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Wsj: Italia al bivio, uscire dall’euro o trattare con Berlino. Ma nessuno ne parla

luglio 15, 2011 Rodolfo Casadei

L’Italia non cresce e anche se ha contenuto l’indebitamento annuo di bilancio, è soffocata dal debito e dall’austerità. Ma in Italia nessuno propone una lettura politico-economica e bisogna leggerla sul Wall Street Journal: «Una via più facile per tornare alla crescita sarebbe abbandonare l’euro» o costringere la Germania a farsi carico degli altri. Qualcuno può parlarne?

Giorgio Napolitano ha commentato: «È un miracolo!». Giulio Tremonti ammonisce che «senza il pareggio di bilancio il debito pubblico divorerebbe il futuro nostro e dei nostri figli». Pier Luigi Bersani inveisce: «Le misure del governo colpiscono solo i deboli». Sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi spendono due colonne di editoriale solo per dire che senza misure per un ripresa della crescita la manovra da sola non basta. Su Repubblica Massimo Giannini non perde l’occasione per ribadire che l’Italia fa pena per colpa di Berlusconi, che non ha saputo rilanciare la crescita e che si è trasformato in un “cavaliere inesistente”.

Un accidente di nessuno si azzarda a proporre una chiave di lettura politico-economica, a cercare di spiegare perché l’Italia non cresce e perché, nonostante in questi anni abbia contenuto l’indebitamento annuo di bilancio e non sia scivolata in fallimenti di banche come Usa e Regno Unito o in scoppi di bolle immobiliari come la Spagna, si trovi oggi soffocata dal debito e dalla necessità di continue manovre di austerità. Nessuno che si arrischi a guardare oltre il confine di casa, nessuno che additi i problemi strutturali che vanno ben oltre la politica di un governo e la persona del presidente del Consiglio Berlusconi.

Oggi per farsi un’idea seria del perché l’Italia si trova in una congiuntura tanto aspra e di quali siano le prospettive che si aprono bisogna prendere in mano la grande stampa finanziaria anglosassone. Questo dà l’idea del declino delle élites politiche ed intellettuali italiane, più rapido e accentuato di quello dell’economia e della finanza nazionali. Traduciamo direttamente dal blog di Alen Mattich, commentatore del Wall Street Journal: «Allora è tutto a posto?», scrive commentando il generale sospiro di sollievo dopo una settimana di tensioni intorno al debito italiano. «Beh, non del tutto. L’Italia è riuscita a finanziare il suo debito facilmente, anche se ha raggiunto dimensioni gigantesche, perché il suo ingresso nell’euro ha spinto verso il basso il costo del suo finanziamento. La bacchetta magica della moneta unica ha regalato al governo italiano condizioni eccezionalmente vantaggiose. Una ricerca di Merrill Lynch mostra che, calcolata anche l’inflazione, l’Italia ha pagato tassi di interesse inferiori a quelli della Germania fra il 1995 e il 2008. Ora però questo sta cambiando. Ora che lo spread dei titoli italiani è aumentato, non si restringerà di nuovo a meno che la Bce non decida di monetizzare il debito (cioè svalutare l’euro, ndt) o la Germania non acconsenta a una piena unione fiscale e a garantire il debito di ogni paese membro dell’Unione. Nessuna delle due cose appare probabile».

«L’Italia – si legge ancora – potrebbe vivere anche con spread crescenti se la sua economia crescesse. Ma questo non è successo e non è probabile che avvenga in futuro. Il suo Pil alla fine dello scorso anno era maggiore di appena 2,5 punti percentuali rispetto a quello del 2000. Per quanto riguarda il futuro, il Fondo monetario internazionale prevede che il Pil italiano continuerà a crescere a tassi che si aggirano fra l’1% e l’1,5% tra oggi e il 2015. Questa crescita modesta è il risultato diretto dell’appartenenza dell’Italia all’area dell’euro. L’economia italiana è circa un terzo meno competitiva di quella tedesca, e l’unico modo di riguadagnare competitività, non potendo il governo svalutare la moneta nazionale, sarebbe un aumento dell’inflazione in Germania superiore a quello dell’Italia. Ma stante la fobia della Bce e della Germania per l’inflazione, aspettiamoci quasi certamente una lunga e dolorosa fase di deflazione e austerità per l’Italia».

Insomma, è la ricetta greca, che però sicuramente non funziona: schiacciata da deflazione e austerità l’Italia non può crescere, può solo vivacchiare per pagare gli interessi del debito. Ecco allora che Mattich propone, sul Wall Street Journal di oggi, la soluzione che tanti cuori fa tremare: l’uscita dall’euro. Ecco come giustifica la proposta: «Finché rimane nell’euro, l’unico modo in cui l’atrofizzata industria manifatturiera italiana può competere con la Germania è attraverso lo stesso doloroso sentiero di austerità e deflazione che stanno percorrendo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Ma austerità significa anche minore crescita che, a fronte di crescenti interessi sul debito, può essere disastrosa per un paese che ha il terzo debito pubblico al mondo (in realtà è il quarto – ndt). Una via più facile per tornare alla crescita sarebbe quella di abbandonare l’euro. Siccome l’Italia ha solo bisogno di coprire il costo dell’interesse sul debito, e non la spesa corrente come nel caso dei piccoli paesi della periferia dell’euro, un default e un’uscita dalla moneta comune potrebbero essere una benedizione nell’immediato, con pochi dei costi dannosi che si troverebbe ad affrontare per esempio la Grecia se lo facesse. Un’Italia dotata di moneta propria potrebbe ritrovare la sua strada verso la competitività attraverso la svalutazione nel tempo necessario a far montare uno zabaglione».

Un’uscita dall’euro comporterebbe il rischio di un’impennata dei tassi d’interesse e perciò di una stagflazione. La questione andrebbe valutata. Come andrebbe valutata, in alternativa, l’opportunità di creare un’alleanza con altri paesi europei per costringere la Germania, attraverso la Bce o meno, a farsi maggiormente carico delle esigenze degli altri paesi dell’area dell’euro. Di tutto questo però nessuno parla, come se fossero non argomenti. Quando una persona seria come Paolo Savona gettò sul piatto l’ipotesi dell’uscita dell’Italia dall’euro nel novembre scorso, nessuno nel mondo politico rispose alla provocazione. Perché hanno cose più serie a cui pensare? O forse solo perché la classe dirigente italiana non è all’altezza della situazione?

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