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Scusate ma insisto: il “monetarismo religioso” della Bce è criminale

agosto 30, 2015 Giovanni Passali

Non è un caso se la Chiesa, con diversi Papi (compreso Francesco), critica l’ingiustificata «sacralizzazione» di alcuni meccanismi del sistema economico. Soprattutto di quelli a cui sembra essere ispirata la costruzione dell’euro

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Anzitutto ci tengo a ringraziare tutti quelli che hanno commentato, anche in maniera aspra, il mio ultimo articolo sulle ragioni della crisi economica. Evidentemente sono stato preso sul serio e ancor più evidentemente è stata ben colta la posta in gioco; relativamente alle mie affermazioni, non c’è una terza via: o sono una serie di sciocchezze epocali e le interpretazioni che ne discendono sulla crisi economica sono completamente sballate, oppure ad essere sballata è la dottrina economica dominante degli ultimi cinquant’anni.

Bce e monetarismo
A dir la verità, non sono molto interessato a dimostrare che la Bce e i personaggi che l’hanno guidata siano monetaristi. Mi interessa di più mostrare che quanto è stato fatto è completamente sbagliato poiché hanno attuato una politica monetaria criminale, che favorisce i grandi capitali e impoverisce gli Stati e le fasce più deboli delle popolazioni. Ma una risposta mi sembra corretto darla, anche per chiarire il quadro della genesi della crisi.

Anzitutto mi sono espresso in termini generici, con gli inevitabili limiti delle semplificazioni. Non ho voluto fare un trattato di economia per il sito di Tempi, ma offrire una lettura alternativa rispetto alle interpretazioni fasulle oggi dominanti. Pur nei limiti delle semplificazioni, ribadisco la sostanza di quanto affermato.

Ho affermato e ripeto che la Bce è nata in un momento storico in cui l’ideologia economica dominante era il monetarismo. La Bce è stata strutturata avendo ben presenti i princìpi che sono stati il fulcro delle riflessioni sia della Scuola Austriaca che di quella di Chicago. Con questo, non mi sogno di confondere le differenze, talora abissali, tra alcuni esponenti di una scuola e dell’altra. Ma che i fondatori della struttura monetaria europea abbiano pescato a piene mani dai pensieri di queste due scuole mi pare un fatto eclatante. Confermato poi dal comportamento concreto della Bce. E questo è quello che più mi interessa.

Non mi sogno di definire brutalmente Draghi un monetarista. So bene che Draghi è stato allievo del mitico keynesiano Federico Caffè. Ma Draghi non è certamente un keynesiano: recentemente lui stesso si è definito un liberale socialista, indicando evidentemente una diversa flessione rispetto alle sue posizioni originali. Ma al di là delle etichette, poi contano i fatti. E rispetto al comportamento concreto della Bce, vi sono già autorevoli giudizi.

Bce e Scuola Austriaca
Prendendo spunto dalle indicazioni di un commentatore, che mi ha consigliato di andare sul sito vonmises.it per “farmi una mezza cultura” (ma già lo conoscevo), trovo interessante l’articolo “In difesa dell’Euro: una prospettiva austriaca”, scritto da Jesús Huerta de Soto, uno degli economisti più rappresentativi della moderna Scuola Sustriaca di economia.

L’inizio dell’articolo è tranciante: «Tutte le analisi teoriche sopradette portano alla conclusione che l’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo, e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e perturbazioni economiche».

L’articolo prosegue con una approfondita analisi delle principali idee di Hayek e Mises; poi analizza alcuni gravi errori compiuti in Europa, ma alla fine sostiene con vigore l’insieme di regole e discipline che la nascita dell’euro ha comportato e che lo distinguono da dollaro e sterlina: «In contrasto con la situazione del dollaro e della sterlina, nell’area euro, fortunatamente, il denaro non può essere così facilmente iniettato nell’economia, né l’avventatezza di bilancio può essere mantenuta indefinitamente. Almeno in teoria, la Bce manca dell’autorità necessaria alla monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato bond sovrani come collaterali dei suoi enormi prestiti al settore bancario (…) in Europa tali politiche sono perseguite controvoglia e, in molti casi, dopo numerosi, ripetuti ed infiniti summit (…). Inoltre, molto più importante, quando la cartamoneta è iniettata nell’economia, supportando i debiti sovrani dei paesi in difficoltà, tali azioni sono sempre bilanciate con, e consentite in cambio di, riforme basate sull’austerità di bilancio (e non pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche dal lato dell’offerta che incoraggiano liberalizzazioni e competitività».

In altre parole, più che la gestione monetaria, qui sono esaltati i vincoli imposti agli Stati dalla burocrazia europoide; quegli Stati che hanno perso la sovranità monetaria. E la perdita di sovranità monetaria da parte delle nazioni è indubbiamente uno dei capisaldi del pensiero di Hayek. I vincoli portati dall’adozione della moneta unica sono precisamente quelli esaltati dal professor Mario Monti, prima di divenire presidente del Consiglio, nel famoso video in cui magnificò il caso della Grecia come grande successo dell’euro: “L’euro è stato creato (…) soprattutto per convincere la Germania (…) che attraverso l’euro, attraverso i vincoli che nascevano con l’euro, la cultura della stabilità si sarebbe diffusa un po’ per volta a tutti. Quale caso di scuola si sarebbe potuto immaginare di una Grecia che è costretta a dare abbastanza peso alla cultura della stabilità e sta trasformando sé stessa». Ovviamente non è un caso se lo stesso Monti nel 2005 è stato premiato dalla Von Hayek Foundation, un premio assegnato a personalità della scena internazionale che si sono distinte nel promuovere il libero mercato. Abbiamo bisogno di altro per rendere evidenti le connessioni culturali tra Scuola Austriaca e costruzione europea? A mio avviso, no. Ma c’è dell’altro.

La Scuola Austriaca difende l’euro
Proprio per questo, nell’articolo citato di Huerta de Soto, l’autore afferma con soddisfazione che «dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) abbia un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity» e conclude affermando che «l’euro deve sopravvivere se tutta l’Europa vuole adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute». Quindi uno dei principali esponenti moderni della Scuola Austriaca sostiene apertamente la moneta unica. Ma ancor peggio, viene sostenuto il modello tedesco come unico modello per la crescita.

Non penso nemmeno di essere stato molto originale nell’affermare l’evidente contiguità culturale ed ideologica tra la Scuola Austriaca, il pensiero di Friedman e gli ideatori e sostenitori dell’euro. Sul sito scenarieconomici.it si può leggere un articolo dal titolo “Von Hayek e la moneta unica europea”, in cui troviamo scritto che «la Bce sembra essere un monumento al monetarismo di Friedman, ed alla sua tesi della necessità di regole di rango costituzionale che limitino fortemente la discrezionalità della gestione della moneta. Il trattato dell’Unione ha sicuramente determinato una costituzionalizzazione della moneta. Un atto che di fatto dovrebbe far perdere definitivamente al potere politico una sua sfera di sovranità. Questa perdita non sarebbe sicuramente stata sgradita ad Hayek, come testimonia il terzo e ultimo volume di Law, Legislation and Liberty apparso nel 1979. Sul piano prettamente economico una moneta gestita in base al criterio del mantenimento della stabilità dei prezzi non sarebbe sicuramente dispiaciuta al premio Nobel».

Scuola Austriaca e Scuola di Chicago
Sui perniciosi legami tra le idee di Von Hayek e le istituzioni europee è interessante (ma lungo e molto tecnico) un post del professor Luciano Barra Caracciolo intitolato “Von Hayek e la costruzione europea”. Lascio la lettura a chi desidera un approfondimento e mi tengo la sostanza del post: le affinità culturali tra Von Hayek e la costruzione europea sono evidenti, soprattutto sulla necessità della cancellazione della sovranità monetaria degli Stati. Mentre per le evidenti connessioni tra la Scuola Austriaca e la Scuola di Chicago – e così rispondo alla richiesta di un commentatore – lascio volentieri la parola ad un esponente della Scuola Austriaca come Robert Murphy: «Sugli argomenti caratteristici come il salario minimo, le tariffe, o lo stimolo della spesa del governo, gli economisti austriaci e quelli della Scuola di Chicago possono essere tranquillamente accomunati come economisti di libero mercato».

Il fallimento del libero mercato
Il grande attivismo della Banca centrale europea e di Mario Draghi insieme alla mancata uscita dalla crisi sono visti come il “fallimento del monetarismo”: così titola un articolo del sito Wall Street Italia.

