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«Il vero obiettivo degli Stati Uniti è fermare l’Iran. Combattere l’Isis è ormai secondario»

giugno 10, 2017 Francesca Parodi

Alla base dell’attentato in Iran c’è «una guerra tra le potenze sunnite del Golfo, appoggiate dall’Occidente, e l’Iran sciita». Parla Alberto Negri

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L’attentato del 7 giugno a Theran da parte dello Stato islamico è la manifestazione, violenta e concreta, di un conflitto dalle radici antiche tra la Repubblica islamica iraniana di stampo sciita e la circostante realtà araba sunnita, sostiene Alberto Negri, inviato di guerra del Sole 24 Ore ed esperto di Medio Oriente. Il doppio attentato al Parlamento iraniano e al mausoleo di Khomeini (l’uno simbolo del potere terreno, l’altro di quello religioso) ha causato 17 morti e 52 feriti. Un gruppo di quattro attentatori, vestiti da donne, è infatti entrato nell’area del Parlamento riservato ai cittadini e, prima di essere uccisi dalle forze di sicurezza, ha girato un video che poi ha passato all’agenzia di informazione dell’Isis. Come fa notare Negri, dal video risulta che gli assalitori parlavano arabo e potrebbero essere iraniani, quindi è probabile che il Califfato abbia reclutato una cellula all’interno del paese, senza infiltrarla dall’esterno. Contemporaneamente, un kamikaze si è fatto esplodere nel santuario, mentre un secondo è stato ucciso dalle forze di polizia.

Quello stesso giorno sono subito scattate le accuse da parte dei vertici dei pasdaran (organo militare iraniano fedele all’ayatollah Khamenei) contro l’Arabia Saudita, indicata come mandante dell’attacco. «Siamo di fronte al “match del Golfo”, uno scontro che sta diventando sempre più acceso», commenta Negri. «Il conflitto tra Arabia Saudita e Iran ha innanzitutto come oggetto la pretesa di influenza nel Medio Oriente». Come spiega l’esperto, da una parte si schiera la monarchia saudita wahhabita, ispiratrice delle correnti religiose più radicali, dall’altra si contrappone l’Iran, che dalla rivoluzione del 1979 è la portabandiera di un islam sciita sempre più influente in Iraq, Siria e Libano. «La contrapposizione di queste potenze quindi è allo stesso tempo politica, militare e religioso-ideologica».

L’Isis, sostiene Negri, ha attaccato l’Iran perché questo combatte il jihadismo sunnita. Lo stesso fondatore dello Stato Islamico, Abu Mussab al Zarqawi, sosteneva che gli sciiti fossero «degli scorpioni velenosi, molto più pericolosi degli americani» e ancora oggi l’Isis continua a considerare l’Iran un paese di pericolosi eretici. Questa posizione anti sciita dell’Isis è una eredità di Al Qaeda (sunnita), dalla cui scissione è nato lo Stato islamico. Ma lo scontro tra sunniti e sciiti fu innescato più tempo addietro e precisamente nel 1980, quando il dittatore iracheno Saddam Hussein attaccò l’Iran. Allora gli Stati del Golfo e l’Arabia Saudita non esitarono a sostenere Saddam con ingenti finanziamenti. In questo scontro, l’Occidente appoggiò in maniera diretta e indiretta l’Iraq e da quel momento in poi gli Stati Uniti adottarono la strategia del cosiddetto “doppio contenimento”, cioè il tentativo di bilanciare le forze sunniti e sciite. Tuttavia, i maggiori alleati americani in Medio Oriente restano le potenze sunniti, e in particolare l’Arabia Saudita, oltre a Israele.

La scelta dell’America e dell’Occidente di appoggiare la monarchia saudita (e dunque il fronte sunnita) si spiega considerando due elementi. «Innanzitutto, ci sono motivazioni di ordine economico, dal momento che le potenze del Golfo sono grandi investitori immobiliari e finanziari delle imprese occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna alla Francia» spiega Negri. «E poi l’Iran sciita appoggia Hezbollah in Libano, il quale minaccia pericolosamente Israele, altro pilastro della politica americana in Medio Oriente». Come ricorda Negri, «la colpa dell’Iran è stata quella di aver rotto con gli Stati Uniti nel 1979 con la “crisi degli ostaggi” (quando vennero presi in ostaggio una cinquantina di membri dell’ambasciata americana a Teheran) e di essere la potenza mediorientale più temuta da Israele».

