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Riforme, al Senato è la paralisi. Convocata conferenza capigruppo

luglio 24, 2014 Chiara Rizzo

Su 7800 emendamenti, ieri ne sono stati votati 3, per sospensioni e lunghi interventi. M5S e frondisti chiedono elezione diretta dei senatori per consentire la ripresa dei lavori. Boschi: «Il Senato elettivo non si tocca, andiamo avanti»

Un’ora e mezza di lavoro, il voto a un paio di emendamenti, poi la sospensione per venti minuti e di nuovo si ricomincia. È questo il percorso accidentato e lentissimo del ddl riforme, all’esame dell’Aula. Un paio di giorni fa, quando i ritmi sembravano persino più sostenuti, il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda aveva già annunciato che «Di questo passo non si finisce nemmeno per la fine del 2014», figurarsi adesso che il Senato sta ostacolando il percorso della riforma che lo modificherebbe, e che il premier Renzi voleva approvata entro la fine di luglio.

TRE EMENDAMENTI VOTATI IN UN GIORNO. Sul banco dei senatori c’è però un macigno ad opporsi ai desiderata di Renzi: un macigno in senso quasi letterale, fatto di carta, cioé il volume con i 7.800 emendamenti presentati alla riforma che vanno discussi e votati (in 900 casi addirittura con la richiesta di voto segreto con cui, data la forte presenza di frondisti, il governo rischierebbe pure di finire in minoranza). Ieri, nella prima giornata di voto, sono stati scrutinati solo tre emendamenti, anche perché le opposizioni hanno fatto vari interventi in dissenso sulla procedura e l’ordine del giorno tanto per prendersi ancora più tempo. Visto l’andazzo di oggi, Zanda ha avanzato una richiesta di sospensione per cercare di trovare una soluzione: «Debbo constatare che anche stamattina l’andamento dei lavoratori è stato lento, con due emendamenti discussi in un’ora e mezza. Avevo fatto ripetuti appelli a tutti i gruppi per ridurre gli emendamenti. Ci sono temi che possono essere riassunti senza dilungarsi». Il presidente Piero Grasso l’ha concessa, ha bloccato i lavori alle 11 e convocato la conferenza dei capigruppo per capire la via d’uscita: certo è però che anche per oggi, se si vota, saranno pochissimi gli emendamenti scrutinati.

LE CONDIZIONI DEGLI OPPOSITORI. Dal canto loro, sia i frondisti del Pd che le opposizioni hanno già annunciato pubblicamente quali sono le loro condizioni per accellerare i lavori, mettendo la maggioranza sotto una sorta di “ricatto”. Per il senatore dissidente Corradino Mineo «Basterebbe che il governo accettasse due sole modifiche. La prima per sancire l’elezione popolare diretta dei 95 senatori, invece di delegarla alle alchimie dei consigli regionali. La seconda per ridurre il numero dei deputati, che oggi sono 630».

DI MAIO. Anche il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ha esposto al quotidiano Avvenire a nome del M5s le condizioni per sbloccare i lavori: «Queste riforme, così come sono state scritte, ci fanno paura. Il combinato disposto tra senatori non eletti e deputati nominati è da brividi. Ma noi non siamo frenatori né conservatori. Siamo la seconda forza parlamentare, vogliamo migliorare le riforme ed è doveroso coinvolgerci”. Il dialogo deve ripartire da due punti. Iniziamo dal Senato elettivo e dall’immunità. Diano un segnale di apertura e di dibattito su questi temi e l’ostruzionismo si può fermare».

BOSCHI: «NOI ANDIAMO AVANTI». Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi intanto ha continuato a respingere per conto dell’esecutivo ogni rinvio: «No, noi andiamo avanti, non è serio fare ostruzionismo in questo modo, ne va della dignità anche di questa istituzione”. Pur puntualizzando che «il governo è disponibile ad approfondire alcune questioni purché non stravolgano l’impianto del testo», il ministro sulle richieste degli oppositori ha replicato: «il Senato elettivo non si tocca perché è la base di tutta la riforma».

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