Ma cosa c’è che non va nel monetarismo in genere? Quello che non va è il tipico errore di tante ideologie moderne, del secolo passato e di questo inizio di secolo: il fatto di non tenere conto della realtà nella totalità dei suoi fattori. Il monetarismo poggia le sue fondamenta culturali sull’affermazione che l’inflazione è un fenomeno sostanzialmente monetario. Quindi dovrà essere controllato con strumenti monetari. In tal senso, la Bce è culturalmente più monetarista della Fed, la banca centrale americana. Questa infatti ha come obiettivi la stabilità dei prezzi (un altro modo per dire il controllo dell’inflazione) e il controllo dell’occupazione; la Bce invece ha come unico obiettivo solo la stabilità dei prezzi, quasi presupponendo che solo questo tanto basti per far andare bene il resto del mondo.

E qual è il fattore di cui non è stato tenuto debito conto? Quello di cui non si è tenuto conto è la «doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro». Confesso di non essere stato ora molto originale, nel proporvi questo pensiero. In effetti, questa frase non è mia ma è tratta dalla lettera enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, del 1931. E quel testo, nel paragrafo intitolato significativamente “i rimedi”, continua così: «È necessario che la libera concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e più ancora che la potenza economica siano di fatto soggetti all’autorità pubblica, in ciò che concerne l’ufficio di questa» (n. 110).

In questo punto, la Dottrina Sociale della Chiesa e il liberismo economico (cioè la dottrina del libero mercato come sistema maggiormente efficiente nel distribuire le risorse e nel diffondere la ricchezza e il benessere) sono in totale opposizione. Il liberismo vede ogni vincolo sul libero mercato come una limitazione alla diffusione del benessere.

L’inizio della crisi: la crisi della fiducia
Se riandiamo con la memoria all’inizio della crisi economica, nell’agosto del 2007, i commenti unanimi erano che la caduta dei mercati finanziari (in particolare dei titoli bancari) era dovuta ad una “crisi di fiducia”. Improvvisamente il mondo dei media e i cittadini del mondo civilizzato scoprivano una strutturale fragilità del mondo bancario e finanziario rispetto a questa cosa strana chiamata fiducia. La cosa era straordinariamente grave, poiché si era paralizzato il mercato interbancario: le banche cioè non si prestavano più denaro tra di loro per una mancanza di fiducia reciproca. E questo dovrebbe far sorgere la domanda: se le banche non si fidano tra di loro, perché dovremmo fidarci noi? (Il silenzio su questa e altre domande fu uno dei fattori che allora mi spinse a iniziare a scrivere articoli!).

Il “piccolo” problema è che gli “esperti” di allora e di oggi, economisti e politici, sono totalmente inesperti e ignoranti sulla materia “fiducia”. Anzi, essendo a volte degli inesperti totali, danneggiano gravemente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Proprio queste istituzioni sono quelle che costituiscono quell’autorità pubblica alla quale, secondo papa Pio XI, deve essere soggetta la potenza economica.

Se le istituzioni sono tanto indebolite, diventa ovvio il dominio delle potenze economiche e del libero mercato. Con tale architettura economica e sociale non c’è spazio per la fiducia, né sembra esservi bisogno della fiducia: il libero mercato funziona e basta. Ma questa crisi oggi ci richiama a questa dura realtà: il libero mercato non riesce a funzionare senza fiducia; superato un certo limite, oltre il quale il guadagno è dubbio e il rischio è eccessivo, la fiducia viene a mancare e le potenze economiche sono come paralizzate. Per fare un esempio concreto: chi mai oggi investirebbe in Grecia, con l’economia di quel paese tanto depressa? E se nessuno investe mai, come farà l’economia a riprendersi? Un classico caso di circolo vizioso senza soluzione.

Così viene a cadere un altro tassello fondamentale dell’ideologia del libero mercato: quello secondo il quale l’arricchimento abnorme di pochissimi è comunque un bene per la collettività, poiché questi investiranno in attività di ricerca e sviluppo e questi porteranno a nuova occupazione e benefici per tutti, secondo una “teoria della ricaduta favorevole”.

Contro questo aspetto dell’ideologia liberista si è scagliato anche papa Francesco, in termini durissimi: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della ricaduta favorevole, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante» (Evangelii Gaudium, n. 54).

La moneta, una questione religiosa
Uno degli aspetti meno conosciuti, per non dire del tutto ignorati, dalla dottrina economica oggi dominante è proprio la presenza di questi “meccanismi sacralizzati” citati da papa Francesco. Non è un modo di dire, si tratta di una vera e propria sacralizzazione di meccanismi finanziari e monetari, che dipende dall’aspetto religioso della questione monetaria. Tutti i termini fondamentali dei rapporti economici e monetari, hanno una radice religiosa. La moneta nasce storicamente dal tentativo delle prime civiltà di comporre pacificamente i rapporti tra debitori e creditori, cioè proprio la materia di cui si occupa anche la preghiera del Padre Nostro («Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»).

Proprio questo è l’argomento trattato anche da Massimo Amato, docente di Storia economica alla Bocconi di Milano: «La relazione debito credito implica necessariamente non solo un aspetto giuridico (…) ma anche un aspetto religioso. Tale aspetto, ben attestato dalla storia delle lingue europee, non viene meno nonostante ogni apparenza, neanche nelle società secolarizzata in moderne e ultramoderne anche queste ultime possono su una fede, e forse in modo tanto più religioso quanto meno consapevolmente ammesso (…). La ragione dell’eccedenza di senso della relazione debito credito rispetto alla sua dimensione puramente economica va cercata nello strutturale squilibrio che il rapporto tra debitore e creditore porta con sé» (M. Amato, Le radici di una fede, Bruno Mondadori, 2008, pag. 17-18).

Le religioni si manifestano attraverso riti. Anche la moneta non si sottrae a questa ritualità. «Nella misura in cui nella sua dissimmetria la relazione debitore creditore è fondamentalmente incerta e dunque rischiosa, devono essere messe in atto delle procedure, letteralmente dei riti, volti a stabilire e a stabilizzare un regime di fiducia nel quale solamente tali relazioni possono avere uno svolgimento ordinato» (ibid., pag. 20).

Una ulteriore conferma di questo aspetto religioso arriva da una fonte insospettabile, un brano che mi permetto di definire delirante. «La Banca d’Italia, no: la religione della moneta, o, meglio, della sua difesa è rimasta integra nella sua ortodossia (…) Una religione al servizio di una divinità altamente simbolica, ma altresì una divinità che, se fedelmente servita, è dispensatrice di beni, mentre, quando viene tradita, si fa implacabilmente vendicativa (…). I governatori sono i sacerdoti addetti al suo culto. Se non fossero pienamente indipendenti e soggiacessero a poteri esterni la loro qualità liturgica verrebbe meno» (Mario Pirani, “La religione di Bankitalia”, la Repubblica, 1 giugno 1994).

Il continuo utilizzo di una terminologia religiosa rende evidente la necessità di valutare correttamente l’aspetto religioso della moneta, altrimenti si rischia di scambiare il governatore della Banca d’Italia (o della Banca centrale europea) per un sacerdote salvatore del bene comune, mentre sacrifica i più deboli e indifesi.

Cosa fare? Moneta di Stato
Allora cosa occorrerebbe fare? Come accennato da alcuni commentatori che hanno citato i casi di Argentina, Venezuela e Giappone, la sovranità monetaria aiuta ma non è sufficiente. Soprattutto se la banca centrale continua a fare la banca centrale indipendente da tutti e soprattutto dal governo. Quello che occorre veramente è che la banca centrale non stampi denaro solo per il sistema bancario, ma lo stampi anche per conto dello Stato.

Non per lo Stato, ma per conto dello Stato. Cioè intendo dire che la banca centrale deve stampare denaro e non addebitarlo allo Stato, ma accreditarlo.

Quella che appare una bestemmia per la dottrina economica oggi imperante, in realtà già accade, anche se in misura insignificante. Infatti le banconote sono stampate dalla banche centrali e poste tra i passivi (e quindi diventano un debito per la collettività), mentre le monetine sono stampate dallo Stato e (ovviamente) poste tra gli attivi.

