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Quanto tempo passerà ancora prima che un Papa possa visitare la Cina?

agosto 20, 2014 Francesco Saverio Wu

Il grande successo della visita di papa Francesco in Corea ci fa capire che ogni uomo ha bisogno di dare un senso alla propria vita. Le filosofie e le tradizioni popolari non riescono più a colmare questo vuoto

L’autore di questa riflessione è un ingegnere cinese di 33 anni, sposato, due figli, residente a Legnano, fondatore e presidente di UNIIC (Unione Imprenditori Italia Cina) che in Lombardia conta oltre cinquecento associati.

Prima ancora di finire, la visita di papa Francesco in Corea è stata comunemente giudicata un successo religioso ed un trionfo politico. Lo straordinario bagno di folla, l’attenzione del grande pubblico e l’inedita copertura mediatica, la speranza che ha suscitato sono tra i numerosi indici che lo testimoniano.

Secondo fonti pontificie, l’anno scorso ci sono stati più battesimi in Asia che in Europa nonostante la grande differenza di popolazione nominalmente cattolica.

In Corea del Sud i cattolici sono in grande crescita e sono ormai l’11 per cento della popolazione. In Cina, anche se in proporzione al totale della popolazione il dato è marginale, ogni anno vengono battezzati dai 150 mila ai 200 mila nuovi cristiani. Nella sola notte di Pasqua 2014 ci sono stati 24 mila battesimi. Sono numeri che fanno riflettere.

È soprattutto il comportamento non ostile della Cina che mi ha colpito. Infatti, il portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying ha detto che  la Cina è sempre stata sincera nel migliorare i rapporti con il Vaticano ed ha apprezzato le parole che il Papa ha rivolto al presidente cinese Xi Jinping attraversando la Cina in aereo. Un gesto usuale per  un Pontefice. Ma è la prima volta che accade con le autorità cinesi. Le parole di papa Francesco sono state riportate dalla stampa cinese e dalla tv di Stato in senso positivo, senza l’aggiunta dei consueti commenti negativi con cui si metteva in guardia la Santa Sede dall’interferire nelle questioni interne cinesi. Forse anche la Cina sta pian piano comprendendo che i cristiani possono essere una risorsa per il paese e non una minaccia.

Durante i miei viaggi di lavoro in Cina, ho visto tanta sofferenza ed abbandono nonostante il boom economico, soprattutto nei paesini. Una sera del luglio 2007, camminando per una delle strade principali di Heze con un mio collega bergamasco vidi un povero uomo, un vagabondo che frugava in cerca del cibo nelle immondizie tra le più immonde che abbia mai visto in vita mia. La cosa mi colpisce e mi chiedo se questo povero uomo sia o no abbandonato a se stesso. Al contempo mi sono detto che in Italia una cosa così non sarebbe mai accaduta: una persona così avrebbe potuto sicuramente accedere ad una parrocchia oppure ad una delle associazioni come la San Vincenzo De Paoli, non solo per ricevere cibo ma anche per un conforto. Papa Francesco nel suo viaggio ha dato molto risalto alla parola “consolazione”.

La consolazione non è solo materiale, tant’è che in Asia molti dei nuovi battezzati provengono dalla classe media benestante, che trovano una risposta al loro bisogno spirituale nel cristianesimo. Questo è un altro dato che spiazza. Si pensa sempre che siano i poveri a convertirsi, mentre in Cina ed in Corea del Sud accade esattamente il contrario: sono piuttosto professori, studenti universitari, professionisti e manager a battezzarsi.

Il grande successo della visita di papa Francesco in Corea ci fa capire che ogni uomo ha bisogno di dare un senso alla propria vita. Le filosofie e le tradizioni popolari che sono radicate nella popolazione da secoli non riescono più a colmare questo vuoto.

Rispetto a quello che vedo e percepisco, potrei dire che gli orientali in generale, anche se appartenenti alle diverse culture e tradizioni, hanno in comune il fatto di essere molto fatalisti, quel senso di impotenza davanti al fato, spesso negativo, che in ultima istanza ti fa accettare tutto.

Questo fatalismo viene sradicato solo da un abbraccio, non da una filosofia o dal razionalismo. L’incontro con un cristiano vero non è altro che un abbraccio da cui sorge la domanda sul senso del vivere e del perché l’altro ha trovato una risposta.

