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Draghi al Quirinale, poi elezioni: la saggezza politica di due grandi osservatori

Di Lorenzo Castellani
02 Gennaio 2022
Il nuovo saggio di Festa e Sapelli è schietto nel denunciare i mali italiani, ma non meno pragmatico nell’indicare una possibile via d’uscita
Sergio Mattarella e Mario Draghi
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri (foto Ansa)

In Italia abbondano i saggi teorici e quelli tattici, ma latitano i libri strategici. L’ultimo libro di Giulio Sapelli e Lodovico Festa Draghi o il caos. La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita? (Guerini e Associati, 2021) è, come nella tradizione di questi due autori, una felice eccezione. Il saggio ha innanzitutto un grande pregio: si fonda su una solida analisi storica di lungo periodo. I due autori ripercorrono le tappe più rilevanti della storia italiana degli ultimi trent’anni alla luce del contesto internazionale. Ne emerge il ritratto di una potenza devertebrata, priva oramai dei mattoni istituzionali e delle fondamenta politiche che si sono sbriciolate nella combinazione tra globalizzazione economico-finanziaria, integrazione europea, distruzione della classe politica italiana per via giudiziaria.

Copertina di Draghi o il caos, libro di Lodovico Festa e Giulio SapelliSapelli e Festa ricostruiscono una sorta di storia breve del vincolo esterno e della sua mediocre gestione da parte della sempre divisa classe dirigente italiana. Dispiegano la propria analisi con occhio accorto alla storia e alle dinamiche di potere ad essa intrecciate e con la capacità di evitare due classiche derive interpretative che affliggono i saggisti italiani: l’esterofilia e l’atteggiamento ortopedico-pedagogico nei confronti degli italiani da un lato, la tendenza al complottismo e al piagnisteo vittimista dall’altro.

Con un approccio della miglior fattura elitista italiana, che ha le proprie origini in Mosca, Pareto ma anche in Gramsci, i due saggisti raffinano i fattori del declino italiano con ritmo implacabile: l’implosione della Repubblica dei partiti, il colpo di mano francese per accelerare il percorso verso la moneta unica dopo la riunificazione tedesca, l’uscita di strada della magistratura come potere costituzionale, la borghesia compradora che sfrutta con piglio parassitario le privatizzazioni degli anni Novanta, lo svuotamento dei parlamenti a favore della tecnocrazia europea capace di esprimere solo una integrazione funzionale ed economica e mai costituzionale, l’evanescenza della Seconda Repubblica con gli ultimi rantoli di sovranità che si esauriscono con la stagione berlusconiana e infine la stagione del commissariamento dell’Italia che dura oramai da oltre dieci anni.

Nel mezzo ci sono tentativi delle potenze straniere di sfruttare lo scarso senso dello Stato della politica italiana, la longa manus della finanza francese che si mostra con tutta la sua evidenza in recenti avvenimenti, le ombre e le influenze cinesi sul piano industriale e tecnologico, la ritirata poco strategica degli americani dal Mediterraneo, un Quirinale sempre più potere obliquo e semi-monarchico che svolge una forzata funzione di supplenza alla mucillagine inconsistente dei partiti e delle proprie leadership.

Tuttavia, il libro non sarebbe strategico se si limitasse soltanto alla pars destruens, per quanto originale e schietta. L’arte della prudenza di Festa e Sapelli risiede nel suggerire con pacatezza. Nel vuoto istituzionale e politico di un paese commissariato non resta che aggrapparsi all’unico punto fermo del sistema, il presidente del Consiglio Mario Draghi.

Ma non è forse Draghi un sintomo della malattia? I due autori non lo negano, d’altronde i partiti si sono autocommissariati per lasciare all’ex governatore della Bce la responsabilità dei nuovi piani europei, per gestire una politica internazionale che viaggia verso una Guerra fredda 2.0, per fronteggiare la pandemia. Una dichiarazione di resa del sistema politico che però, nel paradosso, fa di Draghi l’unico pilastro della stabilità.

Auctoritas e normalizzazione

Ne consegue l’importanza della prossima elezione del presidente della Repubblica. Il Quirinale è più di una carica, è una istituzione. Crocevia di rapporti internazionali, con propaggini nei media, nei partiti, nello Stato profondo. In una Repubblica senza partiti, senza nobiltà di Stato e sottoposta a numerosi vincoli esterni, il capo dello Stato è il posto più importante per il futuro della Repubblica e non solo perché questo può contribuire a scegliere il presidente del Consiglio e i ministri.

Se Draghi è l’unico punto di equilibrio dell’ordine interno ed esterno, cerniera tra vincoli nazionali ed internazionali, allora ha molto più senso che la sua figura resti per sette anni al Quirinale invece che per un anno a Palazzo Chigi. Ciò eliminerebbe l’imbarazzo di un secondo mandato di Sergio Mattarella, con l’attuale presidente recalcitrante alla rielezione e con una prassi costituzionale che sarebbe definitivamente stravolta da una seconda rielezione dopo quella di Giorgio Napolitano, e la scelta di figure che, per quanto degne, non sono paragonabili a Mario Draghi per potere, capacità ed influenza.

In ultima istanza, Festa e Sapelli mostrano una sensibilità oramai propria di pochi. Essi non scivolano nella ricerca né di un modello di tecnocratura né teorizzano l’uomo solo al comando. Se è strategico eleggere Draghi al Quirinale allo stesso modo bisogna tornare quanto prima al voto ed evitare di prolungare gli esperimenti di commissariamento tecnico per troppo lungo tempo. Servono i partiti, la società e i territori per difendere l’interesse nazionale e allo stesso tempo muoversi nelle maglie strette dei vincoli esterni.

Bisogna andare verso una combinazione tra auctoritas della grande personalità e normalizzazione della dialettica politica. Festa e Sapelli hanno prodotto un libro di grande valore storico e strategico, che esprime una saggezza politica sempre più rara anche nel mondo intellettuale tra pulsioni verso il dispotismo tecnocratico e verso la demagogia facilotta e utopica. Riusciranno i partiti e più in generale la classe dirigente italiana ad avere la stessa saggezza e lucidità dei due autori di Draghi o il caos?

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di dicembre 2021 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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