Casca il mondo
Sologamia e l’illusione dell’“amore assoluto”
Il testo che segue è tratto dalla puntata settimanale di “Casca il mondo”, la newsletter di Annalisa Teggi riservata agli abbonati di Tempi. Abbonati per riceverla ogni giovedì.
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Sposarsi nella propria terra natale con i piedi nell’acqua del mare, prima di morire. Il primo settembre Marina ha realizzato questo sogno in Salento. Aveva accanto le due figlie di 4 e 17 anni e gli amici più cari. E dentro la carne la stretta micidiale di un rabdomiosarcoma alveolare sostanzialmente incurabile. Al suo fianco, vicino al tavolo addobbato che fungeva da altare, non c’era nessuno, anche se tutto era curato nei dettagli come in un matrimonio da favola. Vestito bianco e musica, fiori e il tocco magico di un wedding planner.
Sologamia, esiste questo neologismo. Marina si è infilata un anello al dito e ha sposato se stessa, promettendosi di amarsi e onorarsi nella gioia e nella tristezza. Un atto di amore assoluto, ha commentato commosso uno dei presenti. Forse non si è accorto dell’ossimoro, o forse è proprio la verità. Amore è un ardente bisogno di legame, assoluto significa sciolto da ogni legame. Quest’amaro cortocircuito è la sologamia, cantata benissimo da Miley Cyrus. Posso comprarmi dei fiori, scrivere il mio nome sulla sabbia, parlo da sola per ore, posso portarmi a ballare e posso tenermi la mano. Sì, posso amarmi meglio di te.
Se uno fa la prova empirica di tenere per mano se stesso, s’imbriglia come in un abbraccio da camicia di forza. È un girotondo molto stretto. Posso amarmi meglio senza un tu? La mattina o la sera, davanti allo specchio che c’incatena a un primo piano solitario, è dura che sbocci un sogno d’amore, più spesso s’innesca un ribollimento di dubbi, amarezze, risentimenti. È più onesto quello che canta Taylor Swift: non dovrei essere lasciata alle mie sole risorse, costano caro e comportano vizi. Finisco in crisi. Sono io, ciao, il mio problema sono io.
L’io diventa un ricettacolo di patologie se si dichiara amore assoluto, se chiude ogni finestra e abita nell’aria stantia di un bene che deve autoprodurre, concimare, ravvivare, rendere credibile a se stesso continuamente. Una vera cerimonia di sologamia dovrebbe escludere tutto, la tomba è l’unica location possibile.
Ma è proprio il pensiero della morte che pulisce la vista. È stando al cospetto del timore che l’ultima parola sia la solitudine spenta di una bara che Marina ha sentito il bisogno di un matrimonio. Non ha trovato l’anima gemella sulla terra, un altro Sposo si affretta ad abbracciarla. E nel frattempo è evidente che il suo rito di sologamia è invalido a tutti gli effetti. Non era sola in una camera sterile. Era coi piedi piantati nella sabbia di casa, guardava commossa il mare, c’erano le figlie, gli amici, la musica: tutto cantava l’amore che ha incontrato fuori da sé, i legami che anche adesso continuano a strapparla all’incubo di essere sola di fronte alla propria mortalità.
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