L’anno in cui il bazooka non sparerà più

La crescita c’è ma piano con l’euforia (e le promesse elettorali). Dobbiamo sempre fare i conti col debito, il rialzo dei tassi, il prezzo del petrolio, la guerra commerciale Cina-Usa…

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Pubblichiamo in via eccezionale un articolo di Rodolfo Casadei che appare nel numero di febbraio di Tempi. Ricordiamo che i contenuti del mensile non sono pubblicati online. Vuoi scoprire come abbonarti? Clicca qui
Università gratis per tutti, reddito di cittadinanza, reddito di dignità, abolizione del canone televisivo, tasse ridotte all’aliquota unica del 17, o del 20, o del 23 per cento, salario minimo a 10 euro all’ora, abolizione della legge Fornero, aumento dei minimi pensionistici a 730 euro, a 1.000 euro, a… La girandola delle promesse acchiappavoti alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo più che incantare gli italiani stimola la loro ilarità, più che creare interesse per il voto suscita la curiosità di stare a vedere chi la sparerà più grossa. Non incide sostanzialmente sugli orientamenti di un elettorato ormai disincantato e meno ingenuo di quanto lo si dipinga, ma rischia di distrarre l’attenzione dai grossi problemi di fronte ai quali l’Italia si troverà nel corso del 2018. C’è in giro una certa euforia perché tutti gli enti finanziari internazionali confermano che c’è ripresa economica nel mondo, in Europa e nell’Eurozona, e perché negli ultimi tre anni il Pil italiano è sempre cresciuto. Le promesse della campagna elettorale sfruttano l’onda del clima di fiducia che si è cominciato a respirare l’estate scorsa. Ma le prospettive sono molto meno rosee di quanto si voglia far credere.
Intanto la crescita italiana è nettamente inferiore alla media di quella dell’Eurozona: 1,5 per cento la prima (dato Istat confermato, nonostante Matteo Renzi abbia twittato ancora il 14 novembre scorso che sarebbe stata dell’1,8), 2,2 per cento la seconda. Lo stesso scarto si registrerà, secondo le previsioni, quest’anno: la crescita del Pil italiano dovrebbe attestarsi sull’1,4 per cento, mentre l’Eurozona crescerà mediamente del 2,1 per cento. La crescita italiana, secondo Eurostat, sarà ancora più risicata nel 2019, allorché tornerà ad essere dell’1 per cento come nel 2015. Per l’Italia la bassa crescita è un grosso problema, perché ogni anno deve fare fronte a uscite per 80 miliardi di euro per il pagamento degli interessi del suo gigantesco debito pubblico. Quando Enrico Letta assunse la carica di presidente del Consiglio all’indomani delle elezioni del febbraio 2013 il debito pubblico italiano era di 2.017,6 miliardi di euro, pari al 123,4 per cento del Prodotto interno lordo. Dopo cinque anni di governi a guida Pd è salito a 2.275 miliardi (dato del novembre 2017) e al 132,1 per cento del Pil.
Per tutta la durata dei governi Renzi e Gentiloni il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan ha annunciato l’imminente inizio della diminuzione del debito pubblico italiano a più riprese, sempre invano: «Il debito comincerà a scendere a partire dall’anno prossimo» (intervista a Bloomberg del 6 settembre 2015); «Il debito pubblico italiano scenderà nei prossimi anni anche nel caso in cui il Pil dovesse diminuire» (Question time alla Camera, gennaio 2016); «Il debito pubblico italiano si è stabilizzato, ha smesso di crescere e non potrà stare fermo per molto tempo, scenderà rapidamente» (24 maggio 2016, all’Ecofin a Bruxelles); «Se continueranno le attuali tendenze macroeconomiche il debito pubblico italiano scenderà in maniera significativa dal prossimo anno, e deve farlo» (conferenza stampa al termine del vertice autunnale di Fmi e Banca Mondiale, 14 ottobre 2017).
