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Più città, meno Stato. Autonomia e libertà per le nostre “poleis”: è lì che si fa lo sviluppo

febbraio 17, 2015 Matteo Forte

Bisogna smetterla di vedere gli enti locali come mere propaggini del sistema centrale. Lo sa Renzi che il 60 per cento del Pil mondiale viene prodotto in aree metropolitane come Milano, Roma e Napoli? È ora che il governo italiano ne prenda atto

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Matteo Forte, autore di questo articolo, è consigliere comunale di minoranza a Milano

Nel dibattito unilaterale sulla riforma dell’architettura istituzionale c’è un grande assente: la città. Abbiamo la legge Delrio, che sostituisce le province con enti di fatto in mano ai ràs locali dei partiti nazionali e istituisce le città metropolitane. Queste ultime si sono rivelate scatole vuote: prive di poteri reali, nascono già con tagli del 36 per cento ai trasferimenti per coprire una manovra propagandistica come gli 80 euro in busta paga. Eppure il tema del ruolo giocato dalle grandi aree urbane del Paese è strategico per il rilancio dell’Italia nella competizione internazionale.

Si parla del nostro come del “secolo urbano”, poiché più della metà della popolazione del pianeta vive in grandi città e circa il 60 per cento del Pil mondiale viene prodotto in vaste conurbazioni. Gli interventi fino ad ora adottati da governo e maggioranza si sono mostrati antistorici, riproponendo la vecchia tentazione accentratrice statalista. Forse la chiave di volta per far davvero “cambiare verso” all’Italia è proprio quella di lasciar libere di correre alcune grandi aree urbane.

Si prendano ad esempio le città metropolitane di Milano, Roma e Napoli. Quella della capitale è la prima per sedi d’imprese attive (il 6,6 per cento del totale nazionale), seguita dalla provincia del capoluogo lombardo (che però è prima per numero di addetti con 1,8 milioni) e dalla città del Vesuvio (226 mila). Solo a Milano si produce il 10 per cento del Pil nazionale. Se si comprende, allora, che nel prossimo futuro la competizione non sarà più tra stati nazionali, ma tra territori urbanizzati, una classe dirigente avveduta farebbe propria la lezione delle poleis greche riadattandola alle attuali urgenze storiche.

Autonomia kai eleutheria era il motto delle antiche città stato: autonomia e libertà. Quella lezione, almeno per le tre città metropolitane citate, e provvidenzialmente situate al nord, al centro e al sud dello stivale, potrebbe essere attualizzata prevedendone: l’autonomia politica; l’autonomia finanziaria; la libertà per i corpi intermedi. Ad oggi, e ancor di più con la legge Delrio, assistiamo ad un decentramento amministrativo e non al riconoscimento di un’autonomia politica. Questa è strettamente legata a quella finanziaria. Tuttavia la seconda non può sussistere se la città metropolitana non è sufficientemente distinta dal governo centrale per statuto e per diritto e se priva di un organo esecutivo e gestionale (possibilmente legittimato democraticamente e con il quale esista un rapporto fiduciario da parte di un’assemblea rappresentativa del territorio di riferimento). Allo stesso tempo non si dà vera autonomia politica senza il possesso del pieno controllo delle entrate e delle spese.

È del tutto evidente che gli enti locali attualmente sono per lo più articolazioni del potere centrale, poiché vivono di trasferimenti statali e di compartecipazione a imposte fissate per legge. E in tempi di crisi per la finanza pubblica i comuni sopperiscono ai tagli governativi con un aumento delle aliquote che, negli ultimi anni, ha accresciuto la pressione fiscale generale. Tutto ciò, ovviamente, a detrimento di chi produce ricchezza e occupazione. Si pensi all’Imu su capannoni, uffici, negozi e botteghe: ormai pesa come costo del lavoro.

Una reale autonomia finanziaria comporterebbe un ruolo fondamentale della città metropolitana nella definizione del contesto economico in cui operano le imprese del territorio. Significherebbe, per esempio, la possibilità di adottare una fiscalità di vantaggio nelle prime tre aree urbane per aziende attive e addetti, con conseguente assunzione di responsabilità degli effetti di una riduzione dell’aliquota dell’imposta nazionale alle imprese locali, in assenza di compensazioni e sovvenzioni da parte di altri enti regionali o statali.

Infine alla competitività di una vasta area e del suo sistema produttivo, oltre ad una fiscalità di vantaggio, occorrono anche la promozione della qualità del proprio capitale umano. Da questo punto di vista il terzo punto proposto, la libertà per i corpi intermedi, dev’essere innanzitutto inteso per scuole e università. Un sistema di istruzione e formazione monolitico e indifferenziato, diceva un liberale come Einaudi, «è sinonimo di stasi, di pigrizia mentale, di prepotere». Occorrono invece «rivalità, emulazione, concorrenza perché perizia, ingegno, carattere siano stimolati al bene». La facoltà per scuole e università di trasformarsi in fondazioni, trasferendo così il finanziamento statale in essere dall’offerta alla domanda di studio, insieme alla libertà di arruolare i docenti, secondo l’intento educativo proprio di ciascun istituto e ateneo, e all’introduzione di meccanismi di premialità per i migliori insegnanti, indurrebbero anche il sistema di imprese a concentrare risorse sulla cura delle eccellenze.

Milano, Roma e Napoli, hanno tutti i requisiti per avviare una sperimentazione basata su princìpi di “autonomia e libertà” e potrebbero fare da battistrada perché il sistema Paese torni a crescere e ad essere competitivo sul mercato globale.

Foto Milano da Shutterstock

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