Il primo problema dei cristiani in Libano è Hezbollah, non Israele

Di Rodolfo Casadei
30 Giugno 2026
Mentre il patriarca Pierre Rai elogia l'accordo tra i due Paesi e i vescovi maroniti invitano a sostenere lo Stato, i miliziani continuano ad attaccarlo e ignorano il trattato
Musulmani sciiti ascoltano la storia dell'Imam Hussain durante una processione per l'Ashura, davanti alle immagini dei defunti leader di Hezbollah, nella zona sud di Beirut, in Libano, il 26 giugno 2026.
Musulmani sciiti ascoltano la storia dell'Imam Hussain durante una processione per l'Ashura, davanti alle immagini dei defunti leader di Hezbollah, nella zona sud di Beirut, in Libano, il 26 giugno 2026 (foto Ansa)

«Vogliamo rendere un ringraziamento speciale a nostro Signore per l’accordo raggiunto dal Libano, dagli Stati Uniti d’America e da Israele. (…) Vogliamo collocarlo in questa Messa nel cuore di nostro Signore, amante della pace, perché Egli è portatore di ogni pace; tutta la pace che abbiamo tanto desiderato in Libano dal 1975, vivendo di guerra in guerra. Tutti i libanesi che vedo davanti a me sono nati nel cuore della guerra e non hanno mai conosciuto un giorno di pace, né il sapore della pace».

«Vogliamo ringraziare il nostro Signore per questo accordo, che è stato raggiunto e firmato da Stati Uniti, Libano e Israele. Chiediamo al nostro Signore di vegliare su questo accordo. Certamente, questo non significa che tutti ne siano soddisfatti, o che tutti saranno d’accordo, ma il cammino verso la pace è difficile. Affidiamo il cammino della pace nelle mani del nostro Signore, il Signore della Pace, il Re della Pace. Amen».

Così ha commentato l’accordo preliminare di pace fra Libano e Israele il patriarca maronita card. Béchara Boutros Pierre Rai, domenica mattina nel corso della Messa presso il Pontificio collegio maronita a Roma, dove si trova per il concistoro dei cardinali e per altri appuntamenti che riguardano le Chiese d’Oriente.

I vescovi libanesi e l’accordo con Israele

Non sorprendono le parole del cardinale, esponente della Chiesa orientale e della confessione religiosa storicamente alle radici della formazione dello stato libanese e della sua indipendenza nella prima metà del XX secolo, e promotrice dal 2020 di una tenace campagna per la neutralità internazionale del Libano come garanzia della sua indipendenza e della pace per tutte le sue comunità. Proposta fortemente osteggiata dai filo-iraniani di Hezbollah, apertamente avversi al cardinale soprattutto da quando costui ha dichiarato, nell’ottobre 2024 al momento dell’offensiva israeliana in Libano in risposta ai loro lanci di razzi sulla Galilea, che la guerra era stata «decisa da Hezbollah malgrado la volontà del popolo, che non la vuole, e del governo. È una guerra imposta e ora ne cogliamo i frutti».

La posizione di Rai non è certo isolata in seno alla Chiesa. A conclusione del sinodo fra il 3 e il 13 giugno scorsi presso il patriarcato maronita a Bkerké che ha visto riuniti oltre 40 vescovi maroniti, così i presuli si erano espressi in un comunicato finale: «Dobbiamo sostenere lo Stato nei suoi sforzi per condurre colloqui diretti tra Libano e Israele – sotto l’egida americana e con il sostegno arabo e internazionale – volti a elaborare soluzioni che tutelino i diritti del Libano e ne salvaguardino la piena sovranità sull’intero territorio, garantendo al contempo un’era di pace duratura e globale».

Più in generale, i vescovi invitano i libanesi a «unirsi attorno al proprio Stato in conformità con la Costituzione e a sostenere le proprie istituzioni e l’Esercito libanese, affinché possano assolvere alle proprie responsabilità». Il tutto con l’obiettivo di «ritrovare le frontiere storiche del Libano, garantire la sovranità libanese, preservare la convivenza tra le comunità, mantenere il sistema parlamentare del Libano moderno e far prevalere l’amore per il Paese».

La posizione di Hezbollah e quella di Rai

Secondo Hezbollah, invece, gli assetti del Libano, incluso un armistizio duraturo con Israele, dovrebbero essere decisi nel contesto dei negoziati fra Stati Uniti e Iran, dove il Libano non è nemmeno rappresentato. Questo è il motivo per cui l’accordo quadro del 27 giugno è stato respinto dall’organizzazione sciita. Il 7 giugno, cioè a metà dei lavori del sinodo, il patriarca Rai aveva rinnovato per l’ennesima volta il suo appello per una neutralità internazionale del Libano garantita in sede Onu.

