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Se a leggere Churchill si rischia il carcere, è il caso che si preparino al peggio anche i giudici di Masterchef

maggio 12, 2014 Antonio Gurrado

Un tale è finito in manette con l’accusa di razzismo islamofobo per aver citato un testo dell’ex premier britannico. Quindi non fatevi beccare in giro a ripetere questi brani di Dante, Kipling, Voltaire… E nemmeno certe cattiverie del Dalai Lama

Ci sono cose che non si possono più dire indipendentemente dall’autorità di chi le ha dette in passato. L’esempio macroscopico, come sempre, arriva dall’Inghilterra e più precisamente da Winchester, nell’Hampshire, dove il signor Paul Weston è stato arrestato dalla polizia a fine aprile per avere pubblicamente pronunciato frasi anti-islamiche che hanno irritato taluni abitanti della ridente cittadina inglese: «Costumi improvvidi, sistemi agricoli sciatti, metodi commerciali fiacchi e insicurezza della proprietà sussistono dovunque vivano e comandino i seguaci del Profeta. Migliaia di persone diventano soldati della fede, coraggiosi e leali; tutti costoro sanno come morire ma l’influenza di questa religione paralizza lo sviluppo sociale di chi la professa. Non esiste al mondo alcuna potenza più strenuamente retrograda».

Weston, in sé, è un caso a parte. Al momento dell’arresto (foto sotto) aveva l’apparenza mite dell’impiegato del catasto che indossa i jeans fuori servizio. A suo modo è un leader politico, per quanto di un partito piccolissimo, il Liberty GB, che si colloca all’estrema destra e che è comunque abbastanza articolato da avere un ufficio stampa gestito da un’italiana e un consigliere speciale sull’islam, tale Iq al Rassooli. Pochi giorni prima di essere arrestato Weston aveva pubblicato su Youtube un video di sette minuti in cui serbava la medesima aria mite, indossando però la cravatta, ed esordiva dichiarando compostamente: «Mi chiamo Paul Weston e sono un razzista». Curiosamente l’arresto non è scattato per questa ammissione di colpa individuale ma per le frasi riportate sopra, che però Weston stava leggendo da un libro del 1899: The River War di Winston Churchill, premio Nobel per la letteratura e più celebre per essere stato l’uomo politico più influente e venerato del Novecento britannico.

paul-weston-arresto-churchillNe derivano alcune domande destinate a restare senza risposta. I poliziotti erano consapevoli della fonte citata da Weston? Avrebbero arrestato anche Churchill redivivo, qualora fosse tornato a sostenere ciò che aveva sostenuto? Più in generale, trarre opinioni da un classico ed eventualmente citarlo testualmente può considerarsi reato? Gli editori che continuano a ripubblicare il libro di Churchill sono da ritenersi complici? Le biblioteche che ne hanno custodito le vecchie edizioni consentendo di preservarle e riprodurle sono conniventi? Già che ci siamo, c’è qualche difensore di Melania Mazzucco pronto a partire per Winchester seduta stante e andare a ripetere in questura che con un libro non si possono commettere reati? E dove si colloca il confine dell’autorevolezza che permette a chi pronuncia determinate frasi di essere considerato un luminare se non addirittura un padre della patria ma che porta chi le ripete dritto dritto in gattabuia?

L’intraducibile Commedia
Azzardiamo alcuni esempi pratici. Sull’islam medesimo prendiamo Dante Alighieri il quale – lo specifico per gli attuali allievi delle scuole superiori – è il signore ritratto di profilo sul verso della moneta da due euro. Lo stesso Profeta che non entusiasmava Churchill viene da Dante precipitato fra i seminatori di discordia, «rotto dal mento infin dove si trulla./ Tra le gambe pendevan le minugia,/ la corata pareva e il tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia». Non traduco in italiano corrente.
Un diavolo munito di spada riapre le sue ferite ogni volta che si rimarginano. Il Profeta si rivolge a Dante con parole che, fossero lette in Inghilterra, causerebbero retate fra i professori: «Vedi come storpiato è Maometto!/ Dinanzi a me sen va piangendo Alì,/ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.// E tutti gli altri che tu vedi qui,/ seminator di scandalo e di scisma/ fuor vivi, e però son fessi così».

Non pensiate che io sia animato da sentimenti anti-islamici; lo dico prima che i poliziotti inglesi vengano ad acciuffarmi. Con pari sicurezza potrei trattenerli citando lo scrittore che per la Francia è stato ciò che per noi è stato Dante: Voltaire, il quale si era scatenato riguardo agli ebrei verbalizzando passim che quelli biblici erano ignoranti, materiali, politeisti, assassini, incestuosi, rognosi, antropofagi e pure usurai (due banchieri ebrei gli avevano procurato ingenti perdite; questo spiega molte cose). Riduce la Terrasanta a negletto angolino di terreno brullo. Abramo, Mosè, Samuele, Saul, David, Salomone e gli altri principali personaggi della storia sacra non ricevono trattamento più blando di quello riservato qui sopra a Maometto.

