Il terremoto travolge un Venezuela già in ginocchio: «Qui è come dopo una guerra»
La notte tra il 24 e il 25 giugno 2026 il Venezuela ha vissuto uno dei sismi più violenti della sua storia. Due scosse ravvicinate – la prima di magnitudo 7,2 e la seconda di 7,5 – hanno colpito la fascia costiera settentrionale, con epicentro tra Yaracuy e la zona di Morón. Ma il cuore della tragedia si è concentrato nello Stato di La Guaira, a pochi chilometri da Caracas. Qui interi palazzi sono crollati come se fossero stati bombardati. Le immagini che circolano ricordano, con terribile precisione, le fotografie dell’Italia del 1944-45: muri sventrati, solai accasciati, strade invase da montagne di calcestruzzo e polvere.
Non è solo la natura a spiegare la catastrofe. Lo spiega, con ancora maggiore forza, il lascito di decenni di malgoverno che ha svuotato le istituzioni, distrutto gli ospedali, azzerato la capacità di risposta. Lo dice con voce rotta Gabriela Cristina Castaldo Grassi, presidente dell’Associazione Italo Venezuelana Nord, Centro e Sud: «Questo è il terremoto più forte che il Venezuela abbia mai subito. A La Guaira sembra di vedere l’Italia bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono i vicini di casa, la gente comune, che con le mani nude tirano fuori i morti e i feriti dalle macerie».
«Gli ospedali oggi non hanno più niente»
Gabriela Castaldo conosce bene il dolore del Venezuela. Ha vissuto il terremoto di Caracas del 1967 e la tragedia di Vargas del 1999, quando Chávez non permise gli aiuti internazionali. «Quella fu già una disgrazia immensa – racconta – ma non c’è paragone con quello che è successo il 24 giugno. Hanno copiato il modello cubano. Ospedali che una volta erano ben dotati oggi non hanno più niente. Non c’è capacità di risposta. E questo governo – o quel che ne resta – non è preparato e non lo sarà mai, perché è abituato solo a reprimere, non a proteggere».
Le cifre ufficiali parlano di un migliaio di morti, ma in realtà i numeri sono molto più alti, mentre sono già oltre 51mila i desaparecidos. Il conto sale di ora in ora perché sotto le macerie restano centinaia di dispersi. A La Guaira oltre cento edifici sono crollati. L’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía è gravemente danneggiato e chiuso. L’intera città costiera sembra un campo di battaglia.
Un neonato vivo tra le macerie: «Un miracolo»
Tra le macerie emergono volti e destini che raccontano meglio di qualsiasi bollettino cosa significhi questa tragedia. Giuseppe Colaianni, 55 anni, originario di Calascibetta, in provincia di Enna, è la prima vittima italo-venezuelana accertata. Era nei pressi di Caracas. Mentre era in videochiamata con la figlia Antonella per augurarle buon compleanno, ha sentito la prima scossa. Ha avuto appena il tempo di mettere in salvo la moglie prima di essere travolto. Una storia di amore paterno consumata in pochi secondi, simbolo di una comunità italo-venezuelana che da decenni tiene insieme due Paesi.
Ma ci sono anche i miracoli. A La Guaira i soccorritori hanno estratto vivo un neonato dalle macerie: «Un miracolo». A Caracas tre fratellini sono stati tirati fuori vivi da un edificio crollato, mentre la gente applaudiva tra le lacrime. A La Guaira, dopo trentasei ore, è stata salvata Graciela Mora. Si era aggrappata con tutte le forze allo stipite di una porta: «Così forte che mi sono rotta un dito», ha raccontato, ancora sporca di sangue e polvere. Applausi anche per lei. Piccoli atti di resistenza umana in mezzo al disastro.
«Il Venezuela non è in condizioni di rispondere»
Héctor Schamis, politologo della Georgetown University di Washington specializzato nelle vicende sudamericane, lo ha detto con poche parole taglienti: «L’evento si spiega con la natura, la geologia. Le conseguenze si spiegano con una dittatura criminale in guerra permanente con il suo popolo». La giornalista venezuelana Idania Chirinos, costretta a lasciare il suo Paese e oggi direttrice dei contenuti del canale all news Ntn24, ha lanciato un appello chiaro: «La comunità internazionale deve attivarsi. Il Venezuela non è in condizioni di rispondere. La crisi economica è ancora viva e la capacità di gestione di chi ha sprofondato il Paese nella miseria è inesistente».
Restano le domande che nessuno può eludere. Gli ospedali, già disastrati, come faranno ad accogliere i feriti? Chi e quando ricostruirà? Quanto tempo e quanti soldi serviranno? Nelson Bocaranda, uno dei più noti e rispettati giornalisti venezuelani, fondatore del sito Runrunes, teme che un governo – o una transizione debole – non sia in grado di rispondere dopo anni trascorsi a rubare e distruggere il Paese e che la vera ricostruzione possa venire solo da una società civile rinvigorita, da aiuti internazionali trasparenti e da una nuova classe dirigente.
«Tutta questa gente che ha perso tutto, dove andrà?»
Il Venezuela ha già dato prova di una resilienza straordinaria. I vicini che scavano con le mani, i volontari che applaudono ogni vita salvata, le comunità parrocchiali, la diaspora che non abbandona.
È su questa forza silenziosa che si può ricostruire, e Castaldo chiude con una domanda che suona come un testamento: «Tutta questa gente che in pochi secondi ha perso tutto, dove la alloggeranno? Quando ricostruiranno? Questo governo non lo farà. È incapace».
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