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«Quando lavoro e cultura non saranno più divisi, l’apprendistato avrà vinto la sua sfida»

aprile 20, 2012 Carlo Candiani

Intervista al rettore della Fondazione Ikaros Diego Sempio sull’apprendistato, che partirà tra pochi giorni: «Potrebbe servire a fare uscire l’Italia dalla crisi. Noi operatori scolastici però dobbiamo proporre l’offerta formativa con metodi innovativi e le aziende devono considerare di più la figura dell’apprendista».

Da una ricerca di Gi Group Academy, il sessanta per cento circa delle imprese italiane che hanno problemi ad assumere apprendisti (sono più del dieci per cento del totale)  non sanno a chi rivolgersi, sono perplesse davanti al grado di formazione dei giovani o sono  impaurite da una burocrazia complicata e non trasparente. Fra qualche giorno, dopo sei mesi di incubazione per gli aggiornamenti dovuti a Regioni e parti sociali, sarà operativa la riforma dell’apprendistato, che fa parte del Testo Unico dell’ottobre 2011, che ha ridisegnato questa figura lavorativa: un concreto aiuto all’introduzione al lavoro dei giovani? «Assolutamente si» risponde a tempi.it Diego Sempio, rettore della Fondazione Ikaros, network di scuole di formazione professionale. «Anche perché non è solo mero risparmio per le aziende, non riguarda solo gli sgravi fiscali, ma aumenta la possibilità di far entrare persone giovani, semplificando il contratto e aggiungendo un grande valore formativo».

Qual è, allora, in questa riforma dell’apprendistato, il ruolo della scuola professionale?
Per chi fa già seriamente formazione professionale non cambia molto, anzi, è un invito a continuare nell’impegno educativo. L’apprendistato ha una grandissima importanza perché riconsidera il lavoro come momento formativo, è una politica attiva del lavoro. Non è appena un contratto particolare che favorisce l’ingresso nel mondo del lavoro, come abbiamo visto in questi anni con l’uso dei contratti atipici, è anche un passaggio formativo. La possibilità che in questo processo intervenga non solo l’azienda ma anche la scuola professionale, che deve potere comunicare e insistere con l’imprenditore, è un grande passo avanti.

Se voi guardate con interesse a questa riforma, gli enti locali per niente: le amministrazioni che hanno compiuto l’intero percorso di aggiornamento si contano sulle dita di una mano.
Sicuramente, qualche ritardo c’è stato: calcoliamo che con la riforma sono previste le modifiche di tutti gli accordi dei contratti nazionali e non è una cosa banale. Per esempio, qui in Regione Lombardia, come operatori sappiamo che a ridosso del 25 aprile potremo contare sulla pubblicazione del nuovo catalogo. Noi già fra qualche giorno saremo in grado di fare offerta formativa e quindi le aziende potranno accedere all’apprendistato, non solo in forma transitoria, ma come è descritta dal testo di riforma. In generale, l’aspetto del dato burocratico esiste, teniamo conto della delicatezza dell’argomento: bisogna mettere insieme i sindacati, gli imprenditori e gli enti locali, e qui in Lombardia siamo sulla linea di partenza.

Dal suo osservatorio come giudica il lavoro di Regione Lombardia?
Qui l’apprendistato funziona da tempo, si ragionava dell’argomento già tre anni fa: ci ricordiamo la diatriba sull’apprendistato come diritto/dovere, come per esempio la possibilità di assunzione per ragazzi, che contemporaneamente, esternamente alla fabbrica, si formino al lavoro. Non mi risulta che qualcuno remi contro questa impostazione. La nostra richiesta è che l’ente locale non solo legiferi, ma favorisca le iniziative positive che emergono. Il punto è questo: l’ente non deve creare il sistema perfetto, non ce la farà mai, ma valorizzare ciò che imprese, apprendisti, enti formativi, fanno. In Lombardia, questo passaggio esiste già.

Come si inserisce la recente iniziativa del governo lombardo, Work up, all’interno della riforma nazionale dell’apprendistato?
Si tratta della dote lavoro e dei tirocini: tutte cose che favoriscono l’ingresso nel mondo del lavoro di persone qualificate o che stanno qualificandosi. È il livello dell’apprendistato in alta formazione; e la possibilità che un ragazzo diplomato possa prendere crediti o addirittura una laurea durante il contratto di apprendistato, è dal punto di vista culturale una rivoluzione. Purtroppo in Italia, la scuola e il lavoro sono due categorie ancora divise, per cui la cultura è un aspetto, il lavoro è un altro: è una concezione che dobbiamo superare. Il lavoro fa cultura e diventa momento formativo reale, questa è la sfida vera dell’apprendistato.

L’occupazione in Italia è in crisi. L’apprendistato è utile per ripartire?
Dipende da noi. Dall’apprendista che crede o meno in quello che fa come investimento per il futuro, all’azienda che forma persone giovani, a noi responsabili della formazione. Noi di Fondazione Ikaros assistiamo a un cambiamento di rotta: c’è il riconoscimento da parte dei giovani che certi mestieri non possono essere più considerati di serie B e c’è un’attenzione maggiore delle famiglie. Noi operatori scolastici dobbiamo proporre l’offerta formativa con metodi innovativi e le aziende devono considerare di più la figura dell’apprendista.

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