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L’Europa delle Patrie contro xenofobi e integrazionisti

aprile 2, 2017 Alessandro Giuli

Puoi uscire dal continente, scavare abissi e militalizzare la vita, ma non puoi uscire dai tuoi incubi una volta che l’abisso abbia eletto domicilio nel tuo quartiere

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Seppellite le vittime dell’attentato jihadista di Londra; smaltita l’ubriacatura euroretorica per il Sessantesimo dei trattati fondativi; riconosciuto a Bergoglio quel che gli spetta in fatto di carisma pastorale; rieccoci al punto di partenza: la manutenzione del terrore. L’Europa dimostra insospettabili capacità di convivenza con l’odore del sangue versato per mano fondamentalista, al compianto indignato segue veloce la bonaccia dell’abitudine. Il tagliagole-pirata di Westminster ha però dimostrato che la Brexit, come ogni vallo improvvisato a difesa dei propri confini territoriali e sociali, non basta. Puoi uscire dal continente, scavare abissi e militarizzare la vita, ma non puoi uscire dai tuoi incubi una volta che l’abisso abbia eletto domicilio nel tuo quartiere. È ciò che sta avvenendo, con i radicalizzati nativi di seconda e terza generazione, nel così detto occidente. Occidente secolarizzato, debole demograficamente, sradicato, impoverito e collerico; ma sopra tutto svuotato di sovranità dall’interno delle sue periferie.

In questo quadro, trova legittimazione la mistica della paura propagata da euroscettici e xenofobi. Un fenomeno pandemico che si specchia nella metafisica dell’accoglienza indiscriminata di cui s’è fatto vessillifero il vescovo di Roma insieme con le truppe dell’universalismo illuminato tendenza Laura Boldrini, i fanatici dei diritti umani a prescindere dall’essere uomo, peraltro europeisti ciechi. La dialettica apocalittici/integrazionisti, due figure dell’astrattezza, rende impossibile mettere a tema il cuore della cosa.

Omero insegna che «i supplici e i forestieri li manda Zeus», sicché vanno salvati, accolti, sfamati e protetti dalla persecuzione; ma nessun dio può costringere all’integrazione di chi non senta l’obbligo di superare la barriera del sangue e del suolo attraverso un’adesione giuridica, morale e spirituale perfino ai nostri princìpi fondamentali. Il punto è ristabilire quali siano tali princìpi, prima che siano i nuovi venuti o i nuovi nati dai nuovi venuti a riscrivere il palinsesto della nostra tabula rasa.
Idea: tornare ai primordi, riconsacrare la res publica e rammemorare con Cicerone il debito che ognuno di noi ha contratto fin dapprincipio con «la patria che ci ha generato». La terra dei Padri si onora tributando il giusto culto agli avi che ne alimentano il Genio: scultore inesauribile di bellezza naturale e primato culturale; coltivando le tradizioni religiose e popolari, anche quelle che (per fortuna) non sono al passo coi tempi; riconoscendo che ogni ladrocinio è un’empietà e che l’individualismo parassitario conduce alla disgregazione, al tradimento della Concordia.

Su queste basi, rigenerato il comune senso del civismo italiano, sarebbe possibile immaginare anche un’Europa delle Patrie che non sia la replica dell’illusorio programma di Ventotene. Su queste basi, assai più solide della Costituzione del 1948, degli algoritmi economici e dell’indifferentismo giovanilista, sarebbe possibile offrire alternative pedagogiche alla fanatizzazione e consolidare le ragioni per dire sì o no all’integrazione dell’altro. Ma come disse il maestro Zen mentre versava il tè, facendolo esondare dalla tazza di un aspirante discepolo: «Tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Foto Ansa

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