Quanto agli ebrei suoi contemporanei, Voltaire riteneva che avessero cessato di essere antropofagi; per il resto, non si discostavano granché dall’antico modello. Al termine di un’intemerata che oggi verrebbe definita giudeofobica, lo scrittore più celebre della letteratura francese concludeva, bontà sua, ammettendo apertamente che non per questo era necessario metterli al rogo: «Tuttavia non bisogna bruciarli».

Intolleranza ai fornelli
E Kipling? Facciamo un esempio più alla portata dei poliziotti inglesi, almeno geograficamente. Qualche sera fa infatti guardavo Masterchef e mi chiedevo se fra i suoi autori non si celasse Rudyard Kipling redivivo. C’erano i tre giudici – uomini bianchi di indubbi successo e fascino, con un’allure di decadenza appena accennata – che senza battere ciglio eliminavano una concorrente nera perché aveva osato cucinare la pasta infilandoci rane con tutto l’osso e dimostrando di non essere del tutto addentro alla tradizione italiana di cui si sentiva parte essendo nata qui da genitori immigrati; e mentre la eliminavano sentivo l’eco della poesia politicamente scorretta di Kipling («Take up the White Man’s burden – in patience to abide,/ to veil the threat of terror and check the show of pride») che risale al 1889 e può essere così tradotta in prosa: «Addossatevi il fardello dell’uomo bianco: sopportare pazientemente, nascondere la minaccia terrificante e contenersi nel mostrare orgoglio». Altroché.

Sempre nel 1889 Kipling scriveva una ballata («Oh, East is East, and West in West, and never the twain shall meet») per dire che l’oriente è l’oriente, l’occidente è l’occidente, e i due estremi non combaceranno mai; mentre sempre a Masterchef ho visto Rachida, la molesta magrebina che trascinava la propria mediocrità esotica di puntata in puntata arrivando abitualmente penultima e non venendo eliminata mai, essere guardata con preoccupazione da Alberto, il vecchio playboy in disarmo che incarnava alla perfezione lo spirito del nostro tempo. Erano loro i due opposti che non combaceranno. Poi ho sentito Alberto proferire una frase lapidaria su Rachida che vale più di un trattato sul tramonto dell’occidente: «Lentamente, ci distruggerà». Nessuno l’ha arrestato.

Oggi che va di moda difendere l’innocenza dei tedeschi a fronte delle insinuazioni malevole di Silvio Berlusconi, non so se giovi ricordare cosa diceva uno dei padri della destra italiana. Giovannino Guareschi aveva qualche difficoltà nella rimozione freudiana dei lager perché ne era stato ospite per un paio d’anni, prima a Sandbostel poi a Beniaminovo poi a Wietzendorf, venendovi affettuosamente ribattezzato 6865 333. Ne aveva maturato un sincero legame con la patria di adozione, alla quale si rivolgeva rispettosamente pur dandole del tu: «L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te, signora Germania».

Anche nei vent’anni che gli sarebbero rimasti da vivere Guareschi rimase convinto delle buone intenzioni di fondo dei suoi albergatori, spingendosi fino a delineare il ritratto del tedesco perfettamente buono, gentile col prossimo, accogliente con gli stranieri, scevro da ogni eccessiva aggressività e libero da ogni rigore psichico. Il tedesco buono, scriveva Guareschi, è facilmente individuabile grazie al fatto che su di sé porta la scritta “Hier ruht in Gott”, “Qui riposa in pace”.

Il buddismo nudo e crudo
Ma se lasciamo perdere le autorità civili e militari per concentrarci su quelle religiose, che dire del Dalai Lama? Il principale esponente del buddismo – religione che predica la serenità, la tolleranza, la pace universale e la reincarnazione in insetti ripugnanti – ha avuto parole accomodanti nei confronti degli omosessuali. Ha ribadito il diritto ad amare chi si vuole e ha sottolineato che una volta che c’è il consenso di entrambi i partner costoro sono liberi di combinare ciò che vogliono. Con un distinguo, però. Nel libro Oltre i dogmi del 1996 ha dichiarato che «un atto sessuale è ritenuto appropriato quando le coppie utilizzano solo e soltanto gli organi finalizzati alla riproduzione», specificando che «l’omosessualità non è inappropriata in sé» se non quando «è improprio l’utilizzo di determinati organi ritenuti inappropriati al contatto sessuale»; e che la politica del buddismo sulla sessualità si basa sul «principio dell’organo giusto nell’oggetto giusto al momento giusto».

Non traduco in italiano corrente ma mi limito a ribadire la mia speranza che la polizia inglese, venuta in possesso di una copia di questo giornale, non decida di arrestare tutti i professori di italiano, i lettori di Voltaire, i giudici di Masterchef, gli eredi di Guareschi e i buddisti. È più facile ammettere che arrestando Paul Weston per avere declamato frasi di Churchill, più o meno condivisibili a seconda della prospettiva storiografica che si adotta, i poliziotti inglesi abbiano come minimo commesso una leggerezza e, come massimo, compiuto un atto che limita la libera circolazione delle idee sulle quali si fonda da due secoli la cultura occidentale. Tuttavia non bisogna bruciarli.

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