L’essere genitori è un allenarsi a “stare”
«Eppure, i media tradizionali non riescono a trovare un modo per parlare di università che non sia la celebrazione dei picchi individuali. O la pietà fuori tempo massimo per chi ha preferito la morte», lo scriveva poco più di un mese fa Chiara Sgreccia sull’Espresso, all’indomani del suicidio di uno studente a Bologna.
La traduzione letterale (o meglio, in carne e ossa) di quelle parole ci è capitata tra le mani. Il 30 novembre s’incrociavano su tutte le testate due notizie dal contenuto simile e opposto. Il primo fatto riguardava Martina Cuomo che lo scorso 18 novembre si è laureata a L’Aquila mentre era in travaglio. Poche ore dopo essere stata proclamata dottoressa ha dato alla luce una bambina, Nunzia.
Il secondo fatto, tuttora al centro del clamore, riguardava un altro travaglio a Padova che ha portato alla luce un silenzio pesante. Nella notte tra il 28 e il 29 novembre Riccardo Faggin, 26 anni, è morto sul colpo dopo l’impatto della sua auto contro un platano. La famiglia lo attendeva in una casa già addobbata a festa per la sua laurea, ignorando che il ragazzo fosse invece da tempo bloccato nel suo percorso universitario. L’ipotesi del suicidio è tra quelle considerate, o anche solo la supposizione che Riccardo volesse causare un incidente non mortale per avere un appiglio con cui giustificare il rinvio della presunta laurea.
Nel mezzo c’è tutto il resto
Martina e Riccardo erano entrambi iscritti a Scienze Infermieristiche, un ulteriore tassello che forse suggerisce di guardare questi due ragazzi come compagni, e non come antitesi giornalistiche. L’infermiere accompagna il paziente nella degenza. È la posizione umana migliore, e salva dalla distorsione della dicotomia di partenza: l’applauso per il picco individuale, lo strazio per il caso disperato.
La degenza sembra sempre un inciampo rispetto alla nostra agenda. Ma siamo fatti di degenza. La vita è piena di materiale vivo che trascuriamo. Ci saranno state giornate qualunque in cui Martina sarà stata una studentessa svogliata e fiaccata dalle nausee. E giornate in cui Riccardo avrà trascorso anche solo dei quarti d’ora di noia serena, pur nel fitto della sua lotta interiore. Ed è nel «grigio» di questo spazio di esperienza piena di contrappunti emotivi, di occasioni eterogenee, di attimi passeggeri eppure densi di senso, che dovremmo allenarci a stare. Stare, nient’altro. Lo disse già bene Niccolò Fabi, noi siamo quelli che misurano tutto usando come unità di misura l’inizio entusiasmante e il finale clamoroso, invece «nel mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è silenziosamente costruire».
Il peso dell’eterno
Costruire è spostarsi sullo stare, semplicemente stare al cospetto dell’esserci. Ci sono giorni in cui costruire è solo aspettare che il cemento faccia presa. Ed è questa la carezza che verrebbe da dare ai genitori di Riccardo, straziati dal non essersi accorti, dal non aver fatto abbastanza per capire il figlio.
Si cade facilmente nella trappola dei consigli a posteriori: siate più tolleranti coi figli, cercate momenti di scambio sincero, aumentiamo la presenza di psicologi nelle università per intercettare le fragilità. Cadiamo nell’errore del fare, mentre è «stare» il vero presidio. Sarebbe, forse, molto più semplice se il destino di un figlio dipendesse solo dalla capacità di un genitore di educarlo bene in parole e opere, con momenti di dialogo costruttivo, con un vassoio di supporti adeguati.
Invece è più dura, perché un figlio si nutre voracemente dello stare, di quella condivisione di vita che a fine a giornata non porta risultati da titoli in grassetto, ma solo qualche passo più stanco in avanti. È nel «grigio» di questo pieno di vita che tutto ha il peso dell’eterno.
Una casa addobbata a festa
Non è così folle pensare che certe sere un padre, semplicemente mostrandosi sfinito a tavola, abbia inconsapevolmente lasciato scorte buone al figlio per i suoi inverni di malcontento. Non ha nascosto quella vulnerabilità tanto prosaica, l’ha abitata insieme a chi gli era accanto. E certo non è pacificante.
Perché l’aspetto più ingannevole del «fare», rispetto allo «stare», è l’illusione di riuscire a portare a casa il risultato. La famiglia di Riccardo Faggin lo attendeva, appunto, in una casa già addobbata a festa per la sua laurea, un dettaglio che ricorda la parabola del figliol prodigo. In quel passo del Vangelo c’è l’alternativa scomodissima all’illusione che la genitorialità sia fatta di condotte e competenze da migliorare, affinare.
Scomodissima, ma che salva dalla disperazione.
Il padre gli corse incontro
Il padre lascia andare il figlio nella terra dell’ombra, nel luogo di un vero sprofondamento nel buio. Per tutto il tempo della lontananza il padre non fa nulla se non attendere. Ogni giorno siamo lontani dai figli che siedono accanto a noi, c’è un loro spazio inviolabile in cui non entriamo. E non per disattenzione o incuranza, ma proprio perché è la soglia invalicabile della libertà altrui. Rimane invalicabile anche quando «da noi in famiglia si condivide tutto». Li attendiamo sempre, anche quando sono qui. In quella terra d’ombra loro non hanno addosso la coperta dei nostri consigli, ma la nostra degenza con loro dentro giorni banali, occasioni memorabili, pessimi momenti.
«Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro», vorremmo che tutto poi finisse così. A casa, a fare festa, aspettavano i genitori di Riccardo. C’è sempre un’altra casa in cui ogni figlio è amato e atteso. C’è l’attesa del Padre dietro le nostre attese di genitori, in questo senso non siamo mai soli accanto a loro, anche se siamo sghembi nelle mosse educative.
C’è il Suo abbraccio che non mancherà mai di consolare la corsa di ogni figlio, anche quando mancherà l’abbraccio sulla terra con un padre e una madre. E quest’orizzonte non è per consolare chi vive una tragedia, ma per guardare in faccia l’unica posizione scomoda che come genitori ci fa stare nel mistero di ogni giorno: non è da noi che devono tornare, non è con noi che i conti torneranno.
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