisso incolmabile separa in modo permanente le regole dell’etica razionalista dalla realtà dell’individuo».

Tra l’altro, prosegue lo studioso, le azioni degli individui possono condurre a esiti assai diversi rispetto a quelli auspicati e sperati: le conseguenze inintenzionali dell’agire umano sfuggono a qualsiasi previsione. Ma c’è di più. Non solo è errato, ma soprattutto controproducente idealizzare lo stesso essere umano. Morgenthau richiama sul punto il noto pensiero di Blaise Pascal: ritenere l’uomo una creatura angelica conduce al suo opposto. Ecco perché qualunque progetto razionalistico è destinato a infrangersi contro il muro della realtà umana.

Prudenza e virtù

L’essenza della politica, afferma Morgenthau, è una e una soltanto: e cioè l’aspirazione a esercitare il potere sugli altri. Ciò non significa che bisogna rinunciare all’azione. Va però sempre tenuto a mente di cosa si tratta quando ci si muove nel campo della politica: qualcosa di tendenzialmente sporco – esercitare il potere su gli altri, concepiti come mezzi per fini propri, non è poi così commendevole, no? Se così è, serve prudenza e virtù: sapendo che il potere è male, e che la politica si fonda sulla ricerca del potere, bisogna «tentare di scegliere, tra le diverse azioni possibili, quella meno malvagia».

Data la realtà che esiste e che non può essere cambiata, a partire dalle pulsioni egoistiche dell’uomo e dalla natura della politica medesima, si tratta allora di non farsi irretire dalle sirene dell’etica delle intenzioni, ma di farsi guidare prudentemente dall’etica della responsabilità.

Una scienza politica degna di questo nome

Come sottolinea Zambernardi, Morgenthau è stato uno studioso eclettico, diciamo pure uno scienziato sociale completo: filosofia, diritto, storia del pensiero politico si intrecciano nei suoi studi per dare vita a una scienza politica degna di questo nome.

E proprio a questo tema lo studioso tedesco dedica il saggio Riflessioni sullo stato della scienza politica. «La distinzione tra teoria politica e scienza politica è in sé insostenibile. Se non è teorica, la scienza cessa di essere tale». Il che non significa, come egli stesso rimarca, che la teoria si possa staccare dalla realtà empirica. Significa, piuttosto, che senza categorie concettuali e basi storico-filosofiche solide, la scienza politica diventa insostenibilmente leggera e priva di utilità.

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