Moneta e nichilismo
Del resto, creare moneta e metterla tra i passivi di bilancio è una convenzione che non ha alcuna giustificazione razionale o morale. Al contrario, ha molte motivazioni morali contrarie, poiché vuol dire dare un valore negativo allo strumento di misura del valore positivo dei beni reali. Questo sistema è giustificabile solo laddove il potere dominante ha interesse alla distruzione del valore, distruggendo il valore della misura (del valore). E questo potere corrisponde ad una ideologia ben precisa: si chiama nichilismo, cioè l’affermazione preconcetta che nulla ha valore.

Il risultato è quello che vediamo oggi: la distruzione dei valori morali e sociali avanza di pari passo con la distruzione dei valori economici. Per le imprese speculative e finanziarie si trova sempre un fiume di denaro; mentre per il welfare e gli interessi dei popoli il denaro scarseggia sempre.

Inoltre impera la menzogna, che crea una barriera fitta di mezze verità in mezzo alle quali per l’uomo comune è quasi impossibile distinguere il vero dal falso.

La catena delle menzogne
Menzogne come l’idea che le tasse servano a pagare i servizi dello Stato. Niente affatto. Non solo perché il pagamento delle stesse sono sempre successive alle spese dello Stato (poco o tanto che sia, la sostanza del ragionamento rimane invariata), ma soprattutto perché i servizi dello Stato, nella stragrande maggioranza, non sono “produttivi” né potranno mai essere considerati “sostenibili” finanziariamente da nessun punto di vista. Tale descrizione è confermata pure da una presentazione pubblicata dall’ufficio studi dell’Agenzia delle entrate, nella quale l’autore Paolo Di Lorenzo afferma chiaramente che: «La spesa pubblica è concepita come temporalmente e logicamente distinta dalle tasse (…). Le tasse non possono quindi essere un mezzo per finanziare una spesa pubblica già effettuata in precedenza (…). Nel periodo successivo, lo Stato dovrà emettere dei titoli per raccogliere la moneta necessaria a colmare il deficit dell’anno precedente. La maggiore emissione non è destinata a finanziare una spesa produttiva ma ad alimentare la spirale dell’indebitamento».

Rispetto alla storia d’Italia, gli acconti sulle tasse (che tentano disperatamente di anticipare la disponibilità della liquidità per lo Stato) sono un’invenzione recente, che comunque poco o nulla ha inciso sul fatto che lo Stato strutturalmente prima spende e poi incassa. Basti pensare al Def, il documento col quale lo Stato ogni anno tenta una programmazione finanziaria per tre anni. Ovviamente si tratta di aria fritta. Ad esempio nel Def del 2014 del governo Monti, le previsioni erano che il prodotto interno lordo sarebbe cresciuto all’1,3 per cento, il rapporto deficit/Pil sarebbe sceso di 1,8 per cento e il rapporto debito/Pil sarebbe stato al 129 per cento. Durante il governo Letta il Pil sarebbe cresciuto al +1,1 per cento, il rapporto deficit/Pil sarebbe stato pari al -2,5 per cento e quello deficit/Pil al 132,8. E infine, nel governo Renzi il Pil è salito appena dello 0,8 per cento, il rapporto deficit/Pil è tra -2,5 e -2,6 per cento e quello debito/Pil oltre il 133.

Ovviamente per lo Stato è impossibile prevedere le entrate, poiché queste dipendono dall’andamento dell’economia, che determina la crescita (o non crescita) del Pil e delle tasse.

Il discorso è molto semplice: lo Stato e l’economia reale (famiglie e imprese) non possono stampare moneta. Se lo Stato è in attivo, vuol dire che famiglie e imprese stanno perdendo soldi. Se le imprese hanno profitti e le famiglie accumulano risparmi, allora è lo Stato che ci rimette e accumula debiti. Non ci sono alternative, in un sistema balordo come l’attuale, in cui la banca centrale è un soggetto terzo che distribuisce denaro, ma solo addebitandolo e quindi aumentando il debito totale del sistema.

Il mito dei tagli nei settori improduttivi
Ci avete mai pensato? Quanto sono produttive le guardie forestali? E i vigili del fuoco? E gli operatori sanitari, quanto sono finanziariamente sostenibili? E gli operatori del pronto soccorso? Che reddito producono per lo Stato e per l’economia? Lo dico paradossalmente: quando succede un incidente, non sarebbe meglio, da un punto di vista finanziario, lasciar morire la gente per strada e poi portarla direttamente all’obitorio?

Lo Stato, per evitare il ritorno alla barbarie, sarà sempre impegnato a sostenere attività che non hanno alcuna produttività. Sostenere i malati, gli anziani, i disabili o pulire le strade sono operazioni che non avranno mai una convenienza finanziaria, ma sono un impegno di civiltà.

Ovviamente non voglio negare che vi siano sprechi e malaffare in tanti settori pubblici, ma tutto questo non è mai stato un problema fino alla nascita dell’euro. Oggi la vulgata dominante pretende di fare piazza pulita delle inefficienze e della corruzione, mettendo in mano agli interessi della speculazione lo strumento per abbattere gli scansafatiche e gli inutili improduttivi. Ma i cittadini, frastornati dalle menzogne dei media, soprattutto televisivi, non si sono resi conto che per la finanza speculativa i politici non sono inutili, anzi sono utilissimi per continuare a prendere in giro e fregare i cittadini stessi. Quelli che sono inutili e dannosi sono proprio i cittadini. Sono un ostacolo e un problema per la crescita infinita dei loro profitti. Non vogliono cittadini, che magari intervengono con la pretesa di difendere i diritti, ma vogliono schiavi e succubi, capaci di bersi tutte le loro menzogne.

Il debito impagabile
Come la menzogna che il debito pubblico italiano sia pagabile. A parte il fatto che cresce sempre, si continua a propinare l’idea bislacca che “basta tagliare le spese”, senza comprendere che tagliando le spese poi caleranno le entrate dalle tasse. Eppure niente, anche tra i miei commentatori c’è chi continua ad affermare che è necessaria «una politica di tagli delle spese improduttive che ancora nessuno ha visto». Appunto! Nessuno l’ha mai vista, a livello mondiale, in nessun paese e in nessuna epoca. Ancora crediamo a Babbo Natale? La Grecia non ha tagliato di tutto? Non ha chiuso persino la tv di Stato? E cosa è successo al Pil? Lo sapevano tutti e lo hanno fatto lo stesso: non sono criminali? E ancora oggi, vogliono rifare lo stesso, con nuovi tagli: non sono criminali?

Quando i conti non possono tornare, non è questione di efficienza: i conti non torneranno mai. La matematica, fino a prova contraria, non è un’opinione. E la matematica e il buon senso ci dicono che il Pil è un flusso, mentre il debito è uno stock; non è possibile pagare un debito con un flusso! Quindi il fantomatico rapporto tra debito e Pil è una menzogna per gonzi. Questo è l’ennesimo caso in cui non si tiene conto della realtà nella totalità dei suoi fattori. Infatti viene messo in rapporto il debito di un soggetto (lo Stato) con il Pil di tre soggetti (l’intera nazione, cioè Stato, famiglie e imprese).

Ovviamente non si mettono nel calcolo tutti i fattori in gioco perché se si tenesse conto dei debiti di tutti e tre i soggetti, il rapporto debito/Pil sarebbe superiore al 400 per cento e tutti capirebbero che il debito è impagabile.

La verità è che il debito, che è uno stock, si paga con uno stock di moneta. E la moneta semplicemente non c’è. Il totale delle banconote in circolazione in Italia è di circa 150 miliardi. Il debito, per ora, è arrivato a circa 2200 miliardi. Questa è la realtà. Se pure lo Stato mandasse la Guardia di finanza a sequestrare tutte le banconote in circolazione, con queste potrebbe pagare meno di un decimo del proprio debito. E il giorno dopo tutta l’economia sarebbe completamente bloccata.

La moneta di Stato è una necessità. L’alternativa è la catastrofe finanziaria, una catastrofe che riguarderà l’intero mondo occidentale che vive nel delirio delle banche centrali indipendenti. E come ha scritto all’inizio di questa crisi il giornalista economico Ambrose Evans-Pritchard, la Grande Depressione del ’29 al confronto sembrerà come una passeggiata nel parco.

