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Tsipras e l’ineluttabilità di un default. Che non è solo economico né solo greco

luglio 13, 2015 Rodolfo Casadei

Ecco perché il “no” di Atene alle condizioni richieste da Bruxelles per il prestito anticrisi ha innescato una bomba destinata a esplodere in ogni caso

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

I contenuti dell’intervista a Rocco Buttiglione rappresentano uno sfondo e un commento perfetti ai risultati del referendum greco sulle condizioni per l’erogazione al paese dell’ultima tranche di prestiti europei anticrisi. I commentatori del giorno dopo si affannano a stabilire se la demagogia del governo rosso-nero di Alexis Tsipras con annesso sostegno esterno di Alba Dorata sia più colpevole dell’intransigenza pseudo-europeista, in realtà pro domo sua, dei creditori tedeschi e dei nordici loro alleati. Ma la realtà è che una crisi come quella che l’Unione Europea e l’Eurozona stanno vivendo in questi giorni era semplicemente inevitabile.

Anche se Atene avesse accettato le condizioni avanzate dai creditori il mese scorso e le avesse applicate effettivamente, ricevendo per compenso i crediti pattuiti, di qui a un anno ci saremmo ritrovati nello stesso vicolo cieco di oggi. Perché, come ha precisato anche recentemente il Fondo monetario internazionale, il debito greco è insostenibile e può essere solo o cancellato o portato al default. Ma l’Unione Europea non può cancellare il debito fra stati perché ciò va contro i trattati e perché si creerebbero i presupposti per altre insurrezioni antidebitorie in stile greco in altri paesi dell’Eurozona, mentre il default rischia di mandare gambe all’aria la valuta comune.

Giustamente molti fanno notare che questa crisi dagli esiti imprevedibili non è il risultato di un eccesso di invadenza europea, ma di troppo poca Europa: se quando è stato inaugurato l’euro fossero anche state inaugurate una vera unione politica e una politica fiscale comune, si sarebbero gettate le basi per il controllo centralizzato dell’indebitamento dei paesi dell’Eurozona e quindi per una mutualizzazione del loro debito. Scontiamo un deficit, e non un eccesso, di integrazione europea. Allora bisogna chiedersi perché il processo di integrazione si è arrestato in mezzo al guado, e la risposta più ovvia è che a un certo punto gli interessi nazionalistici hanno preso il sopravvento sull’ideale di un bene comune europeo.

Il braccio di ferro fra Atene e Bruxelles sembra incarnare un nuovo genere teatrale, quello della commedia tragica dove le parti in lotta ostentano una dedizione a grandi ideali che è solo la maschera del gretto interesse nazionale. L’euro doveva essere lo strumento finanziario che permetteva di avere una Germania pro-europea e di evitare lo slittamento verso un’Europa germanizzata. È successo il contrario: la Germania ha fatto dell’euro lo strumento della sua egemonia sul resto dell’Europa, grazie alla trovata di abbinarlo a politiche dell’inflazione più restrittive di quelle degli altri paesi europei, nonostante la Bce indicasse come ideale un’inflazione prossima al 2 per cento all’anno. Si è fatto finta di credere che la Grecia avesse i requisiti per essere ammessa all’euro, solo per permettere alle banche europee e agli interessi finanziari internazionali di arricchirsi prestando denaro ad Atene.

I “valori” che sopravvivono
Alla fine i nodi arrivano al pettine. E ci si deve domandare cosa ha pervertito un processo che, nel decennio seguito alla caduta del Muro di Berlino, sembrava avviato a sorti magnifiche. Buttiglione dà una risposta che merita riflessione: finché l’Europa ha beneficiato della nuova evangelizzazione di Giovanni Paolo II e dell’europeismo di Helmut Kohl, si sono fatti progressi, quando si è rotto con quella tradizione – simbolicamente col rifiuto di menzionare le radici cristiane nella poi abortita costituzione europea – è cominciata la dis-integrazione. Oggi tutto l’idealismo dell’Europa è concentrato sull’espansione del diritto all’aborto e sui diritti impliciti nell’agenda Lgbt: la disintegrazione morale cui corrisponde quella politico-economica. Solo dure lezioni di realtà faranno cambiare strada.

Foto Ansa/Ap


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