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Le primarie e il “patto di sindacato berlingueriano” che regge il Pd. Riuscirà Renzi a rompere lo schema?

novembre 22, 2012 Pietro Salvatori

Intervista a Antonio Funiciello, autore di un libro che spiega perché «nel Pd i figli non riescono a uccidere i padri». «Il sindaco di Firenze può perdere la battaglia, ma vincere la guerra»

«Come ogni patto di sindacato che si rispetti, il Pd risulta così al suo interno non scalabile: la sua leadership e la sua linea politica non sono effettivamente contendibili». L’esergo non è di un osservatore esterno alle vicende democratiche, ma di chi per il partito di largo del Nazareno ha speso anni di lavoro e passione politica. Al punto da dedicargli lo sforzo di un’opera letteraria. A vita. Come e perché nel Partito democratico i figli non riescono a uccidere i padri (Donzelli) è l’ultima fatica di Antonio Funiciello, scrittore, giornalista, ma soprattutto dirigente del partito di Bersani presso il gruppo del Senato. Nel volume Funiciello tenta di spiegare perché storicamente l’arrivo di uno come Matteo Renzi provochi tali e tanti mal di pancia nell’establishment democratico. «Il libro affronta il problema della stagnazione dell’élite politica del centrosinistra», spiega a Tempi nel suo ufficio di Palazzo Madama, sulle pareti del quale campeggiano i giganti della sinistra mondiale, da Bill Clinton a Tony Blair. Proprio il Labour Party britannico costituisce un termine di paragone imprescindibile per il Pd, secondo Funiciello: «Negli ultimi vent’anni, a ogni sconfitta, i laburisti hanno cambiato i propri leader. Anche quelli rivoluzionari come Blair. In Italia invece i postcomunisti si sono limitati a cambiare il nome». A vita è anche un libro empirico: «Parte da alcune comparazioni. Il caso italiano è un unicum. Io ho provato a comprenderne le cause storico-politiche. Per suggerire, a partire da queste, come riorganizzare il partito».

Lei parla di ragioni storiche della stagnazione della classe dirigente del Pd. Quali sono?
Bisogna ricondurle ai motivi che generarono il reclutamento politico dell’attuale vertice del partito. Un vertice che è composto per la sua maggioranza da esponenti che furono del Pci. La loro persistenza al comando è un carattere dominante del centrosinistra italiano.

C’è chi la accusa di utilizzare il vecchio ritornello: tutta colpa dei comunisti.
Non si tratta di colpe, ma di dati di fatto. La generazione di D’Alema, Veltroni, Fassino e Bersani fu selezionata interamente dall’allora segretario Enrico Berlinguer su basi assolutamente meritocratiche. Eravamo negli anni del compromesso storico, una linea sulla quale Berlinguer faticava a trovare il consenso dei dirigenti. Si trovò così di fronte alla necessità di far crescere una serie di consiglieri politici giovani e ambiziosi, che potessero incarnare le nuove esigenze che si ponevano davanti al partito. Non a caso, guardando all’Udc come possibile interlocutore, quella generazione di politici tende a replicare lo schema berlingueriano.

Come si spiega il fatto che in tanti anni non siano emerse possibili alternative?
La generazione della quale faccio parte, quella dei quarantenni, ha un evidente problema di timidezza e sovente scarsa intraprendenza. Ma detto questo, il nostro partito non favorisce il ricambio. Citavo i laburisti. Ecco, quel modello funziona esattamente al contrario: a seguito di una dura sconfitta alle elezioni, due anni fa si è tenuto un Congresso che ha di fatto decapitato una delle migliori classi politiche europee, portando alla ribalta un manipolo di giovani.

Perché il Pd non riesce ad adottare tali meccanismi virtuosi?
Perché è gestito alla stregua di una grande azienda familiare italiana, governata da un patto di sindacato che ha come obiettivo principale il mantenimento del potere conquistato. E, al pari di un’azienda di quel tipo, il Pd preferisce rimanere un piccolo leader di settore, chiudendo a possibili quotazioni borsistiche che lo renderebbero un gigante, ma con il rischio di poter essere scalato dall’esterno.

Eppure tra i democratici si è sempre mossa una battagliera minoranza composta dagli ex Margherita.
Il problema è da individuarsi proprio nell’utilizzo del termine “minoranza”. Gli ex Dc sono entrati nel Partito democratico senza mai cercare di contenderne la leadership sul piano delle idee, accontentandosi invece di svolgere la funzione di minoranza interna nel patto di sindacato che lo governa. È la sindrome del vicesindaco.

Una citazione di Amici miei?
Magari. In realtà è molto peggio. Prenda in esame le grandi città metropolitane, si accorgerà che il Pd ha sempre adottato lo schema secondo il quale il sindaco era appannaggio di un ex Ds e il suo vice, o il presidente della Provincia, un ex Margherita. Quando decise di candidarsi al Comune nel 2009, Renzi ruppe questo schema e mise il primo mattoncino per innovare la dialettica interna del partito.

La sua candidatura alle primarie può veramente interrompere quella stagnazione di cui lei parla nel volume?
La sola presenza di Renzi scardina alcuni meccanismi consolidati. Una sua vittoria aprirebbe senz’altro al cambiamento del partito, ma le primarie da sole non sono sufficienti per far emergere una nuova classe dirigente.

Cos’altro occorre?
Bisognerebbe partire dalle scelte di linea politica. Anche in questo il Pd è un unicum nel panorama europeo. Ovunque nel Vecchio Continente i grandi partiti della sinistra guardano agli elettori incerti o ai delusi dal centrodestra per allargare il proprio mercato elettorale. L’unico che oggi si rivolge alla propria sinistra è largo del Nazareno. Ma così il partito si rintana in una ridotta nella quale si riconosce solo un terzo degli italiani, precludendosi possibilità di allargare il proprio bacino elettorale.

È giunto il momento di rottamare i grandi vecchi, come ha chiesto il sindaco di Firenze?
Nel libro la parola “rottamazione” non compare mai. Non può costituire da sola il cambio di passo reale che serve al partito. Occorre portare il termine nella società, applicarlo a tutte le incrostazioni che rendono il paese poco competitivo. Penso agli eccessi di burocrazia, o al capitalismo relazionale all’italiana. Bisogna prendere un termine che fino a oggi è stato applicato solo ai partiti e renderlo un paradigma anche per quello che succede al di fuori del Palazzo. Solo così si può intercettare la fortissima domanda di politica che circola tra la gente.

Renzi ha reali possibilità di vittoria?
Il potenziale è altissimo. Ma a una grande domanda di partecipazione bisogna dare una risposta altrettanto valida; con le regole che sono state scritte, al contrario, è matematico che si recheranno ai gazebo meno persone. Ed è evidente che in questo modo la possibilità che Renzi vinca è più esigua.

In caso di sconfitta dovremo aspettarci una “lista Renzi”?
Quando si costruisce un percorso comune si deve essere della partita fino in fondo. Certo è che la sfida delle primarie sarà durissima. Bersani incarna la massima espressione di un gruppo dirigente assai compatto.

Che succede in caso di sconfitta?
Se l’istanza riformatrice di cui si fa portatore il sindaco di Firenze si afferma anche con una buona sconfitta, le posizioni di Matteo Renzi possono diventare il futuro della sinistra italiana. Si può perdere una battaglia, ma alla lunga la guerra la vincerà lui.

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