* * *

Ps. In risposta a un commentatore dello scorso articolo: l’Argentina non è andata in default una seconda volta. Si tratta degli stessi creditori della prima volta, che hanno provato a chiedere i soldi una seconda volta (con tanto di giudice e di causa negli Stati Uniti); ma non gli è andata bene. E si sono vendicati con la stampa di regime, che ha sparso per il mondo la menzogna del secondo default dell’Argentina. La stessa stampa di regime si preoccupa molto dell’inflazione di quel paese (impedisce ai ricchi di tenersi i soldi nel cassetto, accidenti!) ma non mi pare che ci siano allarmi Unicef per un caso umanitario di diffusa malnutrizione di portata nazionale, né mi pare che si racconti di casi di bambini malnutriti che svengono a scuola. In Grecia invece sì.

Giovanni Passali, autore di questo articolo, è il presidente dell’Associazione Copernico e ha maturato un’esperienza decennale nella finanza progettando software e sistemi di trading per i mercati speculativi ad alto rischio.

Foto Bce da Shutterstock


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17 Commenti

  1. Stefano scrive:

    finalmente qualcuno che dice che il primo problema è l’euro, anzi non lo dice ma almeno lo fa capire. Quando Tempi oserà pubblicare Bagnai, Borghi o Barra Caracciolo?

  2. sindar scrive:

    Contento dell’ulteriore passo di riflessione faccio due appunti sulla prima parte

    1)Sarò testone io ma dallo stesso articolo leggo:

    “Pertanto, diventa indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale, per arrivare alla radice dei problemi che ci affliggono e risolverli. Tale impegno deve poggiare sulle seguenti tre riforme:
    (a) il ristabilimento di una riserva obbligatoria al 100%, come principio essenziale dei diritti di proprietà privata in relazione ad ogni deposito a vista di denaro e suoi equivalenti;
    (b) l’abolizione di tutte le banche centrali (che diventano inutili come prestatori di ultima istanza se la riforma (a) di sopra viene implementata e che come agenzie di pianificazione centrale sono una fonte costante di instabilità) e la revoca delle leggi del corso legale e del groviglio di normative di governo sempre mutevoli che ne derivano, e
    (c) un ritorno ad un gold standard classico, come unico standard monetario mondiale che porterebbe ad un’offerta di moneta che le autorità pubbliche non riuscirebbero a manipolare e che potrebbe limitare e disciplinare le attese inflazionistiche del diversi agenti economici[2].”

    Non mi pare che la BCE ovvero la banca centrale europea possa propriamente definirsi di scuola Austriaca a meno che non propenda per la sua stessa abolizione (punto b) :) inoltre non mi sembra che nessuno dei tre punti sia minimamente rispettato.

    2) L’articolo in questione, fenomenale su moltissimi punti, lo è un po’ meno per quanto riguarda la stretta attualità (è del 2012) e dunque da usare cum grano salis… bastino questa ulteriore citazione:

    ” Da qui la successiva caduta dei governi dell’Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia, che ha dimostrato l’esatto contrario di una caduta di democrazia e che invece ha manifestato un elevato livello di rigore […] sebbene sarebbe stato meglio fosse accaduto prima, la sospensione “de facto” dei pagamenti da parte della Grecia, al quale è stato concesso un “haircut” del 75% verso i privati investitori che erroneamente avevano investito in obbligazioni sovrane elleniche, ha dato un chiaro segnale ai mercati per cui gli altri paesi in difficoltà non hanno alternativa, se non quella di implementare senza ritardo le rigorose e severe riforme necessarie. […] Per la prima volta, grazie all’euro, la Grecia é forzata ad affrontare le sfide che il futuro gli ha posto. Sebbene gli scettici monetaristi ed i recalcitranti Keynesiani non vogliano riconoscerlo, la deflazione interna é possibile e non comporta nessun “ciclo perverso” se é accompagnata da importanti riforme per liberalizzare l´economia e recuperare competitività. È vero che la Grecia ha ricevuto e sta ricevendo sostanziali aiuti, ma non é meno vero che ha la responsabilità storica del rifiuto delle previsioni di tutti quei profeti di sventura che, per differenti ragioni, sono determinati a vedere il fallimento dello sforzo ellenico, potendo così mantenere nei loro modelli la vecchia e stantia ipotesi (poiché interessati) che i prezzi (ed i salari) siano rigidi verso il basso (vedi anche le nostre critiche nella nota 9 sugli effetti disastrosi della tanto invocata e favorita svalutazione Argentina del 2001). Per la prima volta, la tradizionale fallita e corrotta Grecia ha preso dei rimedi drastici.”

    ecc…

    Quanto fossero drastici i rimedi della Grecia è cronaca di questi giorni

    • Giovanni Passali scrive:

      Non so dove ha preso queste citazioni, forse ha sbagliato commento :).

      Comunque sinceramente non capisco chi propone la riserva bancaria al 100%, poiché la banca potrebbe prestare solo ciò che ha, cioè decisamente poco per le esigenze dell’economia reale.
      Inoltre, se io deposito i soldi in banca e questa poi li presta, quando poi vado in banca per ritirarli potrei sentirmi rispondere “mi dispiace ma non glieli posso dare perché li abbiamo prestati…”.
      L’unica soluzione, come concludo nell’articolo, è la moneta di Stato, grazie alla quale davvero lo Stato potrà avere i soldi per pagare i debiti e avere i soldi per potersi permettere di abbassare le tasse.
      Oggi invece lo Stato non ha la proprietà della moneta e quindi tutti sanno che può fallire davvero.
      L’Argentina può restituire tutti i debiti fatti con la propria moneta, invece non potrà mai restituire i dollari Usa che non ha.

      • sindar scrive:

        1) Le citazioni provengono entrambe dall’articolo di de Soto (rigo 17 il punto 1) che lei ha linkato nel testo a sostegno della sua tesi :) . Si ripropone il dubbio, BCE di scuola Austriaca, ovvero favorevole alla propria autodissoluzione? :(

        2) Non so se prestare ciò che si ha sia poco o molto. La scuola Austriaca comunque sostiene che è più “onesto” (ed economicamente sano nel lungo periodo) prestare ciò che si ha. Senza contare che la copertura aurea del denaro potrebbe essere fatta ad un qualunque “tasso di cambio” ovvero rapporto oro/moneta (eg. a fine 1800 il rapporto era 1 oncia per circa 20$)

        3) Come i Greci insegnano se la probabilità che la banca risponda “non glie li posso dare perchè li ho prestati” potrebbe effettivamente verificarsi con copertura al 100%,lo stesso problema può verificarsi con la riserva frazionaria.

        4) Il magico mondo della moneta fiat è una religione come un’altra in cui qualcuno può fare tutti i debiti che vuole e poterli ripagare per postulato. Peccato che se l’Argentina si è collegata al dollaro un motivo ci sarà (forse che nessuno gli avrebbe più prestato il becco d’un quattrino? dico forse…). Successivamente l’Argentina è fallita 2 volte… ma aspettiamo la resurrezione definitiva :)

        • Giovanni Passali scrive:

          Gentile Sindar, ho citato de Soto per mostrare un illustre austriaco che appoggia la costruzione dell’Euro, non perché sia d’accordo con tutto quanto dice.
          Le cose da lei affermate meritano un articolo di approfondimento, per questo evito di rispondere troppo per commenti. Ma qualche indizio qui si può dare.
          La Bce favorevole alla propria autodistruzione? Si, se fosse una banca centrale. Ma così (nonostante le apparenze!) non è, poiché la Bce NON è prestatore di ultima istanza, cioè non può e non vuole svolgere il compito fondamentale che è la ragione di esistenza di ogni banca centrale. Allora cosa è la Bce? Di fatto, oggi, solo un gruppo di potere votato alla usurpazione del potere delle banche centrali nazionali.
          Non si può capovolgere la storia: l’Argentina è fallita PROPRIO perché si era collegata al dollaro. Quindi è stata costretta dalla realtà a tornare alla moneta nazionale. E non è fallita due volte, come già spiegato alla fine del mio articolo. Tornata alla moneta nazionale, per cinque anni ha avuto un pil intorno o superiore al 5%. Ma possiamo pure prendere l’esempio dell’Ungheria. Oppure paragonare la Finlandia (che ha l’Euro e quattro anni di recessione) e la vicina Svezia (che ha la propria moneta e sta nell’Europa) e la vicina Norvegia (né Euro né Europa).

          • sindar scrive:

            Si è perso il mio commento precedente… :(

            Due punti:

            1) Se la BCE non è prestatore di ultima istanza il QE cos’è? Ok la BCE non è prestatore di ultima istanza MA SI COMPORTA COME TALE. In pratica qual’è la differenza?

