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Il paradosso dell’impegno militare italiano all’estero

agosto 24, 2017 Francesca Parodi

Per Politico l’Italia è il «poliziotto d’Europa», con le sue missioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Intervista a Gianandrea Gaiani, direttore di “Analisi Difesa”

soldati italiani esercito ansa

«È arrivato il momento di riconoscere ai militari italiani un po’ di rispetto» scriveva il sito Politico pochi giorni fa. L’articolo ribalta l’immagine diffusa dell’Italia come pessimo membro della Nato in quella di paese modello nelle missioni all’estero e lo fa mettendo in luce dati di fatto finora ignorati. È vero, scrive Politico, che l’Italia spende solo l’1,11 per cento del suo pil per le spese militari, mentre la soglia richiesta dall’Alleanza è del 2 per cento (solo sette altri membri Nato stanziano meno). Tuttavia il contributo dell’Italia nelle missioni Nato e Onu nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la sua partecipazione all’Operazione Sophia per il salvataggio dei migranti e alle missioni navali europee dimostra chiaramente che il nostro paese «è diventato il poliziotto d’Europa». Come sostiene l’ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite, Stefano Stefania, «si può misurare la spesa militare, ma questo non è l’unica unità di misura» perché «creare sicurezza, schierare forze e organizzare operazioni contano di più del budget».

I NUMERI. Tra gennaio e giugno 2017, ricorda Politico, la Guardia costiera italiana ha salvato 21.540 migranti, spesso spingendosi oltre le acque territoriali; la Marina ne ha tratti in salvo 3.344, anche se le operazioni di salvataggio non rientrano tra i suoi compiti; la Guardia di Finanza, che in teoria ha solo l’incarico di intercettare contrabbandieri, ha portato in salvo circa 400 migranti. Siamo anche molto impegnati all’estero, tra Medio Oriente, Balcani e Africa: secondo i dati raccolti dall’Istituto Affari Internazionali, più di 28 mila soldati italiani sono coinvolti nelle operazioni internazionali (considerando i turni a rotazione dei contingenti). «La situazione di oggi è più complessa di “guerra o pace”» dichiara una fonte nel ministero della Difesa italiano. «Stiamo stabilizzando un’intera regione».

RICONOSCERE IL CONTRIBUTO. Il paradosso, però, rileva Politico, è che tutti questi sforzi non vengono riconosciuti dalle statistiche della Nato, che misurano solo la spesa degli Stati membri nella difesa, senza considerare quanto un paese spende per le attività legate alla Nato. La conseguenza è che una nazione come la Grecia, che spende il 2,4 per cento all’anno del suo pil nella difesa, ma non partecipa alle missioni militari dell’unione europea e della Nato, risulta un paese modello. È arrivato il momento per gli alleati italiani, conclude Politico, di riconoscere i contributi italiani alla sicurezza europea e non permettere più che sia solo l’Italia a sobbarcarsi il maggior peso della difesa dell’Europa.

LE NOSTRE TRUPPE. Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, parlando con tempi.it, concorda con il quadro tracciato da Politico, tuttavia sostiene che ci sono degli aspetti specifici che vanno considerati. «La Grecia spende molto per la difesa perché Francia e Germania, per accordarle i prestiti autorizzati dall’Europa per pagare gli interessi sul debito greco, pretendono che la Grecia investa parte dei prestiti nell’acquisto di armi francesi e tedesche». Per quanto riguarda l’Italia, non ci sono dubbii sulle capacità dei nostri militari, presenti in moltissimi teatri, ma questa presenza si deve al fatto che «l’Italia non ha mai avuto una politica estera incisiva e precisa, per cui, negli ultimi trent’anni, ha sempre usato le forze militari per ottenere una maggiore visibilità. Spesso schieriamo le truppe non per salvaguardare i nostri interessi nazionali o all’interno di un piano strategico preciso, ma semplicemente per seguire la linea di altri paesi, in primis dell’America». Come nel caso dell’Afghanistan, ricorda l’esperto, dove sono schierati un migliaio di soldati italiani e dove probabilmente verranno inviate altre truppe in seguito alla decisione di Trump di rafforzare la presenza militare nel paese.

LA SPESA. Inoltre, se si considerano le spese militari in termini di percentuale sul pil, spiega Gaiani, bisogna considerare che in Italia il bilancio della difesa, di circa 20 miliardi di euro (l’1,11 per cento del pil) in realtà include anche 6,5 miliardi di euro destinati ai Carabinieri. Ciò significa che alle forze armate arriva solo lo 0,86 per cento del pil, pari quest’anno a 13 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti circa 1 miliardo di euro per le missioni all’estero e i fondi che il ministero dello Sviluppo economico stanzia per l’acquisto di armamenti. «Ha allora ragione Politico nel dire che l’Italia ha una maggiore visibilità all’estero rispetto ad altri paesi che, in percentuale, spendono più di noi. Però se si considerare la spesa complessiva, e non percentuale, destinata alla difesa, l’Italia è tra i primi quindici paesi al mondo».

MISSIONI SALVAGENTE. C’è poi un altro aspetto che solitamente non viene considerato, aggiunge Gaiani. Il bilancio della difesa viene distribuito fra tre voci: il personale (cioè gli stipendi), gli investimenti (per l’acquisizione di nuovi equipaggiamenti) e le spese di funzionamento (carburante, munizioni, addestramento). Negli ultimi trent’anni i drastici tagli alle spese militari hanno riguardato soprattutto quest’ultima voce, con il risultato che «abbiamo i soldi per comprare nuovi armamenti, ma non per riparare quelli mal funzionanti o per addestrare i soldati».
Solo i reparti destinati ad andare all’estero riescono a ricevere un addestramento adeguato grazie a quel miliardo stanziato dallo Stato italiano per le missioni internazionali. «Siamo al paradosso, di cui Politico non tiene conto, che, mentre normalmente le forze armate vengono addestrate per far fronte a qualsiasi tipo di missione dovesse essere richiesta, noi al contrario abbiamo bisogno di operazioni estere per ottenere fondi e garantire così un minimo di efficienza delle nostre forze armate». D’altra parte, basta guardare i numeri: il personale dovrebbe rappresentare il 50 per cento della spesa, ma in Italia è il 70, la manutenzione e l’addestramento dovrebbe essere il 25 per cento, e invece è l’8. «Ecco spiegato l’impegno italiano all’estero: le missioni sono il salvagente del nostro esercito».

Foto Ansa

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