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«Sono scuole pubbliche». Più punti in graduatoria per i prof delle paritarie

marzo 31, 2017 Francesca Parodi

Per l’assegnazione delle cattedre pubbliche non vengono conteggiati gli anni di insegnamento nelle paritarie. Il Tribunale di Roma pone fine alla «ingiusta discriminazione»

scuola-ansa

Un professore di un istituto paritario e un docente di scuola statale svolgono lo stesso identico servizio pubblico e sono provvisti delle stesse qualifiche, eppure l’esperienza di insegnamento nel privato conta zero ai fini delle graduatorie e del concorsone. «Per lo Stato insegnare in una scuola paritaria equivale a passare una vacanza alle Hawaii, proprio come se non si avesse mai lavorato», spiega a tempi.it l’avvocato Vincenzo La Cava, che ha seguito diverse cause di docenti a cui non sono stati riconosciuti anni di lavoro al di fuori degli istituti statali. In uno degli ultimi ricorsi, però, il Tribunale di Roma ha condannato la discriminazione, ricordando l’esistenza della tanto bistrattata parità scolastica.

La vicenda si è svolta in questo modo: una professoressa di Messina, inserita nelle graduatorie ad esaurimento che consentono l’accesso alle cattedre statali, ha insegnato per anni in un istituto paritario, in attesa di essere assunta come insegnante di ruolo. Le graduatorie, così come il concorso, prevedono che ogni titolo di studio ed esperienza lavorativa equivalgano ad un determinato punteggio. Quando la professoressa in questione è stata chiamata dallo Stato, si è ritrovata un punteggio inferiore a quello effettivo perché gli anni in cui aveva insegnato nell’istituto paritario non le erano stati conteggiati. Di conseguenza le è stata assegnata una cattedra a Roma, dal momento che la precedenza per i posti nella località di preferenza spetta a chi ha i punteggi più alti.

«È un’ingiustizia palese: secondo la legge 62/2000, sia le scuole statali che le paritarie svolgono un identico “servizio pubblico” all’interno del sistema nazionale di istruzione», dice l’avvocato La Cava. «C’è piena omogeneità tra il servizio d’insegnamento statale e privato». Il problema, continua, è che i criteri di selezione dei docenti usati dallo Stato si rifanno ad una legge anteriore a quella del 2000, cioè un decreto legislativo del 1994. «A quell’epoca le scuole private non erano ancora parificate, dunque era legittimo che venissero considerate diversamente. Ma oggi è assurdo che non si tenga presente l’aggiornamento della normativa».

Le conseguenze del mancato adeguamento non sono di poco conto: «Chi ha un punteggio basso perde il diritto di scegliersi il luogo in cui insegnare ed è quindi costretto a trasferirsi nelle località assegnate dal ministero dell’Istruzione. Inoltre, essendo riconosciuta un’esperienza lavorativa più breve di quella reale, il docente riceve una retribuzione economica inferiore». È questo il caso, fra tanti altri, della cliente di La Cava, che ha fatto quindi ricorso in tribunale. Alla fine, la vicenda giudiziaria si è risolta con una sentenza che riconosce alla professoressa il diritto a un punteggio aggiuntivo nel nome della parità scolastica. Di conseguenza, è potuta anche tornare in Sicilia. «Ci sono moltissimi altri insegnanti che si trovano nella stessa situazione. È necessario un totale ripensamento dei criteri di selezione del personale docente per eliminare questa discriminazione».

La responsabilità è del Miur, ma secondo La Cava anche i sindacati hanno concorso in maniera importante ad accrescere complicazioni e disagi, mal consigliando i docenti: «Ho avuto dei clienti che non hanno potuto fare ricorso perché hanno seguito i consigli dei sindacati e non hanno indicato, in sede di candidatura, il numero di anni di insegnamento nelle scuole paritarie. Dicevano loro che “tanto quell’esperienza non fa punteggio”, ma così non si può poi contestare l’ingiustizia».

Foto Ansa

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