            2) Argentina 2014: inflazione +38,4%

            • Marco scrive:

              Sig. Passali la ringrazio per i suoi articoli perchè centrano il problema.

              Putroppo come segnalatole da Sindar lei ha mal compreso la tesi di De Soto sulla BCE. De Soto ha fatto quel famoso articolo principalmente per affermare una sua tesi che resta nell’alveo della teoria monetaria della scuola austriaca (come le ha detto Sindar, senza prestatore di ultima istanza, denaro merce.. ) ma che afferma un certo miglioramento nel funzionamento della BCE rispetto alle bance centrali nazionali.
              Se pero` oggi domandasse a De Soto cosa ne pensa sul comportamento della BCE le direbbe che Draghi sta agendo in maniera molto pericolosa.

              Per capire la posizione degli austriaci e per capire sostanzialemnte la grande differenza che c’è tra la concezione dell’euro e quella del marco tedesco un libro interessante è quello di Philipp Bagus, allievo di Huerta de Soto, che essendo tedesco scrive e argomenta dal punto di vista della posizione austriaca il rischio dell’euro. Sempre tenendo presente che ogni autore mantiene le proprie peculiarità e c’è un Friedman che scrive sull’oro e un Friedman che stampa come un pazzo (cioè un prima e un dopo).

              Sulla necessità di stampare moneta per salvare i paesi, le faccio solo notare che la creazione esponenziale del denaro si fa molto di più attraverso la scelta della riserva frazionaria delle banche. Ed è questa riserva frazionaria che “giustifica” la necessità di un prestatore di ultima istanza.

              Per capire il grande problema dello stampare moneta, e del perchè lei si sbaglia (sempre a parer mio s’intenda) riguardo alla soluzione, a me ha molto giovato guardare queste presentazioni su hayek e keynes. http://www.auburn.edu/~garriro/macro.htm

              Su Huerta de Soto, la parte storiografica e giuridica dei primi capitoli di Moneta Credito Bancario e Cicli economici è semplicemente impagabile. Il professor de Soto li rende disponibile qui:
              http://www.jesushuertadesoto.com/books/libri-in-italiano/moneta-credito-bancario-e-cicli-economici/

              Mi permetto di suggerirle queste cose anche perchè mi hanno aiutato a capire la relazione fra la teoria economica e la dottrina sociale della chiesa.

              Le auguro di continuare a dar voce alle sue idee in questo sito..
              Marco

              • Luigi scrive:

