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Storia di Ian Thorpe, il campione che è affogato nell’alcolismo quando è uscito dall’acqua

gennaio 31, 2014 Emmanuele Michela

Il ricovero dell’ex campione di nuoto in una clinica per alcolisti è il suo ultimo tuffo scomposto. Storia di un campione miracolato l’11 settembre 2001, ma incapace di sfuggire alla “nausea da ori”

Il Thorpedo si è arenato a fondo vasca, inceppato al motore da un olio saturo che puzza di birra e alcool. Il bolide si chiama Ian e ha 31 anni, età precoce per smettere di tuffarsi in piscina ad inseguire medaglie: ma uno come lui, l’australiano Thorpe, il primo riconoscimento di prestigio se l’è messo al collo quando di primavere ne aveva solo 14, e per un triste gioco di lunghezze tanto presto ha cominciato a vincere quanto presto ora ha rinunciato all’abbuffata. Il ricovero di mercoledì sera, giorno in cui l’ex olimpionico del nuoto è stato portato in una clinica di Sydney per curare i suoi problemi con l’alcool, è stata l’ultimo tuffo scomposto di una carriera finita precocemente, sbilanciata da infortuni, depressione e fallimenti. Pochi giorni prima un incidente domestico lo aveva costretto al ricovero in ospedale, emettendo lo scricchiolio più acuto sul suo stato di salute, prossimo a crollare ancora.

LA CARRIERA. Quello di mercoledì non è nemmeno il suo ritiro ufficiale, o meglio, non è il primo. È una storia strana quella di Thorpe, verrebbe da catalogarla come la più paradossale ma purtroppo sempre frequente crisi depressiva del campione, quello che vince tutto ma non è felice. «Ho la nausea, provo disgusto e indifferenza. Sento di non aver vissuto come volevo», era la sua ammissione quando aveva 24 anni, reduce da 11 allori mondiali e 5 primi posti alle Olimpiadi. Lo squalo cominciava ad avere paura dell’acqua, le pinne che lo spingevano forte (aveva il 53 di piede) giravano a vuoto. E quel mondo che fin lì lo aveva innalzato a eroe (che emozione la vittoria nella “Gara del secolo”, la finale dei 200 stile libero ad Atene 2004: in vasca lui, Phelps, Van de Hoogenband e Hackett) ora cominciava a fargli schifo. Lo sport, a volte, sa essere cinico: uno s’ammazza di allenamento per inseguire un successo, poi la gioia dura il tempo di un inno sul podio. Scendi i gradini ed è tutto finito, i record si mostrano nella loro forma più arida, ricordi, come evoca il loro stesso nome.

L’11 SETTEMBRE 2001. E pensare che a quei successi Thorpe avrebbe potuto anche non arrivarci mai, perché l’11 settembre del 2001 era a New York, e stava proprio per salire sulle Torri Gemelle. A salvarlo fu una macchina fotografica dimenticata in albergo, per la quale tornò indietro e scampò alla strage terroristica: una di quelle situazioni che qualcuno chiama coincidenze, altri miracoli. Ma se agli aerei di Al Qaeda Thorpe era sfuggito, all’uggia che cresceva nel suo animo dopo i successi no. Cercava altro, era scontento, e già nel 2006 si trovò a fare i conti con la depressione e l’alcolismo: «Ho anche pensato a luoghi o a modi per uccidermi, ma poi ho sempre rinunciato, rendendomi conto di quanto sarebbe stato ridicolo».

IL TENTATO RITORNO. Nel 2011 era un po’ che le vasche non lo vedevano, ed ecco la svolta: decise di tornare in acqua per riacquistare un po’ di serenità. Alle spalle un milione di dollari offertigli dal suo sponsor, pronto a scommettere forte nel ritorno. Davanti un obbiettivo famigliare, le Olimpiadi. Ma la cosa non funzionò, e i giochi di Londra li dovette guardare da casa. È stato l’ultima spinta ad un declino che è proseguito inesorabile, la traiettoria di un vecchio Thorpedo che scivola pian piano verso il fondo. Col motore ingolfato da alcool e il corpo pesante di medaglie.

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1 Commenti

  1. francesco taddei says:

    riguardiamoci il film “Chariots of fire” e il commento che ne fa Leonardo Locatelli ne ilsussidiario.net del 18 maggio 2011.

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