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Miseria e nobiltà del Colle Oppio

novembre 2, 2017 Alessandro Giuli

Uno sfratto antifascista in assenza di fascismo

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Roma è spopolata dei suoi cittadini, ma piena della feccia del mondo. Scriveva così Marco Anneo Lucano, in età neroniana, nella sua Farsalia. È un verso attualissimo, quasi una sentenza scolpita a lettere di fuoco sulla pelle tumescente di una capitale al crepuscolo. Un viatico, anche, per comprendere le ragioni non soltanto politiche che hanno condotto il sindaco romano Virginia Raggi a far sgomberare l’ultimo segnacolo di civiltà politica presente in centro città, la sede post fascista di Colle Oppio abitata dai Fratelli d’Italia. Ragioni di morosità non più accettabili, rivendica Raggi espettorando un legalismo che mal cela l’intenzione di guadagnarsi una tardiva medaglia resistenziale; una decorazione abusiva come tanta parte dei luoghi di soggiorno e dimora assegnati alle note e meno note consorterie stracittadine che hanno scarnificato Roma dal secondo Dopoguerra in poi.

Tutto falso, obiettano i dirigenti e i militanti di Giorgia Meloni: c’era una trattativa in corso, con il Comune e con la soprintendenza che rivendica il possesso e il riutilizzo di una sede politica scavata nel mattonato e nel cocciopesto d’età imperiale. Scavata nel 1946 dagli esuli dalmati e istriani, figli negletti d’una patria che – negli interstizi dell’arco costituzionale antifascista – presto avrebbe contratto con il Movimento sociale un grigio, tacito e intermittente patto di tolleranza. Ma queste sono altre storie. Al di sopra della carta bollata, di là dall’ovvia constatazione che gli affitti non pagati si trasformano in sfratti, c’è il sospetto della bravata a basso costo da parte di un’amministrazione distratta, avulsa, inerte, confusa e nient’affatto credibile quando – nel mezzo dell’immondezzaio che è diventata la capitale del mondo – indossa la divisa del buon costume civico e finanziario. Roma, non l’Urbe eterna ma questa città storica puttanissima e ricolma appunto della “feccia del mondo”, sa bene che dentro l’ipogeo di Colle Oppio non bivaccavano manipoli di camicie nere, anzi da lì sono germinati alcuni dei più significativi pensieri di rinnovamento d’una destra che non si voleva più nostalgica e rancorosa. Ma pure questa è una storia collaterale.

L’iniziativa brutale della giunta Raggi sopraggiunge nel momento in cui alla politica in generale tocca in sorte – et pour cause – il punto più basso della propria legittimazione pubblica. E tuttavia, le vittime di questa svolta securitaria saranno ancora i cittadini, che si vedono privati d’un pezzo di storia politica e d’un deterrente all’esproprio ultimo del Colle Oppio da parte degli irregolari stranieri domiciliati ormai nell’omonimo parco.

Eppure anni fa, quando lessi che numerosi barboni erano soliti dormire sotto le volte mal protette della Domus Aurea – che è sempre lì, tra il colle e l’anfiteatro limitrofo – non volli partecipare al coro di sdegno orchestrato da politici e presunti addetti ai lavori delle due soprintendenze archeologiche impegnate a disputarsi cocci e marmi romani. Mi dissi, e scrissi e declamai in tivù, che soltanto a Roma è lecito a un uomo o una donna senza fissa dimora condividere il giaciglio di un imperatore, il munifico Nerone addirittura. Perché a Roma vige da sempre una legge non scritta che, almeno per lo spazio e il tempo d’un carnevale sacro (i Saturnalia!), può rendere sovrani gli ultimi e straccioni i primi. Con la differenza, oggi, che miseria e nobiltà si sono amalgamate inestricabilmente nel foro interiore d’ogni strato sociale, d’ogni topos civico, d’ogni discorso pubblico. A maggior ragione, in questa perenne zona grigia capitolina, fossi stato sindaco avrei voluto salvare e musealizzare a dovere la storica sede comunista di via dei Giubbonari, invece di obliterarla con un tratto burocratico di penna; e lo stesso avrei immaginato per il laboratorio alchemico missino di Colle Oppio, interessando magari la Fondazione An e altri istituti culturali. È così che ci si prende cura della memoria, storicizzandola in una forma neutrale se non perfino condivisa. Ma è, questo, un obiettivo alla portata della crassa superficialità avvocatesca che muove le leve supreme del potere romano?

Foto Ansa

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