                Caro Marco,
                mi dispiace dover dissentire ma l’intero apparato culturale proposto da Huerta de Soto come quello viennese e monetarista si basano su un arcaismo terribile. Se si seguissero le loro idee si tornerebbe all’età della moneta aurea o al gold standard, che, è noto, nella storia sono stati impedimenti allo sviluppo poiché limitavano la liquidità, sia quella per emissione statuale o central-bancaria sia quella per emissione di moneta bancaria in forma di prestiti (che, come ha dimostrato Nicholas Kaldor, demolendo Milton Friedman, e come ormai ammettono i principali banchieri centrali ma già ammetteva nel 1971 Guido Carli, precedono sempre i depositi e non il contrario, così come sono gli investimenti a generare i risparmi e non il contrario). In realtà de Soto, hayek, Mises e Friedman, come gli ordoliberali tedeschi, hanno un terrore pazzo dell’inflazione perché, aderendo alla “teoria quantitativa della moneta”, la ritengono dipendere dalla quantità di moneta legale in circolazione. E’ noto che i tentativi di controllare la circolazione monetaria messi in opera dai governi Thatcher e Reagan (il cd. “monetary targeting”) fallirono miseramente perché la massa monetaria continuò a crescere nonostante la stretta monetaria delle banche centrali (l’unico obiettivo centrato fu la demolizione del welfare). Questo perché il mercato, famiglie ed imprese, fecero ricorso, per finanziarsi in carenza di moneta legale, alla moneta bancaria messa a disposizione dalle banche, anzi creata dal nulla ad ogni apertura di credito. La moneta bancaria oggi è più che mai immateriale e consta di accreditamenti ed addebitamenti puramente contabili, senza passaggio di moneta legale. Quindi la moneta bancaria è invisibile e sfugge anche alle supposte, da Friedman, percezioni inflazioniste. I Quantitive easing effettuati negli ultimi dieci anni dalla Fed d ora anche dalla Bce non hanno provocato, proprio per questo, perché si tratta di operazioni informatiche puramente contabili, neanche l’ombra di alta inflazione: appena, appena quella intorno al 2% per evitare l’agghiacciante deflazione derivata dalla crisi e dalle politiche neoliberiste di austerità. La Banca centrale, proprio perché la moneta è endogena e non esogena come credono vienesi e monetaristi, può molto limitatamente controllare la quantità di moneta bancaria solo attraverso il tasso di sconto, ma non può impedire alle banche di erogare moneta bancaria oltre la riserva legale, tanto è vero che, compresa la sua inutilità, molti Paesi hanno abolito il limite della riserva legale. Che la moneta è endogena lo ha ormai ammesso perfino la Banca di Inghilterra. Questo, oltretutto, significa che l’inflazione non è affatto generata dalla quantità di moneta legale, l’unica controllabile dallo Stato o dalla Banca centrale, da è generata o da aumento dei costi o da aumento della domanda dei beni a fronte di una carenza produttiva dell’offerta di beni. I dati econometrici relativi alle due grandi impennate inflazionistiche degli anni ’70, e le loro elaborazioni grafiche, dimostrano che fu l’aumento, causa guerre arabo-israeliane, del prezzo del greggio a causare, ex post, l’aumento dei prezzi ossia l’inflazione e che, per il meccanismo allora vigente della scala mobile, solo successivamente l’aumento dei salari nominali favorì un ulteriore aumento dei costi e quindi dell’inflazione. Imprese e famiglie reagirono a tale aumento dei prezzi ricorrendo alla moneta bancaria ossia ai finanziamenti bancari sicché, come dimostrano quelle elaborazioni grafiche, l’aumento della massa monetaria non fu dovuta, sempre ex post e non ante, all’aumento di M1 (ossia della moneta legale, che era del tutto sotto controllo) ma all’aumento di M2 (ossia della moneta bancaria). Tutto questo dimostrò che in una economia industriale e post-industriale gli schemi viennesi e monetaristi che concepiscono la moneta ancora come una merce, come fossimo ancora all’età della moneta aurea, non sono in grado di spiegare la realtà economica moderna e le sue dinamiche. Mi dispiace epr i tanti cattolici conservatori che vedono in De Soto, Hayek, Mises e Friedman gli eredi delle idee scolastiche, sulla moneta, di Tommaso d’Aquino o della Scuola di Salamanca, ma la realtà economica odierna è molto diversa da quella dell’Aquinate e di Suarez. Questi grandi teologi – e la loro grandezza è nella teologia ed anche nella teologia della politica e del diritto – non potevano certo ragionare sulla base di uno scenario, quello attuale della moneta endogena a natura creditizia, nel quale la moneta si fa sempre più immateriale. Per loro moneta equivaleva ad oro o argento. Non immaginavano neanche le potenzialità che la lettera di cambio, origine storica della moderne banconote cartacee anch’esse ora in procinto di essere sostituite da meri impulsi informatici, avrebbe sviluppato a partire dal medioevo, anche se con la finzione della copertura aurea che spesso o non esisteva o era in misura infinitamente inferiore. Se dovessimo, con atteggiamento “fondamentalista” tenere per dogma tutto quello che pensava o scriveva Tommaso d’Aquino, dovremmo ancora ritenere aristotelicamente la moneta infeconda e quindi condannare ogni forma di interesse (la Chiesa, anche se ancora nel XVIII secolo, con la “Vix Pervenit” di Clemente XIV riaffermava la dottrina aristotelico-tomista sulla infecondità del denaro, già nel XVI, a fronte dell’esperienza caritativa, messa in opera dai francescani, dei Monti di Pietà, ammise un moderato interesse come compenso di un servizio sociale) oppure dovremmo supporre, come faceva l’Aquinate, che l’anima è infusa da Dio nel feto non immediatamente ma entro tre mesi (e magari, vi è chi lo ha assurdamente fatto proprio invocando l’Aquinate, su tale base argomentare di spazi di liceità dell’aborto). Insomma bisogna avere il coraggio di riconoscere che – salvo il dogma di fede – anche i grandi teologi, per quanto riguarda questioni che non toccano immediatamente la Rivelazione e la fede, sono figli del loro tempo e quindi riformabili dai posteri alla luce delle nuove acquisizioni. Come, appunto, faceva Pio XI nella “Quadragesimo Anno” quando, nel condannare “il funesto ed esecrabile imperialismo del denaro” non riproponeva certo la dottrina aristotelica sul denaro ma additava il potere finanziario ex lege ed amorale quale nemico dell’umanità. Perché, infatti, non si devono temere le scoperte dell’intelligenza umane, come è anche la virtualizzazione e la demercificazione della moneta, prima con il passaggio dall’oro alla carta ed ora dalla carta al mero flusso informatico. Sarebbe, oggi, idiota continuare a far sgobbare uomini nelle miniere alla ricerca di oro per la monetazione oppure a stampare soltanto carta moneta quando gli strumenti di pagamento si sono fatti, con la tecnologia, più immateriali e sofisticati. Sarebbe come dire che dovremmo fermarci al carbone o al petrolio e non usare le nuove forme di energia. L’intelligenza umana è un dono di Dio ma sta all’uomo usarla per il bene o purtroppo, come spesso egli fa, per il male. Ora, il problema non sta nel coniare ancora in oro o nell’ancorare la moneta ad una materia sotto stante, sempre l’oro, nell’illusione di garantire la stabilità della moneta e quindi dei prezzi (secondo una connessione che, come detto sopra, è oggi irreale). Il problema sta nell’uso che si fa del potere di creare moneta ex nihilo. Se questo potere dell’uomo, dell’intelligenza umana, è usato conformemente al dettato etico del bene comune, e se quindi esso si atteggia a “sub-potere” ossia a potere che l’uomo riconoscere derivargli da Dio, l’Unico Onnipotente, è cosa buona e positiva. Ma se esso pretende, in un impeto di ubris e di deliro di onnipotenza, di essere autonomo dal giusto e dall’equo, ossia di essere un potere nativo dell’uomo, e non derivatogli da Qualcuno più alto, si trasforma in qualcosa di distruttivo, come la liberalizzazione della finanza apolide ha dimostrato tanto nel 1929 che nel 2008. Ecco che, pertanto, la questione sta nello studiare con quali mezzi giuridici e politici la spesa privata come quella pubblica nonché l’uso della creazione monetaria, quella legale e quella bancaria, devono essere finalizzate al servizio dell’economia reale, produttiva, di investimento che da lavoro, pubblico o privato, alla gente, e con quali mezzi giuridici e politici si deve reprimere o scoraggiare ogni uso a fini speculativi della moneta e della finanza. Dopo il Grande Crollo del 1929, saggiamente, con la Glass Steagall Act, legislazione poi imitata in tutti gli altri Paesi (ma anche anticipata dall’Italia con la Legge Bancaria del 1936), si dispone la separazione tra banche commerciali, a servizio dell’economia reale, e banche d’affari dedite alla speculazione. Chi voleva speculare poteva farlo a suo rischio e pericolo ma non usando o danneggiando l’economia reale. Questo è un esempio di legislazione altamente morale ed antispeculativa che lega l’attività finanziaria non al gold standard ma a ben precise strutture etiche. Negli anni ’90, nel clima di euforia da fine della storia a seguito della caduta del muro di Berlino e dell’incipiente globalizzazione, in nome della parola d’ordine “liberalizzazioni” e “privatizzazioni”, tutta la legislazione che negli anni successvi al 1929 si venne ad elaborare per impedire alla finanza di diventare autoreferenziale fu abrogata. La banca doveva tornare ad essere “universale” nelle sue attività, senza più distinzioni tra attività di credito all’economia reale ed attività di speculazione. Le banche iniziarono a rifilare alla clientela pericolosi prodotti finanziari spazzatura, dai “tango bond” argentini fino ai mutui “sub prime”, con le tragiche conseguenze globali che abbiamo avuto modo di vedere a partire dal 2008. Dato che ad immoralità si aggiunge immoralità, i governi, dopo il fallimento della Leman Brothers, non hanno trovato di meglio che salvare le banche speculatrici, dunque l’eccesso di debito privato (vera causa della crisi) , con i fondi dell’erario pubblico ossia con il debito pubblico, che quindi è aumentato non per dare più servizi ma per salvare strozzini e speculatori. Le banche francesi e tedesche erano esposte in modo impressionante verso la Grecia, avendo esse per vent’anni finanziato il debito privato greco al fine di consentire (la moneta unica, abbattendo il rischio del cambio, aveva anche questo fine mentre il bilancio greco veniva truccato dai consulenti di Goldman Sach) ai greci di comprare le merci francesi e tedesche. Allo stesso modo, le banche francesi e tedesche cooperarono alla bolla speculativo del boom edilizio, dunque privato, della Spagna di Zapatero, che poi l’idiota sinistra nostrana in quegli anni additava ad esempio di crescita (e di rispetto dei presunti diritti civili dato che Zapatero legiferava per le unioni gay). Poi però, quando il giocattolo si è rotto, ecco che l’eurocrazia monetarista si inventa prima l’Efsm e poi l’Esm e lo chiama “fondo salva Stati” quando l’intera operazione è consistita nel rilevare le esposizioni bancarie tedesche e francesi e pubblicizzarle a carico dei bilanci pubblici degli Stati dell’eurozona. Il debito privato veniva così trasformato in debito pubblico mentre la Troika imponeva austerità e tagli ai popoli per salvare il deretano degli speculatori. Tutto questo proprio perché etica e politica sono state messe in cantina – tanto bastava la sola “mano invisibile” a tutto ben aggiustare – per poi, da certuni, il propinarci anche la beffa dell'”antichismo” viennese o monetarista fatto di luterane rigidità fustigatrici e di equivalenza (in tedesco si usa la stessa parola per entrambi) tra “debito” e “peccato”. Lo scrivente, da cattolico, preferisce la preghiera, di Misericordia, del Padre Nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
                Saluti.

                Luigi

                • Marco Maglio scrive:

                  Luigi mi scusi,

                  ha fatto un intervento talmente lungo che ha volte ho perso il filo.
                  Trovo un po’ di contraddizioni in quello che dice, in particolare perchè accomuna spesso tutte le teorie considerate liberali (dai non liberali) tra loro.
                  Le consiglio di dare 2 minuti in più alla teoria di De Soto sulla moneta (magari solo per esercizio culturale). Cerco di risponderle solo sulle cose in cui ho il vago sentore di essere all’altezza:
                  1) Siamo d’accordissimo sul fatto che lo stampare o meno moneta non è il principale controllore della massa monetaria globale (lo dicevo tra l’altro nel mio primo commento), ma ho paura che lei travisi (o sono io che mi sbaglio) la teoria austriaca sull’inflazione. La teoria austriaca non sostiene che iniettando moneta dalla banca centrale vi è un aumento generale dei prezzi. La teoria austriaca chiama inflazione la quantità totale di moneta e livello dei prezzi appunto il livello dei prezzi. Non mi dulungo troppo, ma cio` è essenziale.
                  Dunque vi è piena coscienza che perchè sia il mercato a regolare l’espansione e la contrazione di moneta con il tasso d’interesse bisogna che la riserva frazionaria sia messa al 100%. Questo porterebbe immediatamente alla divisione tra le banche d’investimento e le banche di deposito che lei auspica.
                  2) Lei dice che non c’è inflazione, pero` lo dice affermando che siamo al 2% guardando il paniere della BCE. Forse pero` questo indicatore non è molto adatto. In effetti se io creo un fiume di denaro, questo non avra` forse effetto sul paniere della BCE, ma potrebbe gonfiare una bolla (es. una bolla immobiliare? o una bolla finanziaria? creare inflazione all’estero?). Lei si lamenta che si da potere alla finanza e non capisce che questo deriva proprio dallo stampar moneta?
                  3) Mi spiace ma non conosco la teoria di Kaldor. Potrei cercare di capirci qualcosa nei prossimi giorni..
                  4) Generalmente nel suo articolo non ho capito cosa propone? Mi sta dicendo che la BCE sta attuando bene o male? Ho capito che non sta dicendo che la BCE attua secondo un principio austriaco (non c’è nulla di austriaco a parte la microeconomia in tutta l’economia mondiale quindi no). Ma lei cosa pensa ?

                  un saluto,
                  Marco

                  • Luigi scrive:

                    Caro Marco,
                    con ordine.

