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Unioni civili flop. «Ai gay non interessa il matrimonio gay»

maggio 8, 2017 Francesca Parodi

In otto mesi si sono celebrate solo 2.802 unioni civili. Repubblica parla di «flop» e a tempi.it Eugenia Roccella spiega: «Una potente lobby vuole cancellare le differenze, che non sono discriminazioni»

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La battaglia a favore delle unioni civili e della stepchild adoption è solo «una questione politica e ideologica, abbracciata dalle lobby gay, ma non condivise dalla maggioranza degli omosessuali», dichiara a tempi.it Eugenia Roccella (Idea), ex sottosegretario al ministero della Salute. Ecco perché Roccella non si stupisce del basso numero di unioni civili denunciato da Repubblica. Lo scorso weekend infatti, il quotidiano ha scritto che in otto mesi si sono celebrate 2.802 unioni civili in tutta Italia (contro le 2.433 a fine dicembre), a cui si devono aggiungere 369 celebrazioni tra gennaio e fine marzo. «Non c’è che dire: decisamente un flop», notava Repubblica.

DATI ISTAT. Secondo Roccella, «le unioni civili gay sono sempre poche. Quando in Europa si varano leggi del genere, i risultati sono sempre molto deludenti perché la verità è che gli omosessuali che si vogliono sposare sono effettivamente pochi». I dati Istat in effetti rivelano che in Italia il numero delle unioni civili negli ultimi otto mesi è stato pari a circa il 2,2 per cento dei matrimoni, cifra non lontana da altri paesi europei. «In un periodo in cui il numero di matrimoni è generalmente calato anche fra gli etero, le celebrazioni gay rimangono comunque e ovunque nettamente più basse».

«LOBBY INFLUENTE». Secondo la deputata, questa rivendicazione delle unioni gay è frutto di «una lobby molto influente, ma anche estremamente circoscritta». Per rendersene conto, bisogna guardare la storia del movimento omosessuale: «Le prime rivendicazioni degli anni Sessanta chiedevano la libertà sessuale tout court, senza discriminazioni. Si lottava contro il matrimonio, visto come un pezzo di carta, un’istituzione che ingabbia la libertà dei sentimenti. Ma dagli anni Ottanta alcuni attivisti hanno rovesciato la questione e deciso che, per vincere questa battaglia, la comunità gay doveva mostrarsi totalmente identica a quella etero. In nome dell’uguaglianza assoluta, hanno cominciato a chiedere quella stessa istituzione che prima combattevano, ma che è rimasta estranea alla maggioranza della comunità omosessuale».

CI PENSANO I GIUDICI. Proprio per questo, mette in guardia la deputata, non bisogna credere a quanti sostengono che i gay siano in attesa dell’istituzione di veri e propri matrimoni omosessuali che garantiscano la possibilità di riconoscere i figli dei partner. Dopo le proteste scatenate sul web dall’articolo di Repubblica, il quotidiano ne ha infatti pubblicato altri in cui riconosce che, al di là dei numeri, la legge Cirinnà è una «conquista straordinaria», ma bisognosa di modifiche per quanto riguarda la stepchild adoption.
La realtà, secondo Roccella, è ben diversa: «Da quando si è approvata la legge sulle unioni civili, i magistrati hanno immediatamente riconosciuto, in varie forme, le adozioni gay. Una coppia omosessuale sa con matematica certezza che otterrà il riconoscimento dei figli del partner o avuti con l’utero in affitto, grazie al comma 20 della legge che conferisce una delega ai magistrati. Ormai c’è la più totale libertà».

«DIFFERENZE NON DISCRIMINANO». Ma anche questa è un’immagine ideologica: «Si vuole forzatamente costruire una forma di famiglia gay che sia identica, nelle abitudini e nelle aspirazioni, a quella tradizionale». Questa impostazione, riconosce Roccella, ha avuto grande fortuna agli occhi dell’opinione pubblica perché «ci rifiutiamo di vedere le differenze. Ma le differenze non sono discriminazioni».

Foto Ansa

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