Papa Francesco ha detto che «i cristiani non vengono per conquistare».

Quanto tempo passerà ancora prima che un Papa possa visitare la Cina?

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6 Commenti

  1. Giulio Dante Guerra scrive:

    “Questo fatalismo viene sradicato solo da un abbraccio, non da una filosofia o dal razionalismo”. Senza dubbio. Ma è anche vero che, quando Colui che ti abbraccia, Gesù Cristo, è il “Logos”, la Ragione Divina, l’incontro è tale da soddisfare, come “conseguenza secondaria”, anche la ragione umana. Non per nulla, la parola greca che S.Giovanni usa, all’inizio del suo Vangelo, per “definire” – per quanto è possibile farlo con parole umane – la Persona del Verbo di Dio, è la stessa da cui derivano anche l’aggettivo “logico” e il termine “logica”. E qui mi piace ricordare lo storico e sociologo delle religioni Rodney Stark, che ha chiamato “La vittoria della ragione” l’affermazione del Cristianesimo nella nostra Europa.

  2. Giglielmo scrive:

    Lo studio della religiosità cinese è uno dei miei campi preferiti, e ho letto parecchie opere e documenti (in inglese e in cinese, ma non escludo se ne possano trovare di valide anche in italiano) sulla rinascita delle religioni nella Cina moderna.

    Non vorrei sgonfiare i sogni di qualche cristiano, ma non si verificherà alcuna “cristianizzazione della Cina” entro i prossimi 10 anni.

    I Cinesi non sono i Coreani; le culture son radicalmente diverse: la Corea è sempre (o comunque da parecchi secoli) vissuta di assoggettamento a potenze straniere e di importazione culturale da queste (prima la Cina e il Confucianesimo, oggi gli USA e il Cristianesimo). La Cina ha invece una fortissima identità e tradizione indigena, e una religiosità radicalmente diversa da quella coreana.

    In Cina è invero presente una comunità di cristiani che si conta tra i 30 e i 40 milioni, al 90% “protestanti sui generis” e non cattolici, ma faccio notare come questo non sia che l’1% o 2% della popolazione totale di 1.3 miliardi e più. Inoltre, non c’è alcuna crescita esponenziale dei cristiani nella Cina di oggi; la crescita esponenziale (gli antropologi cinesi la chiamano “febbre cristiana”) si verificò tra gli anni ’80 e ’90. Oggi si assiste piuttosto a una stagnazione, e si può predire uno sgonfiamento della popolazione cristiana nel prossimo decennio.

    Le cause di ciò sono facili da indagare e già in atto:

    – il “Cristianesimo” in Cina è di fatto costituito per una parte significativa, forse maggioritaria, da sette che di “cristiano” nel senso occidentale hanno poco (in questi giorni sta facendo notizia “Eastern Lightning” o “Chiesa del Dio Onnipotente”).

    – anche i cristiani “veri” in Cina sono una comunità frammentata, composta da parecchie persone “convertite” oggi, ma che domani tornano tranquillamente nel tempio taoista a bruciare incensi a qualche divinità. I cinesi hanno infatti un rapporto con la religione radicalmente diverso da quello degli europei o degli americani. Tra sincretismo e devozione a divinità particolari, i Cinesi cercano con queste un rapporto di mutuo scambio: offrono culto al dio sperando che questi risponda con befefici materiali (buona fortuna). Se la chiesa e il suo dio particolare non si dimostrano efficaci in ciò, il cinese prova con un’altra divinità. I cinesi sono alla radice politeisti.

    – molto più interessante dei due argomenti esposti sopra: oggi in Cina è in atto una rinascita di tutte le religioni, soprattutto i culti tradizionali, e il governo “comunista” stesso sta promuovendo un dinamico sperimentalismo religioso che parte dal basso. Ossia: si recuperano i culti agli antichi dèi ma se ne creano anche di nuovi, e si iniziano nuove sintesi religiose. Si pensi al culto a Huangdi, l’Imperatore o Dio Giallo, che il governo comunista promuove ufficialmente. Lo stesso fenomeno avvenne a Taiwan dopo la liberalizzazione delle religioni negli anni ’80, e ha portato a un’esplosione dei culti locali e uno sgonfiamento delle chiese cristiane.

    – altro argomento: il Cristianesimo non piace alla nuova intellighenzia confuciana e conservatrice cinese, che ha già un’influenza schiacciante sul governo centrale.