                    1) La teoria austriaca chiama inflazione – mi sembra che lei dica – la quantità eccessiva di moneta. Questa è la cd. “teoria quantitativa della moneta”, la teoria classica sposata dagli economisti liberisti che in genere, a partire da Adam Smith, considerano la moneta una merce. Ma è una teoria che fa acqua, sopratutto nei tempi attuali a causa della tendenza alla virtualizzazione e demercificazione della moneta (che oggi non è più una merce, ammesso e non concesso che in passato lo sia stata). Secondo la teoria quantitativa aumentare la massa monetaria induce, appunto, aumento dei prezzi a causa della svalutazione della moneta, del suo potere d’acquisto, e quindi inflazione (perché, tecnicamente, l’inflazione è l’aumento del livello dei prezzi e non la quantità di moneta in circolazione). La tesi monetarista segue lo stesso schema ed ha aggiornato, dopo la rivoluzione keynesiana, le tesi classiche dei viennesi, riproponendole, approfittando delle difficoltà che il keynesismo si trovò a patire negli anni ’70 (compresenza contemporanea di alta inflazione ed alta disoccupazione, quando secondo la tesi di Keynes, supportata da una lettura pre-friedmaniana della curva di Phillips, questi due fenomeni non avrebbero potuto darsi insieme: l’evento inedito, all’epoca chiamato stagflazione, fu causato dall’aumento inusitato del prezzo del greggio e quindi dei costi di produzione che si riverberarono sui prezzi dei prodotti). Nicholas Kaldor ed altri economisti dimostrarono errati i presupposti della teoria quantitativa perché controllare la massa monetaria intesa come moneta legale – quella emessa dalla Banca centrale – non impedisce l’aumento della massa monetaria complessiva che viene causato dal ricorso di famiglie ed imprese ai prestiti bancari, i quali sono moneta bancaria creata ex nihilo dalle banche e precedono, non seguono, i prestiti così come gli investimenti precedono e non seguono i risparmi. La tesi di Kaldor si chiama “teoria endogena della moneta” ed oggi i banchieri centrali ammettono che, effettivamente, le cose stanno come le ha descritte Kaldor. La conseguenza è che, appunto, l’inflazione non dipende dall’aumento della massa monetaria che piuttosto segue gli aumenti dei prezzi. E’ l’aumento dei prezzi a “tirare” più moneta, in forma di moneta bancaria, anche quando l’Autorità monetaria praticasse una politica restrittiva contraendo la quantità di moneta legale. Fu questo il motivo per il quale i tentativi effettuati dalla Thatcher e da Reagan di “monetary targeting”, ossia di fissare un limite alla quantità di moneta legale nell’illusione di controllare tutta la massa monetaria e quindi l’inflazione, fallirono miseramente, smentendo sperimentalmente sia la teoria quantitativa della moneta sia, nonostante il premio Nobel, il monetarismo di Milton Friedman. L’inflazione degli anni ’70 diminuì solo quando il prezzo delle materie prime, ad iniziare dal greggio, ebbe una flessione negli anni ’80, ma questo accadde indipendentemente dai tentativi di restringere la base monetaria legale. Alle Autorità monetarie non è possibile, se non molto parzialmente mediante il tasso di sconto, controllare anche la moneta bancaria che dipende dalla domanda di moneta del mercato (secondo la legge keynesiana per la quale è la domanda ha generare l’offerta – nessuno produce alcunché se non c’è domanda – e non il contrario come credeva nel XVIII secolo il Say e dopo di lui hanno acriticamente ritenuto tutti i classici e neoclassici, marginalisti, viennesi, monetaristi etc.

                    2) La soluzione della riserva al 100%, proposta non solo da Huerta de Soto ma anche Maurice Allais e prima di loro negli anni ’30 da Irving Fisher, è esattamente quel ritorno all’oro o al gold standard di cui dicevo. A parte il fatto che tale soluzione si basa sull’idea, errata, che le banche prima raccolgono il risparmio formando i depositi e poi concedano i prestiti – ed invece è vero il contrario: creando moneta bancaria ex nihilo prima aprono i fidi e poi, alla fine del ciclo, si formano i depositi – ed a parte il fatto che in diversi Paesi l’obbligo della riserva legale non c’è più proprio perché si è dimostrato inutile, di fronte al potere delle banche di creare moneta mediante i prestiti, quale metodo per contenere l’espansione creditizia, il vero problema sta nel fatto che in tal modo, seguendo la soluzione della riserva al 100%, si finisce per rarefare la moneta e quindi per indurre deflazione ossia crollo dei prezzi per crollo della domanda aggregata per contrazione del credito e del reddito disponibile a famiglie ed imprese. L’umanità ha preferito passare dalla moneta aurea a quella cartacea proprio per risolvere il problema della scarsità dei mezzi di pagamento che impediva lo sviluppo economico. Più tardi, ossia oggi, la moneta ha subito un ulteriore processo di demercificazione. Vogliamo tornare alla penuria, considerando oltretutto il fatto che è praticamente impossibile stabilire la giusta misura di moneta necessaria al sistema? Ecco perché la soluzione “classica” di legare il credito alla base aurea o alla base monetaria legale significa indurre recessione. L’austerità a questo porta.

                    3) Sono perfettamente consapevole che espandere il credito può portare a bolle speculative ma questo avviene appunto perché si pretende che il mercato debba essere assolutamente libero ritenendolo capace di autoregolazione (ma Hirman Minsky ha dimostrato che invece il mercato non tende affatto all’equilibrio, come credono viennesi e monetaristi, ma è intrinsecamente instabile). Se, invece, tanto lo stampare moneta legale quanto il credito bancario fossero inderogabilmente finalizzati, con opportune normative, soltanto, rispettivamente, alla spesa pubblica di investimento, in particolare in funzione anticiclica, ed al servizio dell’economia reale (vietando o perlomeno scoraggiando in modo pesante l’uso della finanza per scopi speculativi) si eviterebbe, o perlomeno di conterebbe in termini controllabili, il formarsi di bolle speculative. La soluzione non è tornare alla moneta aurea o a copertura aurea o al credito a riserva al 100%, ma facendo in modo che l’etica del bene comune governi moneta e finanza. Ma per fare questo è necessario che la Comunità Politica, perché la moneta stessa è sempre in qualche modo un “atto politico”, non sia dipendente dall’economico e sia a sua volta soggetta all’etica del bene comune. Esattamente quanto chiede da sempre, vedasi la Quadragesimo Anno (ma non solo) di Pio XI, la Dottrina Sociale Cattolica, anche se oggi, in tempi di catto-liberalismo, abbiamo dimenticato la grande teologia del politico sviluppatasi sin dai tempi patristici.

                    4) La separazione tra banche commerciali e banche speculative (mi ripugna chiamare investimento quello che è mera speculazione sui mercati finanziari senza produzione) non la assicura la libertà del mercato ma la normativa statuale. Anzi la liberalizzazione dell’attività bancaria, nella confusione tra credito commerciale e speculazione, è intervenuta proprio abrogando, in nome del libero mercato (bancario), la precedente normativa che separava i due ambiti.

                    5) La Bce, fornendo liquidità mediante l’acquisto di titoli pubblici e privati, sta disperatamente cercando di combattere la deflazione e di riportare l’inflazione al 2%, proprio perché la crisi ha innescato, causa sfiducia, una contrazione del credito bancario, quindi della creazione di moneta bancaria. Contrazione del credito che è intervenuta, oltretutto, in un’area, come l’eurozona, soggetta all’assurdo dogma ordoliberale del divieto per la Banca centrale di monetizzare il fabbisogno pubblico, impedendo agli Stati, ossia agli unici soggetti capaci di farlo nei momenti di crisi quando per paura tutti tesaurizzano ad iniziare dalle imprese che non investono, di spendere per rialimentare il mercato senza indebitarsi con i mercati finanziari e quindi senza aumentare il debito pubblico (perché l’esposizione dello Stato verso la propria banca centrale, se questa fosse soggetta al suo controllo, non sarebbe affatto debito). Le regole ordoliberali attualmente vigenti nell’eurozona hanno lasciato l’UE senza difese di fronte alla crisi, provocando molti più danni e più gravi che non nel resto del mondo (ad esempio Usa e Giappone) non soggetto a quell’assurdo dogma.