L’Iran però, continua l’inviato di guerra, è stato abile a «sfruttare gli errori di calcolo delle potenze arabe e soprattutto degli Stati Uniti». Il primo errore fu l’abbattimento del regime dei talebani (nemici dell’Iran) nel 2001 in Afghanistan. Il secondo fu la caduta della dittatura di Saddam nel 2003, che consegnò Baghdad alla maggioranza sciita (mettendo così ai margini quella minoranza sunnita che fino ad allora aveva governato il paese grazie a Saddam e al partito Ba’th). L’ultimo errore commesso dall’Occidente e dagli Stati del Golfo è stato quello di credere di poter destituire nel giro di pochi mesi Bashar al Assad in Siria, un regime sciita alawita, alleato dell’Iran fin dal 1980. «Si tratta chiaramente di una guerra per procura» afferma Negri. «Le potenze del Golfo offrirono ad Assad 150 milioni di dollari (l’equivalente di tre anni di bilancio siriani) per rompere l’alleanza con l’Iran. Il vero scontro quindi è tra l’Iran e il fronte sunnita».

Se però Assad è ancora al suo posto, lo si deve all’intervento della Russia del 2015 nel conflitto siriano, insieme ai guerriglieri libanesi di Hezbollah. Gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e la Giordania, oltre a combattere l’Isis a Raqqa e Mosul, stanno ancora tentando di tagliare i corridoi di rifornimento tra Iraq, Siria e Libano. «L’obiettivo degli occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, non è solo quello di combattere il Califfato (anzi, quello ormai è diventato uno scopo secondario), ma di fermare l’Iran sciita». L’accordo sul nucleare promosso da Barack Obama dovrebbe essere letto nel quadro della politica del “doppio contenimento”, ma, visto lo sbilanciamento occidentale a favore dei paesi sunniti, sono evidenti le contraddizioni della posizione occidentale.

Questo conflitto è diventato così acceso da coinvolgere anche un piccolo paese come il Qatar. «L’obiettivo è quello di spingere l’emirato ad allinearsi alla politica sunnita dell’area del Golfo. La posizione di fondo, abbracciata anche da Trump, è quella di equiparare la lotta al Califfato a quella contro l’Iran». Negri ricorda che il Qatar ospita la più grande base militare americana del Medio Oriente, fondamentale per le operazioni aeree contro lo Stato islamico in Siria e Iraq. «Con questa mossa si punta probabilmente a sostituire l’emiro del Qatar, isolare il paese dal punto di vista economico, mettere la museruola ad Al Jazeera e fare espellere i Fratelli Musulmani, ostili alla monarchia saudita». Il motivo dell’appoggio occidentale ai paesi del Golfo è molto semplice. «Interesse economico: abbiamo preferito il pesce grande (l’Arabia Saudita) al pesce piccolo (il Qatar)». L’isolamento dell’emirato può però rivelarsi un’arma a doppio taglio: da un lato rischia di spingere il Qatar tra le braccia di Iran e Turchia (pochi giorni fa il ministro degli Esteri qatarino ha chiesto a Erdogan e al ministro degli Esteri iraniano un aiuto economico per aprire le vie di rifornimento navali e aree); dall’altra può suonare come una minaccia alle altre fragili monarchie del Golfo che, non avendo nessun consenso democratico, potrebbero essere delegittimate da questa stessa operazione.

«In questo quadro, la vera variabile è la Russia» secondo Negri. «Mosca abbandonerà l’Iran al suo destino dopo aver aperto basi militari importanti sulla costa meridionale siriana? La risposta si avrà tra qualche tempo. Per il momento, mi sembra difficile che la Russia abbandoni quell’alleato che le ha consentito di tornare quasi come una superpotenza nel Medio Oriente». L’attivo interesse degli Stati Uniti per quest’area si spiega infatti anche nella volontà di contrastare la presenza russa. «Il conflitto in Siria è destinato a complicarsi perché il vero conflitto di America, Arabia Saudita e monarchie del Golfo è, oltre che contro l’Isis, contro l’Iran. Viceversa, lo Stato islamico, più che l’Occidente, combatte l’Iran e gli sciiti. E noi europei cosa faremo? Quello che abbiamo sempre fatto: tuteleremo i nostri interessi e seguiremo gli Stati Uniti».

Foto Ansa

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