Le tendenze macroeconomiche potrebbero non aiutare come Padoan e altri sperano per una serie di ragioni. La prima è che nel corso del 2018 i tassi di interesse conosceranno un significativo rialzo in Europa e nel resto dell’Occidente. La Federal Reserve, cioè la banca centrale degli Stati Uniti, ritoccherà al rialzo per tre volte i tassi di interesse nel corso del 2018, come ha già fatto durante il 2017. Janet Yellen ha lasciato all’inizio di febbraio la sua carica di presidente della banca dopo aver portato il tasso dei titoli pubblici all’1,25-1,50 per cento. Con i tre rialzi di un quarto di punto previsti entro la fine del 2018 si arriverà al 2,25-2,75 per cento. Alcuni analisti di Wall Street sostengono che i rialzi saranno più di tre e che gli interessi sui titoli del debito federale a 10 anni toccheranno il 3 per cento. A ciò si aggiunga che nel settembre scorso la Federal Reserve ha messo fine alla politica di quantitative easing, cioè di acquisto di titoli federali e mutui immobiliari decisa nel novembre 2008 per controbattere gli effetti della crisi finanziaria che esplose in quell’anno. Nel giro di nove anni il dossier titoli della banca centrale degli Stati Uniti è passato da 830 a 4.500 miliardi di dollari, un valore equivalente al 23 per cento del Pil americano. Dall’ottobre 2017 è iniziato un quantitative tightening del valore di 10 miliardi di dollari al mese, che saliranno a 30 nel corso del 2018; all’orizzonte del 2021 il valore del debito detenuto dalla Fed sarà diminuito di 1.000-2.000 miliardi. Che una svolta del genere non abbia effetti sui mercati finanziari si fa fatica a immaginarlo, nonostante le rassicurazioni della Yellen.
Energia meno energetica
Com’è noto, Federal Reserve americana e Banca del Giappone non sono le sole grandi banche centrali di paesi altamente industrializzati ad avere condotto una politica di quantitative easing: la Banca centrale europea si è lanciata sulla stessa pista a partire dal 2015, comprando 2.300 miliardi di euro di titoli a colpi di 60-80 miliardi al mese. L’indebitata Italia ha tratto grandi benefici da questa politica, che ha portato il dossier titoli della Bce (anche a causa di altre operazioni di soccorso alle banche europee condotte fra il 2010 e il 2012) a un valore equivalente al 38 per cento del Pil dell’Eurozona. Ora anche questa bonanza sta per terminare: nell’ottobre scorso Mario Draghi ha dato il via alle operazioni di rientro del quantitative easing europeo, dimezzando da 60 a 30 miliardi di euro gli acquisti mensili di titoli da parte della Bce, nella prospettiva di azzerarli nel settembre 2018. Risulta al Financial Times che nel Consiglio direttivo del dicembre scorso si sono levate voci per accelerare il rientro così come è stato programmato da Draghi. Il quale ha rimarcato che i tassi di interesse resteranno fermi nel mentre che il quantitative easing sarà portato a termine. Una dichiarazione che lascia scettici: i tassi dell’Eurozona possono restare fermi quando quelli americani e britannici si alzano e quando la Bce non acquista più debito pubblico?
Al problema del rialzo dei tassi di interesse del debito si aggiungono problemi macroeconomici che potrebbero incidere negativamente sulla crescita. Il primo è il prezzo del petrolio e dell’energia in generale. Tale prezzo continuerà verosimilmente a salire, dopo aver rimontato dai 32 dollari al barile dei primi mesi del 2016 (prendendo come riferimento il Brent) ai 64 dollari del dicembre scorso, perché una coalizione di 24 paesi produttori guidati da quelli dell’Opec ha confermato la politica dei tagli di produzione decisa nel novembre 2016 (quando il Brent costava 44,5 dollari al barile) e attuata con più coesione ed efficacia che in passato. Alla fine dello scorso novembre sotto la guida dei ministri del petrolio di Arabia Saudita e Russia i paesi dell’accordo si sono nuovamente riuniti a Vienna e hanno deciso di prorogare la politica dei tagli di produzione (che ha tolto dal mercato 1,8 milioni di barili al giorno per un intero anno di seguito e che doveva spirare nel marzo prossimo) fino alla fine del 2018.
Trivellare con cautela
In soldoni questo significa che il prezzo continuerà a risalire fino ai 70 dollari al barile e forse fino agli 80. Ma non c’era lo shale oil americano a spingere in basso i prezzi? Non più, pare. Scrive il sito americano Oilprice: «Gli operatori delle compagnie dello shale oil hanno ripetutamente promesso ai loro azionisti che stavolta saranno prudenti, che la loro mentalità è cambiata e non trivelleranno più all’impazzata, cosa che ha portato a un alto livello di indebitamento delle compagnie e ultimamente a una diminuzione del prezzo del petrolio. Gli operatori dello shale oil hanno ripetutamente affermato nel corso del 2017 che non ritorneranno a politiche di trivellazione aggressive nemmeno in caso di rialzo dei prezzi». Lo shale oil americano non farà nulla per turbare l’andamento al rialzo del prezzo del petrolio, e anzi lo sfrutterà per alleggerire l’indebitamento delle compagnie e redistribuire profitti fra gli azionisti.
