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Saranno i cattolici i prossimi “estremisti” da combattere?

luglio 9, 2017 Dennis Sewell

Perché le politiche del governo britannico per il contrasto del terrorismo islamico minacciano seriamente la libertà religiosa (ne sanno qualcosa le scuole cristiane)

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Per gentile concessione del Catholic Herald, proponiamo di seguito in una nostra traduzione un articolo di Dennis Sewell apparso nel numero del 7 luglio del magazine cattolico londinese. Il testo originale in inglese è pubblicato in questa pagina.

Subito dopo il fatto avvenuto all’esterno della moschea di Finsbury Park nelle prime ore del 19 giugno, quando un uomo si è lanciato con un furgone contro un gruppo di musulmani, Theresa May ha promesso un giro di vite nei confronti dell’“estremismo in tutte le sue forme”. Il Discorso della Regina, un paio di giorni dopo, ha subito garantito la costituzione di una Commissione per il contrasto dell’estremismo, che dovrebbe identificare e smascherare le attività estremiste e organizzare la difesa dei valori britannici.

Sembra una reazione decisiva alla serie di stragi terroristiche messe a segno nei mesi precedenti, tra le quali la bomba di Manchester e gli attacchi ispirati dall’Isis sul Westminster e sul London Bridge. Purtroppo, in realtà non è lo schiaffo di un governo risoluto. Rappresenta piuttosto una sciagurata prosecuzione dell’approssimativa e sotto sotto ipocrita Strategia di contrasto all’estremismo che la May approntò nel 2015, quando era ministro dell’Interno. A seconda di chi siederà in questa nuova commissione, nei prossimi anni i cattolici potrebbero trovarsi ad affrontare minacce molto gravi alla libertà religiosa.

L’espressione “estremismo in tutte le sue forme” comparve in un dibattito interno al governo di David Cameron riguardo al modo migliore di occuparsi del terrorismo di matrice islamica radicale. In sintesi, la discussione andò così: la squadra A sosteneva che tutti gli sforzi e le risorse avrebbero dovuto essere concentrate sul fermare le azioni di estremismo violento (gli attentati terroristici effettivi), anche se questo avesse voluto dire stringere alleanze tattiche con integralisti (imam che magari potrebbero dirti in faccia che gli omosessuali meritano di essere precipitati da un dirupo o che gli apostati meritano la morte, ma che non fossero effettivamente coinvolti nei gruppi terroristi o non condividessero i loro obiettivi). Se si vuole coninvolgere la comunità islamica affinché fornisca informazioni sui potenziali attentatori suicidi, sosteneva la squadra A, non ci si può alienare i leader religiosamente e socialmente conservatori, per quanto le loro opinioni siano sgradevoli.

La squadra B, invece, vedeva la guerra al terrorismo più come la Guerra fredda, nella quale sconfiggere l’ideologia del nemico era una parte cruciale della battaglia. Volevano integrare l’impegno sulla sicurezza e contro il terrorismo con una competizione culturale che contrapponesse i valori dell’Illuminismo ai princìpi politici dell’islamismo e agli insegnamenti e ai costumi islamici che violano i valori occidentali. Il governo avrebbe dovuto combattere sia l’estremismo violento che quello non violento.

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La squadra B uscì vincitrice dalla disputa, ma solo a condizione che la strategia fosse imbellettata in modo da ammorbidire la sensibilità dei musulmani britannici, i quali altrimenti avrebbero potuto leggere in tutto ciò un attacco islamofobo dello Stato alla loro comunità. Per farlo apparire più equo e inclusivo, il progetto fu allargato in modo da ricomprendere i suprematisti bianchi e i neonazisti.

Si dimostrò essere una forzatura, visto che sono molto poche le camicie nere in circolazione attualmente. Il Bnp (British National Party, ndt) è imploso, l’Edl (English Defence League, ndt) si è divisa. National Action, la nuova arrivata, che ha festeggiato l’omicidio della parlamentare Jo Cox prima di essere messa al bando da Amber Rudd, si stima che abbia appena 60 membri. Britain First, nonostante la sua vasta presenza su Facebook, ha meno di 40 membri effettivi secondo l’Independent.

L’anno scorso, mentre 3 mila islamisti venivano monitorati dai servizi di sicurezza e altri 20 mila erano segnalati come “soggetti di interesse” in indagini antiterrorismo, la polizia ha arrestato la miseria di 34 stormtrooper di estrema destra (l’assassino di Jo Cox, anche se forse condivideva le idee di alcuni gruppi di estrema destra, non era affiliato ad alcun gruppo). Ciononostante, per proseguire la messinscena, un terzo di coloro che sono stati avviati a “Channel”, il programma terapeutico del governo per la prevenzione del terrorismo, erano neonazisti alle prime armi, reali o immaginari.

