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Tfa e altre follie. Pregasi riformare con coraggio

settembre 5, 2012 Daniele Ciacci

L’assurda telenovela del test a risposta multipla per l’abilitazione degli aspiranti prof è l’ultima beffa di un sistema dell’istruzione in cui tutto, dai tagli alle nuove assunzioni, è sempre troppo e troppo poco.

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Sulla saggezza della gattopardesca citazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nessuno ha da metter bocca. Nemmeno le frotte di aspiranti che, a luglio, si sono trovati alle prese con la prova di preselezione del Tfa, il percorso di formazione che sfocia nell’abilitazione all’insegnamento. Un bel passo avanti, quello dettato dal ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, poiché la chiusura delle vecchie Ssis (Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario) aveva bruciato le speranze della generazione successiva al 2008. Che fortuna, direte voi.

Ma la prova preselettiva – un test a crocette con sessanta quesiti multidisciplinari suddivisi oculatamente per classi di insegnamento (ad esempio: materie letterarie e latino nei licei, educazione tecnica nella scuola media, eccetera) – si è rivelata più simile a un fuoco di fila, e le vittime erano proprio gli ingenui concorrenti. La mitragliata nozionistica scaraventata sui candidati ha lasciato dietro di sé una scia di morti da riempirci cimiteri su cimiteri. Oddio, non che ci si aspettasse quesiti per alunni dell’asilo Mariuccia, ma neanche inutili rebus come: quali sono i confini del Colorado? Qual è l’opera principale di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca? A saperlo, si potevano organizzare corsi di preparazione con i redattori della Settimana Enigmistica.

Strafalcioni e copiaincolla
Per non parlare, poi, degli errori. Non di rado tra i quesiti sono state segnalate ambiguità, quando non veri e propri pasticci. Un esempio su tutti: chi ha scritto Qualcosa era accaduto? Tra le possibili opzioni, Dino Buzzati era quella corretta, benché il bellunese avesse composto Qualcosa era successo. Un caso di sinonimia che ha mandato in bamba gli spauriti partecipanti. Oppure: chi scrisse i Discorsi sulla Batracomiomachia? Risposta: nessuno. Se Giacomo Leopardi li ha chiamati Paralipomeni una ragione ci sarà. È rilevante, poi, l’incredibile somiglianza di un quesito della classe di filosofia («Quale filosofo, prima seguace di Zenone di Cizio, si distaccò in seguito dallo stoicismo per fondare una scuola propria nel Cinosarge?») con una definizione di Wikipedia («Si sa che fu un seguace di Zenone di Cizio e dello Stoicismo dal quale però in parte si distaccò per fondare una propria scuola, detta degli Aristonei, nel Cinosarge»). Trattasi di coincidenze, per carità.

Vietato l’accesso al concorso
Si chiude una porta, si spalanca un portone. La commissione che ha compilato il suddetto test ha imbarazzato il Miur il quale, per una volontà di “trasparenza”, non ha esitato a pubblicare sul proprio sito i nomi dei responsabili del misfatto: 145 esperti, interni al ministero, coadiuvati dal direttore generale del personale scolastico Luciano Chiappetta. Il caprio espiatorio è così servito.

Il ministro, da parte sua, ha accettato la valanga di ricorsi sporti dai biliosi concorrenti bocciati. La sanatoria, formata da una nuova équipe di esperti, ha abbuonato parecchi quesiti. L’ulteriore correzione ha ingrossato, e di molto, le fila dei fortunati vincitori. In media, il 18,87 per cento dei quiz, per vizi di forma, è stato condonato a tutti i partecipanti, con picchi che arrivano al 41,67 per cento (25 domande su 60) per le classi di insegnamento di scienze naturali e di elettrotecnica. Di conseguenza, una pioggia di lamentele si è scatenata, per mano di chi, passata la prova, si è visto superato in punteggio da altri dapprima neppure ammessi. Finito sulla graticola, Francesco Profumo ha optato per una soluzione che salvasse capra e cavoli. Al Consiglio dei ministri del 24 agosto ha proposto un piano di assunzioni per il comparto scuola: si accolgono 21.112 insegnanti, di cui circa 10 mila sfoltiranno le graduatorie; per gli altri, è istituito un pubblico concorso. Un plauso al ministro, che ha deciso di riaprire le assunzioni dopo 13 anni che l’istruzione pubblica vagava in una lacrimarum valle. Tuttavia, tale prova è limitata al solo personale abilitato, quello che dal 2000 al 2008 ha partecipato alle Ssis. Per i rampolli del Tfa che completeranno l’iter a fine anno scolastico – dopo aver superato una seconda prova scritta, una prova orale, un anno di tirocinio negli istituti e di corsi di pedagogia presso gli atenei, il tutto a un prezzo che s’aggira tra i 2 mila e i 3.500 euro – non è previsto alcun posto. Pare un controsenso, eppure le parole del comunicato redatto da viale Trastevere lasciano pochi dubbi: si intende premiare gli «insegnanti giovani, capaci e meritevoli». Mah.

Un modo per risparmiare c’è
Fortunatamente esistono le paritarie, che possono ancora offrire opportunità agli aspiranti che attendono l’abilitazione e intanto si fanno le ossa tra banchi, lavagne e gessetti. Ma le già carenti possibilità economiche di questo ramo rischiano di essere ulteriormente assottigliate. La spending review ha dimezzato l’apporto dello Stato agli istituti parificati: per il 2012 sono stati stanziati 242 milioni di euro, a fronte dei 511 del precedente anno scolastico. Alla faccia di chi, dalle colonne dei propri raffinati quotidiani, urla allo scandalo per una scuola privata satolla di denaro pubblico e risparmiata dalla scure della revisione contabile. E intanto le paritarie vanno a ramengo.

Per non contare l’economicità che consegue alla precisa organizzazione della scuola paritetica: per ogni allievo di questa, la spesa dello Stato è pari a 661 euro all’anno, contro i 6.635 utilizzati per ciascuno studente degli istituti statali. Moltiplicando la differenza dei costi (5.974 euro) per il numero degli iscritti alle scuole paritarie (1.060.332) si ottiene per i contribuenti un risparmio annuo di 6 miliardi e 334 milioni. Mica male. Con un cifra simile a disposizione, il Milan potrebbe evitare di schierare in difesa Bonera e Antonini. E lo Stato potrebbe abbattere non di poco il fagocitante debito pubblico, magari per abbassare la pressione fiscale. Ma il primo scenario è fantacalcio, il secondo è fantapolitica.

Tra concorsi e ricorsi, tra contenti e scontenti, tra abilitati e disabilitati, si può ben dire che Giuseppe Tomasi di Lampedusa avesse compreso lo stato delle cose con largo anticipo. D’altronde è innegabile che il posto fisso a scuola ormai è una concezione antiquata, da secolo scorso (non è un caso che l’ultima tranche impiegatizia risalga al 1999). Nell’attesa che un coraggioso cambiamento di sistema possa oliare i cardini arrugginiti della burocrazia nazionale, ci si accorda su cavilli e misure che, nel migliore dei casi, curano i sintomi ma non il malanno. E allora, più che un tecnico, forse è il caso di convocare il dottor House, almeno per somministrare il Vicodin ai reduci dell’empia selezione, in piena crisi nevrotica.

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