Un’altra mina vagante sulla strada della ripresa della crescita economica in Italia è rappresentata dal futuro dell’economia cinese. Per il sollievo di molti il dato del 2017 è stato confortante: il Pil cinese è cresciuto del 6,9 per cento, e per la prima volta dal 2010 la crescita è stata maggiore di quella dell’anno precedente. Ma sul futuro pesano tre grosse incognite. La prima è l’indebitamento dell’economia cinese, la seconda sono gli alti livelli di inquinamento di origine industriale e la terza è la prospettiva di una guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina. Sulle prime due incognite il governo cinese ha già iniziato a intervenire, ordinando la riduzione della produzione industriale in alcune aree del paese e mettendo un freno all’indebitamento di imprese ed enti locali. Secondo JP Morgan il debito totale dell’economia cinese è pari alla fine del 2017 al 268 per cento del Pil: solo il 55 per cento è debito pubblico; il 166 per cento è debito contratto dalle imprese. Inevitabilmente la riduzione delle emissioni di origine industriale e la stretta sul credito alle imprese rallenteranno la crescita cinese nei prossimi anni, con immaginabili riflessi sull’export europeo. La terza incognita è nelle mani di Donald Trump: più volte ha annunciato di voler intraprendere una guerra commerciale con la Cina per punire l’asserita competizione sleale cinese. Il 2018 potrebbe essere l’anno nel quale passa dalle parole ai fatti.
Mercato immobiliare fermo
Infine le modeste prospettive dell’Italia trovano riscontro nella stasi del settore immobiliare. Il boom del mattone è sempre stato il principale sintomo della buona salute dell’economia italiana, così come la stagnazione dei prezzi un chiaro indicatore di crisi. Ebbene, proprio nei giorni in cui il governo festeggiava il miglior dato di crescita del Pil di tutta la legislatura, Istat ed Eurostat gettavano una secchiata di acqua fredda sugli entusiasmi: la prima rendeva noto che anche nel terzo trimestre del 2017 i valori immobiliari hanno continuato a scendere, la seconda che nel secondo trimestre l’Italia era stato l’unico paese europeo nel quale i prezzi delle case erano diminuiti (in due terzi degli altri paesi europei i prezzi sono aumentati addirittura di più del 5 per cento). Questa tendenza va avanti ininterrotta dal 2007: da allora ad oggi le case italiane hanno perduto il 23 per cento del loro valore. Questo significa un drastico impoverimento delle famiglie, considerato che in Italia il 72 per cento dei nuclei familiari è proprietario della casa in cui vive. Il ritmo delle nuove costruzioni è praticamente dimezzato rispetto ai livelli pre-crisi, e il tasso di fallimento delle imprese di costruzione continua a essere nettamente più alto di quello generale dell’industria: nel 2016 il 4,4 per cento delle aziende del settore ha dovuto chiudere i battenti, che è certamente meno del dato registrato nel 2013 (5,5 per cento), ma è quasi il doppio del dato medio di tutte le aziende dell’industria fallite: 2,6 per cento.
Le colpe del Pd
Si può aggiungere che l’Italia e il suo sistema bancario sono vittime di una crisi analoga a quella dei mutui sub-prime americani: la proporzione di mutui sulla casa (o su strutture di edilizia industriale di proprietà aziendale) che i debitori non riescono a ripagare alle banche è il doppio di quella dei prestiti per attività manifatturiere, e pesa sulle banche italiane per 173 miliardi di euro, pari al 42 per cento di tutti i crediti inesigibili. Due fenomeni alimentano una sorta di circolo vizioso: i proprietari non vendono in attesa di un rialzo dei prezzi ma proprio l’esistenza dello stock invenduto ritarda il rimbalzo del mercato; le vendite all’asta di case ipotecate e incamerate dalle banche a indennizzo dei prestiti perduti sono aumentate del 25 per cento nell’ultimo anno e questo ha contribuito al ribasso dei prezzi.
In sintesi: l’Italia dei governi a direzione Pd non ha sfruttato la congiuntura favorevolissima rappresentata dalle politiche di quantitative easing e dai bassi tassi di interesse di Bce e Fed, né il lungo periodo di ribasso del prezzo del petrolio; il nuovo esecutivo si troverà di fronte a una situazione dove i sintomi di ripresa economica sono contrastati da una congiuntura dei tassi di interesse e del prezzo dell’energia molto sfavorevole per un paese altamente indebitato e privo di materie prime come il nostro.

Foto: Ansa

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