«Il Libano incarna una missione. È più di un semplice territorio e di semplici confini, più di uno Stato e delle sue istituzioni: è un messaggio di libertà, dignità, pluralismo e convivenza. Tale messaggio può essere preservato solo se coloro che ricoprono ruoli di responsabilità vi rimangono fedeli, ne tutelano l’essenza e comprendono la portata della fiducia in loro riposta. Il Libano potrà adempiere a questa missione unica solo se le Nazioni Unite lo proclameranno Stato neutrale, nel senso di una neutralità positiva e attiva», aveva dichiarato il capo della Chiesa maronita durante la messa di consacrazione del Libano e della diaspora libanese al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria, celebrata presso la basilica di Nostra Signora del Libano ad Harissa.

Gli attacchi a Rai

Nel corso delle ultime settimane l’ostilità di militanti e simpatizzanti di Hezbollah nei riguardi del cardinale Rai è salita esponenzialmente. Alla fine di aprile Lbci, una televisione privata storicamente vicina alle Forze Libanesi, ha diffuso un video satirico sulla guerra in corso sul suolo libanese nella quale i combattenti Hezbollah e il loro leader politico-religioso Naim Qassem erano rappresentati come gli accigliati uccelli del cartone animato Angry Birds e i loro nemici israeliani come i maiali verdi della stessa serie. Il partito sciita se l’è presa molto e ha ottenuto che la trasmissione venisse censurata, ma contemporaneamente i suoi simpatizzanti hanno pensato di “vendicarsi” diffondendo immagini modificate offensive nei confronti dell’incolpevole patriarca maronita, rappresentato col volto a forma di scarpa, oggetto che nella cultura del mondo arabo simbolizza insulto e umiliazione.

Nell’omelia della prima messa domenicale dopo l’inizio della vicenda Rai è intervenuto mettendo in guardia contro un «pericoloso deterioramento dei valori e del discorso pubblico» e condannando quelle che ha definito violazioni della dignità e del rispetto dovuti alle figure religiose, come ha fatto anche il capo dello Stato Joseph Aoun.

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Le differenze tra Rai e Naim Qassem

Tutt’altro parere hanno espresso altri settori della società libanese. In un editoriale del periodico online NowLebanon.com si è potuto leggere:

«Sia chiaro: non esiste alcuna equivalenza tra il Patriarca al-Rahi e Naim Qassem. Nessuna. Il Patriarca è il capo di una chiesa storica, un’autorità spirituale e un simbolo nazionale la cui sede è stata fondamentale per l’idea libanese di convivenza, sovranità e libertà. Si può concordare o meno con le sue posizioni politiche; si possono criticare le sue dichiarazioni, le sue omelie o le sue scelte pubbliche. Ma insultare il Patriarcato maronita in sé non è critica: è un’aggressione settaria. Naim Qassem, d’altro canto, non è un patriarca spirituale. È il capo di una setta armata dedita al traffico di droga che opera al di fuori dell’autorità dello Stato libanese. Hezbollah non è semplicemente un movimento politico con opinioni ed elettori; è un partito-milizia dotato di armi, combattenti, reti di sicurezza, lealtà regionali e una lunga storia di imposizione della propria volontà sul Libano attraverso la forza e l’intimidazione. Paragonare le due figure è assurdo. L’una incarna un’autorità religiosa e morale; l’altra rappresenta la coercizione armata. L’una parla da una sede patriarcale; l’altra parla all’ombra di razzi, tunnel e di uno Stato nello Stato. Equipararli non è imparzialità: è propaganda».

I rapporti tesi tra patriarca e Hezbollah

Dopo l’avvio della campagna per la neutralità internazionale del Libano nel 2020 i rapporti fra il patriarca ed Hezbollah si sono fatti sempre più tesi. In un’omelia domenicale dell’agosto 2021, Rai esortò le Forze armate libanesi ad applicare rigorosamente la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che prevede il disarmo di Hezbollah. Tale appello giungeva in risposta al lancio di razzi verso Israele da parte di Hezbollah, effettuato da un centro abitato nel Libano meridionale. Nella sua omelia affermò: «È inaccettabile che un singolo partito non legittimato a farlo possa decidere tra guerra e pace al di fuori del quadro costituzionale legittimo».

In risposta a questo monito, il patriarca venne fatto oggetto di minacce di morte, tra cui la simulazione dell’esecuzione di sue immagini e la promessa di violenze imminenti contro il leader cristiano. Nel 2014 era stato furiosamente attaccato per aver deciso di visitare Gerusalemme ed altre località in Israele e nei Territori Occupati in coincidenza col pellegrinaggio di papa Francesco in Terra Santa: Hezbollah insistette perché il viaggio – il primo di un patriarca maronita libanese in territorio israeliano dopo il 1948 – fosse annullato: inutilmente. I media vicini al movimento qualificarono la visita di «peccato storico». Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese, abbracciò il cardinale e gli conferì la medaglia “Stella di Gerusalemme”, per aver visitato la città e rafforzato i suoi legami con il mondo arabo.

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