  3. Guglielmo scrive:

    A Giulio Dante Guerra:

    il concetto tradizionale di LOGOS non è originario del Cristianesimo, come da te stesso implicitamente affermato, ed affermare che il LOGOS non sia ETERNAMENTE IN ATTO ed ETERNAMENTE PRESENTE ma si sia incarnato in una sola persona e in un dato momento storico, è insultare Dio (o l’Arché) e il Logos stesso.

    Nel pensiero greco il Logos o Arta è la PHYSIS/natura stessa. Come forse già saprai, lo stesso è conosciuto anche in altre culture indoeuropee come in quella vedica, parte di un patrimonio sapienziale e spirituale comune da cui le culture indoeuropee derivano. Nei Veda è il RTA, la ragione divina o ordine cosmico che si esprime strutturando la natura.

    In Cina è parimenti conosciuto come il Tao e il suo De (virtù naturale): “il Tao che può essere detto non è il Tao eterno; senza nome è il principio del cielo e della terra, quando ha nome è la madre di tutte le cose” (primi versi del Tao Te Ching). Ovvero come Li (ragione, rito divino del Tian) nel Confucianesimo.

    • Giulio Dante Guerra scrive:

      E questo che vuol dire? Il fatto che il Cristianesimo abbia preso termini dalla filosofia greca e dato loro un nuovo significato è un dato di fatto; e non era nemmeno una “novità” nel I secolo d.C., quando fu usato per la stesura del Nuovo Testamento: era già avvenuto precedentemente, con la versione dei LXX dell’Antico. Certamente, il “Logos” del Prologo del Vangelo secondo S. Giovanni – che “sarx eghéneto” kai eskènosen ev hemîn – non è quello di Eraclito, e men che mai quello di Democrito e Leucippo, secondo cui tutto deriva da “logos” e “ananke”, parole che Monod si ritenne in diritto di tradurre “hasard” e “necéssité”: niente di più lontano dal Vangelo! Nel quale, comunque, sta scritto (Gv. 1,1) proprio che il Logos era “en archè”, in principio. E, sempre nello stesso Vangelo (8,58), Gesù afferma apertamente, in una disputa coi Farisei, la propria eternità: “prima che Abramo fosse, Io Sono”. Insomma, mi sembra proprio che questa pretesa “contraddizione” fra l’Incarnazione e la Divinità ed Eternità del Logos ci sia soltanto nella tua testa. A proposito: in quale testo greco si trova “Arta” come sinonimo di “Logos”? Va bene che ho terminato il liceo classico un mezzo secolo fa, ma la memoria l’ho ancora buona. E non mi sembra proprio di ricordare nulla di simile, a parte “artos”, “pane”; ma l’unico collegamento col Logos – incarnato, bada bene! – è l’Eucarestia! E lasciamo perdere il Tao: come hanno dimostrato razionalmente prima Dom Stanley Ladilas Jaki e poi, “laicamente”, il già citato Rodney Stark, proprio le filosofie come il Tao hanno impedito lo sviluppo del pensiero razionale e della scienza nelle culture asiatiche.

      • Guglielmo scrive:

        Io credo sia lei a non avere capito davvero cosa sia il Logos e cosa intendesse Gesù Cristo con quella frase e in quale senso lui fosse l’incarnazione del Logos. Non v’è contraddizione perché il LOGOS è SEMPRE INCARNATO! Anche il CRISTO intendeva insegnare questo!

        “proprio le filosofie come il Tao hanno impedito lo sviluppo del pensiero razionale e della scienza nelle culture asiatiche”

        Lei evidentemente non ha alcuna conoscenza circa la storia dell’Asia o della Cina in particolare, o circa le fedi asiatiche. Dalla sua interpretazione si evince chiaramente l’impostazione cristiana (cioè favorevole al Cristianesimo come s’è affermato storicamente, o, molto peggio, a quello che è diventato oggi, Chiesa Cattolica compresa).

        Circa l’Arta, chiedo scusa ma mi sono confuso pensando all’avestico.

        • Giulio Dante Guerra scrive:

          Se non ho frainteso: quale sarebbe, secondo lei, il “vero” cristianesimo, “diverso” da quello “affermatosi storicamente”? Forse quello dei “vangeli” gnostici? Grazie, non so che farmene, sono e resto nella Chiesa Cattolica. Con questo, chiudo il discorso.

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