                    Cari saluti.

                    Luigi

            • Giovanni Passali scrive:

              Grazie per la sua pazienza.
              Si è guadagnato un post sugli argomenti da lei sollecitati.

              • Marco Maglio scrive:

                Ricambio i ringraziamenti e aggiungo che per il funzionamento dell’economia la moneta è molto più importante della politica.

                In effetti oggi dopo la caduta del comunismo se possiamo accomunare più o meno la destra e la sinistra come differenti vagoni dello stesso treno (un treno appunto con differenti idee). La velocità di quel treno è data dalla politica monetaria…

  3. Luigi scrive:

    Ottimo articolo, caro Passali. Sono anni che anche lo scrivente studia il problema monetario ed i suoi rapporti con la religione. Troppi cattolici oggi non ricordano che nella loro Tradizione ci sono immensi tesori di saggezza spirituale validi anche per l’economia e la moneta, ad iniziare dall’ammonimento di Nostro Signore sull’esistenza di una “religione di Mammona” il cui servizio è idolatrico. Non a caso nell’antichità i templi fungevano anche da “tesoro” e da “banche”. Questo naturalmente non significa demonizzare la moneta ma solo indicare la strada per un governo della stessa finalizzato al bene comune e sottratto agli speculatori. Come ricordava il citato Pio XI, nella “Quadragesimo Anno”, quando bollava come “funesto ed esecrabile l’imperialismo internazionale del denaro”. Ma tanto cattolici cons oggi corrono dietro agli “austriaci” e ai “monetaristi” dimentiche che, in Apocalisse, il potere mondiale anticristico è descritto come un potere finanziario globale che contrassegna tutti, sulla mano e sulla fronte, affinché possano “vendere e comprare”, ossia possano vivere. Non farsi contrassegnare significa morire. E il buon Pio XI, a proposito della finanziarizzazione dell’economia, sempre nella “Quadragesimo Anno”, riferendosi ai money managers, li definisce come coloro che “non più proprietari delle imprese, possiedono il denaro, ossia il sangue dell’organismo economico, sicché nessuno potrebbe enanche respirare senza che loro lo vogliano”.
    Cari cattolici liberisti, conservatori, inconsapevoli seguaci del dio Mammona, è il caso che ricominciate a riapprofondire le ragioni medesime della fede che dite di seguire.

    Luigi

    • tommasodaquino scrive:

      Lei non sa nulla né degli austriaci né dei monetarist, figuriamoci di dottrina sociale. Il suo dio che venera si chiama Keynes o Marx a seconda dei casi è delle opportunità. La prima scuola austriaca è quella di Salamanca sempre se sa di cosa si parla.

      • Luigi scrive:

        Egregio “santommaso” (che triste nascondersi dietro il nome di un Santo che non merita certo di essere usato in tal modo),

        Se il suo post si riferisce al mio intervento, allora sappia che della Scuola di Salamanca lo scrivente sa molto soprattutto in campo giuridico internazionalista. Prima di sputare sentenze di “scomunica”, con la solita intolleranza di chi crede di essere sulla cattedra pontificia senza accorgersi invece di sedere su una panchina, sarebbe il caso che legga meglio e bene quanto gli altri scrivono (anche quanto scrive Passali). Nella fattispecie ho scritto che i grandi scolastici di Salamanca sono stati tali in teologia e in teologia morale e politica, campi nei quali, sulla scorta dell’Aquinate, hanno posto le fondamenta della moderna concezione della naturalità del politico e di quella del diritto internazionale, ad iniziare dal quello inter-statuale o jus publicum europaeum. In questi campi, ed in particolare per tutto quanto concerne il dogma di fede, quindi la Rivelazione che è Luce dell’Eterno, essi oltrepassano il loro tempo storico. Questo però non significa che bisogna seguire i salmantini anche in campo economico, sia perché ai loro tempi non esisteva una vera e propria scienza economica e quanto essi scrivevano di economia era piuttosto un ragionare filosofico-morale sull’economia (il che non è affatto disdicevole, anzi) sia, sopratutto, perché ai loro tempi l’economia, anche quella monetaria, non funzionava come quella odierna. E’ come pretendere di essere tomisti continuando ad affermare, in cosmologia, la teoria tolemaica perché in essa credeva, in quanto tale era la convinzione della scienza del suo tempo, san Tommaso d’Aquino!
        Sia più cristianamente umile e dismetta il suo integralismo che, oltretutto in campi meramente umani come quelli scientifici, quindi sempre suscettibili di mutazioni e revisioni, è persino ridicolo.
        Per quanto riguarda il “fiat money”, gli austriaci potranno anche non essere favorevoli ma resta il fatto – e con questo fatto bisogna fare i conti senza ricadere in soluzioni deflattive e da decrescita – che esso, mentre l’ordoliberismo lo vieta agli Stati, è praticato quotidianamente dal sistema bancario privato che lo piega ai suoi fini speculativi, antisociali ed anticristiani. E’ qui che il bisturi deve intervenire ma non ammazzando il paziente, ossia i popoli, come accadrebbe con le “soluzioni” austriache, quanto piuttosto piegando il funzionamento odierno della creazione monetaria al servizio dell’economia reale e del bene comune. Infine, l’idea che la Dottrina Sociale cattolica coincida con la Scuola Austriaca o che Essa faccia riferimento ai postulati di tale Scuola è solo propaganda catto-conservatrice (ed antitradizionale): una propaganda che, certo, ha fatto breccia – visti anche i potenti appoggi avuti da quegli ambienti economici interessati a che i cattolici sbandassero verso il neoliberismo – ma che resta una coperta per menzogne beduine. Si però il caso che il Magistero pontificio si è ripetutamente espresso contro il liberismo economico, quindi anche contro le concezioni austriache che (non lo vorrà negare, spero!) sono liberali e liberiste. Forse è il caso che vada a rileggersi tutti i passi di censura del liberismo, come anche della concezione dell’economia deterministicamente mossa dalla concorrenza, contenuti nei documenti del Magistero Sociale Cattolico. Eccone una sintetica e non certo esaustiva rassegna:

        Leone XIII (Rerum Novarum, n. 2) “… cupidigia … e … sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori”;

        Pio XI (Quadragesimo Anno, n. 89) “c) principio direttivo dell’economia. Un’altra cosa ancora si deve procurare, che è molto connessa con la precedente. A quel modo cioè che l’unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, cosi il retto ordine dell’economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale dimenticando o ignorando che l’economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l’autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati; non può essere in alcun modo il timone dell’economia; il che è dimostrato anche troppo dall’esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. È dunque al tutto necessario che l’economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. (…).. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi …: e tali sono la giustizia e la carità sociali”;

        Paolo VI (Octogesima adveniens, n. 35) “Dall’altra parte si assiste ad un rinnovamento dell’ideologia liberale. Questa corrente si afferma sia all’insegna dell’efficacia economica, sia come difesa dell’individuo e contro le iniziative sempre più invadenti delle organizzazioni e contro le tendenze totalitarie dei poteri politici. Certamente l’iniziativa personale deve essere mantenuta e sviluppata. Ma i cristiani che s’impegnano in questa direzione, non tendono, a loro volta, a idealizzare il liberalismo, che diventa allora una esaltazione della libertà? Essi vorrebbero un nuovo modello, più adatto alle condizioni attuali, e facilmente dimenticano che alla sua stessa radice il liberalismo filosofico è un’affermazione erronea dell’autonomia dell’individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell’esercizio della sua libertà. Ciò significa che anche l’ideologia liberale esige da parte loro un attento discernimento”;

        Benedetto XVI (Caritas in Veritate, n. 35 e 36) “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave. (…). L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la Comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione”;

        Francesco I (Evangelium gaudium, n. 202 e 204) “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali. (…). Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione …”.

        Saluti.

        Luigi

  4. tommasodaquino scrive:

    Dott. Passali questa però è disinformazione. Bagus (anche lui austriaco) alunno di Huerta de Soto ha scritto il libro “la tragedia dell’euro ” gli austriaci non sono favorevoli all euro. Nessun austriaco è favorevole ad alcuna Fiat Money, ne alle banche centrali, figuriamoci all’euro. Questa è circonvenzione di incapace.

  5. Filippo81 scrive:

    Grazie, Giovanni Passali, per l’ennesimo interessantissimo articolo.

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