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Usa, quel complotto contro l’ambasciatore saudita che danneggia l’Iraq

ottobre 18, 2011 Rodolfo Casadei

Un venditore di auto usate del Texas, Manssor Arbabsiar, viene accusato di attentare alla vita dell’ambasciatore saudita a Washington. Ma molte cose non tornano. Due le scuole di pensiero: 1) è una montatura dell’Fbi organizzata da Obama per sfruttarla politicamente; 2) l’Iran ha sponsorizzato un complotto sconclusionato per far reagire militarmente gli Usa e passare come vittima

Perché gli americani hanno denunciato con tutta la forza di una dichiarazione ufficiale del presidente Obama un improbabile attentato contro l’ambasciatore saudita a Washington sponsorizzato dall’Iran e appaltato a un cartello messicano del narcotraffico? Perché Al Qods, cervello delle operazioni internazionali del regime iraniano, si sarebbe lanciata in un progetto così scriteriato come un attacco sul suolo americano affidato alle competenze di agenti di secondo ordine? Una settimana dopo l’arresto del cittadino americano di origine iraniana Manssor Arbabsiar e l’intervento di Obama che ha accusato le autorità iraniane di essere dietro il complotto, queste sono le domande che nascono spontanee sulla vicenda. Perché una cosa è chiara: un attentato di quella portata e la cui eventuale riuscita non sarebbe rimasta senza conseguenze non si organizza così se si vuole che vada a buon fine. Perciò delle due l’una: o l’attentato è una montatura dell’Fbi o di altri livelli dell’amministrazione Usa per fini politici, o gli iraniani si sono mossi sulla base di una strategia sofisticata, più per causare una determinata reazione americana che per portare a termine con successo un progetto delittuoso.

Manssor Arbabsiar, l’uomo al centro della vicenda, è un 56enne venditore di auto usate di Corpus Christi, nel Texas. I conoscenti lo descrivono come persona molto distratta e disorganizzata, che pur avendo vissuto negli Usa per trent’anni ha ottenuto la cittadinanza americana solo pochi mesi fa, forse a causa dei suoi viaggi in Iran e del fatto di avere un cugino che è ufficiale in Al Qods. Il progetto di attentato sarebbe emerso in un suo colloquio con un narcotrafficante contattato apparentemente per concludere una compravendita di droga, che era in realtà un infiltrato dell’Fbi. Centomila dollari di provenienza iraniana sono poi stati trasferiti su un conto indicato dall’infiltrato, come anticipo per il servizio concordato, che sarebbe costato 1,5 milioni di dollari. In Iran il complotto sarebbe stato gestito da Gholam Shakuri, il cugino di Arbabsiar.

È certo che gli iraniani vogliano vendicarsi degli scienziati atomici assassinati negli ultimi mesi e del sabotaggio dei computer del loro programma atomico col virus informatico Stuxnet, ma finora lo scenario vedeva Teheran sponsorizzare gli attentati alle truppe americane in Iraq e in Afghanistan come forma di rappresaglia per operazioni anti-iraniane attribuite agli Usa o a Israele. Certo, questa guerra indiretta fra Usa e Iran diventerà più difficile da praticare dopo il ritiro dell’ultimo contingente di truppe americane in Iraq alla fine di dicembre, ma la decisione di portare la battaglia sul suolo americano appare molto arrischiata, soprattutto se affidata a un personaggio come Arbabsiar. Allora?

Due sono le scuole di pensiero in proposito. La prima ipotizza una montatura dell’Fbi che l’amministrazione Obama ha deciso di valorizzare e far passare per buona per sfruttarla politicamente, vuoi per esigenze interne vuoi per obiettivi geo-politici. Si va dall’esigenza di recuperare voti in vista del secondo mandato, soprattutto fra gli elettori di background ebraico, all’obiettivo di creare un fronte arabo-sunnita in Medio Oriente motivato a combattere attivamente l’Iran, magari in una classica guerra per procura. Ciò permetterebbe agli Usa di restaurare la sua egemonia in Medio Oriente, messa alla prova dagli scarsi successi politico-militari in Iraq e Afghanistan, dalla crisi economico-finanziaria e dall’irrilevante ruolo americano nella cosiddetta Primavera Araba. Il fallito attentato potrebbe anche servire a giustificare un blitz americano-israeliano contro le infrastrutture del programma nucleare iraniano, e ad ottenere un via libera dall’Arabia Saudita, comprensivo di autorizzazione a utilizzare lo spazio aereo di Riyadh per l’azione.

La seconda scuola di pensiero crede alla veridicità del complotto mirato all’uccisione dell’ambasciatore saudita a Washington e al coinvolgimento in esso di Al Qods, ma ipotizza dietro di esso una strategia sofisticata: l’Iran avrebbe intenzionalmente sponsorizzato un complotto sconclusionato per farlo scoprire facilmente agli americani e causare una loro reazione militare. Questa farebbe passare l’Iran dalla parte della vittima, rinfocolerebbe i risentimenti delle masse arabe verso la monarchia saudita e gli Stati Uniti, e recupererebbe un po’ delle loro simpatie per l’Iran, svanite da quando il regime degli ayatollah ha affiancato le forze di sicurezza di Damasco nella repressione dei moti di protesta in Siria, animati soprattutto dalla maggioranza sunnita della popolazione. Ma soprattutto l’Iran potrebbe giustificare la produzione da parte sua di armi nucleari, ripetutamente negata in questi anni durante i quali ha sempre ribadito la natura civile del proprio programma atomico, come misura difensiva resa necessaria dall’attacco statunitense.

Vero o presunto che sia, il complotto Arbabsiar-Shakuri è un segno palese della tensione crescente fra Iran e Stati Uniti man mano che si avvicinano due scadenze: il ritiro definitivo delle truppe americane dall’Iraq e la virtuale disponibilità di un’arma atomica da parte di Teheran. A fare le spese nel breve termine di questo braccio di ferro è l’Iraq, che sembra destinato a diventare il terreno di una guerra per procura fra Iran da una parte, Usa ed Arabia Saudita dall’altra, all’indomani della partenza dell’ultimo soldato americano, combattuta da partiti e milizie sciiti e sunniti.

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