Curiosamente, da nessuna parte nel documento della strategia del governo per il contrasto del terrorismo 2015, si faceva menzione degli estremisti di sinistra. Tutti i trotzkisti, gli stalinisti, i comunisti rivoluzionari e compagnia bella sono stati ignorati del tutto, non essendo ritenuti in alcun modo un pericolo. E questo documento è stato scritto qualche tempo prima che Jeremy Corbyn diventasse leader e portasse i neobolscevichi nel mainstream laburista.

Ciò che nella mente dei burocrati lega i jihadisti violenti, i fondamentalisti islamici non violenti e i teppisti razzisti è l’“estremismo”, che è diventato il concetto decisivo dell’approccio statale. Già solo questo dimostra quanto tale piano sia stato pensato in maniera superficiale. È previsto che tutti noi accettiamo l’idea che ciò che è “estremo” sia necessariamente deplorevole, sebbene magari abbiamo amici che sono estremamente devoti, parenti che sono estremamente generosi e sposi che sono estremamente amorosi. Applicando con pigrizia un’unità di misura, le autorità non riescono a definire la sostanza della cosa a cui si oppongono. E questo lascia tutto – compresa potenzialmente l’ortodossia cattolica – all’interno del raggio dell’accusa.

Pare anche esserci una certa riluttanza da parte del governo a fornire la lista completa dei valori britannici. Ci viene ripetuto continuamente che essi includono determinati desiderata: democrazia, stato di diritto, libertà di espressione, tolleranza e così via. Ma che cosa arriveranno a comprendere in futuro? Il diritto giuridicamente vincolante delle persone transessuali a essere chiamate con qualunque pronome scelgano? (Non è inverosimile: poche settimane fa il Senato canadese ha approvato un progetto di legge che nei timori di alcuni di fatto criminalizzerà l’uso di pronomi “sbagliati”).

È facile capire dove condurrà tutto ciò. Se insistiamo ciecamente con una definizione amorfa di “estremismo”, prima che qualcuno se ne accorga qualunque idea che si scosti dall’opinione dominante liberal e laica sarà ritenuta estrema. Una visione conservatrice dell’etica sessuale, una concezione tradizionale del matrimonio, la discriminazione sessuale nel reclutamento del clero, il minimo dubbio sul fatto che il genere sia una costruzione sociale: tutto questo potrebbe essere considerato estremo dalla falange dei poliziotti incaricati di pattugliare Twitter e Facebook.

Una delle trovate della strategia 2015 era mettere le scuole di catechismo e i gruppi di studio biblici per giovani sotto la responsabilità dell’Ofsted (Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills, ndt). Gli ispettori avrebbero avuto il potere di sradicare gli “insegnamenti sgraditi” che entrassero in conflitto i “valori britannici fondamentali”. Certo, la vera motivazione di questa proposta era prevenire la radicalizzazione dei giovani musulmani nelle madrasse. Ma dal momento che la legislazione antidiscriminazione impedisce al governo di affrontare questo problema specifico in un modo legato a una religione specifica, si doveva trovare una soluzione applicabile indiscriminatamente a tutti i gruppi religiosi. E così il problema delle madrasse è divenuto un problema di “impostazioni extrascolastiche”.

Quando il governo si consultò sulla proposta, fu subito chiaro che molti gruppi cristiani non si fidavano del fatto che l’Ofsted avrebbe giudicato con la dovuta finezza le questioni religiose. Secondo la Coalition for Marriage “alcuni ispettori dell’Ofsted equiparano la fede nel matrimonio tradizionale all’opposizione ai valori britannici”. Alcune scuole riferirono che gli ispettori dell’Ofsted a volte dimostravano un’avversione aggressiva a insegnanti e istituti che si opponevano al matrimonio fra persone dello stesso sesso. Altre rievocarono scene spiacevoli di bambini interrogati a proposito del loro atteggiamento verso i transessuali quando nessuno aveva ancora spiegato loro gli elementi della vita.

