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Il petrolio tradisce l’Arabia Saudita, costretta a tagliare gli stipendi del settore pubblico

settembre 28, 2016 Leone Grotti

La guerra del petrolio dichiarata proprio da Riyad nel 2014 sta avendo esiti economici disastrosi per il Regno islamico, che è vittima di se stesso

Tempo di spending review a Riyad. Per la prima volta nella sua storia, l’Arabia Saudita ha annunciato che taglierà lo stipendio dei dipendenti pubblici. La notizia è rilevante, visto che i due terzi dei sauditi che lavorano sono impiegati nel settore pubblico. I salari verranno ridotti del 20 per cento, mentre le agevolazioni per casa e automobile verranno decurtate del 15 per cento.

DEFICIT RECORD. Il decreto reale blocca anche gli aumenti di stipendio degli impiegati a inizio carriera e mette un tetto a straordinari e ferie, limitate a 30 giorni. I salari e le agevolazioni costituiscono quasi la metà di tutte le uscite del budget statale nel 2015, cioè circa 120 miliardi di dollari, e hanno contribuito a creare il deficit di 98 miliardi nel 2015.

GUERRA DEL PETROLIO. A causare l’enorme buco nel bilancio di uno dei paesi più ricchi del mondo è stato il crollo del prezzo del petrolio a partire dal 2014, passato da circa 100 dollari al barile ai 40 odierni. Per evitare una perdita ancora più grave nel 2016, il regno islamico ultra-conservatore ha deciso quindi di tagliare gli stipendi. Il paradosso è che Riyad è vittima di se stessa, dal momento che sono stati proprio i sauditi a insistere per far crollare il prezzo del petrolio, aumentando a dismisura la produzione, per far fallire Stati come Russia e soprattutto l’arcinemico sciita Iran. Ma la guerra del petrolio lanciata dagli sceicchi non è finita come speravano.

VERTICE OPEC. Anche di questo si è parlato al vertice Opec, che chiuderà oggi ad Algeri. I paesi esportatori di petrolio dovranno decidere se mettere un tetto alla produzione per diminuire l’offerta, e così far alzare i prezzi, o continuare ai ritmi degli ultimi anni. Se prima dell’inizio dell’incontro c’era ottimismo, con i giorni è andato scemando ed è probabile che non verrà raggiunta un’intesa.

«ALLAH SIA CON NOI». Intanto i sauditi corrono ai ripari e cominciano a mettere in pratica quella riforma dell’economia annunciata a fine aprile. Il piano di sviluppo intitolato Saudi Vision 2030 ha come obiettivo quello di sganciare la prosperità saudita dalle esportazioni petrolifere, che oggi rappresentano oggi il 46 per cento del Pil nazionale, l’84 per cento delle esportazioni e l’87 per cento delle entrate fiscali. Il piano mira poi ad aumentare le esportazioni non petrolifere dall’attuale 16 al 50 per cento e l’incidenza del settore privato sul Pil dall’attuale 40 al 65 per cento entro il 2030. I tagli al settore pubblico sono stati fatti anche per rendere più appetibile e competitivo quello privato. Inutile dire che in patria la notizia non è stata presa bene. Come affermato da un saudita citato dalla Bbc: «Allah sia con i cittadini, stiamo tornando ai tempi della povertà».

Foto Ansa/Ap

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10 Commenti

  1. Antonio scrive:

    Meno soldi hanno e meno ne spendono per costruire moschee all’estero e finanziare il terrorismo.

  2. Giulio Dante Guerra scrive:

    Se non ricordo male, l’estremo meridione dell’Arabia Saudita si chiama Rubh al-Kali. Non conosco nemmeno una parola di arabo, ma il nome richiama subito all’orecchio quello dei metalli alcalini, che, guarda caso, è un nome d’origine araba. Questo fatto fa pensare che quel pezzo di deserto sia ricco di composti dei metalli suddetti, che hanno un loro impiego nella chimica. Qualcuno meglio informato di me sa dirmi se i sauditi abbiano mai sfruttato economicamente questi giacimenti, oltre quelli ben noti di petrolio?

    • Menelik scrive:

      Non mi sembra assolutamente una cosa fattibile.
      Innanzitutto una estrazione in grande stile di metalli alcalini a che serve?
      Non si usano così, allo stato metallico se non in ridottissime quantità, e l’unico ad avere un pochina di importanza commerciale è il sodio, che trova impiego come riducente in sintesi organiche.
      Al 99,9 % i metalli alcalini si usano come sali, i classici cloruri, cioè il sale comune estratto dal mare o la salgemma mineraria.
      Non credo proprio che l’estrazione e commercio del sale possa essere una voce importante nel futuro arabo.
      In Bolivia ci sono miliardi di tonnellate nel Salar de Uyuni, di cui solo 25.000 vengono estratte annualmente.
      In Italia l’estrazione del salgemma è l’unica attività mineraria rimasta (la Italkali).
      L’Arabia vuole vendere sale?
      Deve venderlo a casa loro, perché sai quanti concorrenti ha?
      Anche l’Italia, a costi minori e qualità non inferiore.
      Quando smetteranno di vendere petrolio, i Sauditi hanno chiuso bottega.

    • Menelik scrive:

      ….comunque Al-Kali significa cenere.
      E’ da lì che viene metallo alcalino, cioè generatore di basi.
      Perché gli Arabi prima dell’ascesa dell’Islam e gli Europei nei monasteri dove operavano gli speziali, le ceneri venivano utilizzate per ottenere lisciva, cioè carbonati di sodio e potassio usate per saponificare artigianalmente i grassi.
      Questo succedeva nell’Alto Medioevo.

  3. Bruno scrive:

    Vogliono incrementare le esportazioni non petrolifere? E cosa vogliono esportare?

    • Giulio Dante Guerra scrive:

      Sali di sodio e potassio, come ho scritto più sopra. Oppure sabbia, di solito nei deserti ce n’è parecchia!

  4. Luca scrive:

    Sempre interessanti questi articoli di leone grotti di economia.
    li condivido su investire oggi forum, sito di finanza e trading.

  5. Carolina scrive:

    in Arabia lavorano in pochi.,. in genere contano sul lavoro degli stranieri e questo è uno squilibrio ovviamente. Poi il loro grande problema adesso è la riduzione dei proventi del petrolio.

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