Partì una piccola ma potente operazione di lobbying. L’arcivescovo di Canterbury, il reverendissimo Justin Welby, parlò con esponenti di spicco del governo. La parlamentare Caroline Spellman (a nome dei Church Commissioners della Chiesa d’Inghilterra) guidò una delegazione all’Ufficio di gabinetto; nel frattempo il parlamentare Gerald Howarth sensibilizzò con discrezione figure importanti dei media. Molto rapidamente, e molto silenziosamente, il governo lasciò cadere l’idea. Ma c’era comunque la possibilità che venisse rispolverata. Adesso, con il ritorno dei discorsi sul contrasto all’“estremismo in tutte le sue forme”, qualcuno teme che possa essere messa di nuovo in pista.

Le conseguenze per coloro che si mettono nei guai con gli ispettori del pensiero potrebbero essere gravi. La strategia 2015 e il piano Ofsted prevedevano che agli individui marchiati come estremisti fosse impedito di essere fiduciari di enti benefici o amministratori di scuole, e che in taluni casi gli fosse impedito del tutto di lavorare con i giovani. Le scuole di catechismo pizzicate a insegnare cose incompatibili con i valori britannici avrebbero potuto essere chiuse. Nel bene e nel male, lo Stato si sarebbe assunto un ruolo diretto e coercitivo nel limitare e dare forma all’istruzione religiosa di tutte le fedi e le denominazioni.

La tendenza a trattare aspetti della dottrina cattolica come se fossero inaccettabilmente estremi non è solo del Regno Unito. L’anno scorso una Ong spagnola e un gruppo per i diritti gay hanno tentato di avviare un processo penale contro il cardinale Antonio Cañizares, arcivescovo di Valencia, per un presunto “discorsso d’odio” (hate speech) pronuniciato durante un’omelia. La Ong sosteneva che l’offesa del cardinale fosse aggravata dalla nostalgia di “altri tempi in cui gli immigrati, i gay, le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e le donne erano soggetti alle prescrizioni di una società governata dal potere della Chiesa cattolica”. Il cardinale ha replicato ai suoi critici dicendo loro di “smettere di attacare la Chiesa e rispettare la libertà di religione”. Le accuse penali sono state respinte da un giudice: non ha trovato alcuna forma di incitamento all’odio nell’omelia del cardinale.

Un attacco alla Chiesa di questo tipo è stato previsto dal senatore americano Marco Rubio durante la sua campagna per candidatura repubblicana alle elezioni presidenziali del 2016. “Siamo al limite del ragionamento secondo cui la dottrina cattolica tradizionale è hate speech”, ha detto Rubio. “Il prossimo passo sarà sostenere questo… che il catechismo della Chiesa cattolica sia hate speech. È un rischio concreto e attuale”.

In effetti è quasi poco in confronto a una delle idee portate avanti da un altro senatore, Bernie Sanders. Il quale si è rifiutato di confermare la nomina di un vicedirettore del Bilancio sulla base del fatto che quest’ultimo preferisce il cristianesimo all’islam. Qualche tempo fa, il candidato, Russell Vought, scrisse un articolo in cui diceva che l’islam è una “teologia insufficiente”. Nell’audizione per la sua conferma Sanders lo ha incalzato su questo, facendo intendere che tale affermazione puzzava di fanatismo. Vought ha risposto che in quanto cristiano crede e preferisce i princìpi cristiani. Sanders ha replicato che Vought è libero di praticare il cristianesimo se lo desidera, ma che non deve essergli consentito di assumere una carica così alta se ritiene che l’islam in confronto sia [una religione] “di categoria inferiore”. Il solo pensare che una fede sia preferibile all’altra, a quanto pare, adesso è “islamofobo”.

Come parte della repressione dell’“estremismo in tutte le sue forme” Theresa May ora mette pressione alle imprese del web e dei social media affinché facciano di più per censurare internet, minacciando misure draconiane se non si adegueranno. Anche qui, l’intento è che vengano ritirati i video islamisti che esaltano la violenza terrorista o mostrano le decapitazioni dell’Isis. Ma quello che sta già iniziando a succedere è che la missione sta sfuggendo di mano, andando ben oltre la guerra al terrorismo islamico radicale per diventare una epurazione digitale generale del cyberspazio da tutti i presunti estremisti da tastiera. Stando a quel che si legge, perfino termini innocui come “tradizionale” possono innescare un’indagine per incitamento all’odio o addirittura la chiusura di un account.

È chiaro che in qualunque Carta dei diritti post-Brexit dovrà essere inserita anche la tutela della libertà religiosa. Ma siamo sicuri che la figlia del parroco (Theresa May, ndt) se ne occuperà?

Foto Ansa

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