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L’addio a Stefano Borgonovo, «attaccante nato, anche davanti alla malattia». E quelle parole: «Tutto è prezioso»

luglio 1, 2013 Emmanuele Michela

Migliaia le persone oggi a Giussano per l’ultimo saluto all’ex calciatore ucciso dalla Sla: vecchi compagni di squadra e gente comune. Tutti a rendere omaggio a chi non aveva avuto vergogna a mostrare il proprio corpo malato

GIUSSANO (MB). L’assolata piazza della chiesa di Giussano è colma di gente. Pure sulla colonna di fronte alla facciata c’è qualcuno arrampicato. «Conoscevo Borgonovo, gli avevo costruito la casa negli anni Novanta, qui dietro», spiega un signore: sessant’anni passati, fa il muratore in paese. Si sporge dal gradino per vedere la bara che esce dalla chiesa tra la gente: «Era vigoroso, me lo ricordo quando mi aiutava a fare i lavori. È stato un brutto colpo vederlo ridotto in quelle condizioni dalla malattia».

LA FAMIGLIA E I VECCHI COMPAGNI. Oggi non lavora lui, come tanta altra gente del piccolo paese della Brianza. Giri l’angolo fuori dalla piazza e Giussano sembra una città fantasma: tutti si sono fermati di fronte a quel dolore, in tanti non sono voluti mancare al funerale di Stefano Borgonovo, l’ex attaccante di Como, Milan e Fiorentina morto giovedì a 49 anni, dopo 5 anni di lotta contro la sclerosi laterale amiotrofica. La chiesa dei Santi Filippo e Giacomo è bloccata: nelle panche davanti si riconoscono i familiari, la moglie Chantal e i figli Andrea, Alessandra, Benedetta e Gaia. Dall’altra parte la ricca rappresentanza del mondo del calcio: i tanti amici di Borgonovo dei tempi del Milan (Tassotti, Massaro, Maldini, Galli, Baresi), Roberto Baggio, Stefano Tacconi e Ciro Ferrara, Arrigo Sacchi, la rappresentanza della Fiorentina guidata da Manuel Pasqual, il giornalista Gianluca Di Marzio, il dg della Juve Beppe Marotta e Pierpaolo Marino, suo dirigente ai tempi del Pescara.

GLI ULTRAS DEL COMO. Abiti scuri ed eleganti per l’occasione, non sono però l’unica tinta della chiesa. A brillare sono anche i colori dei gonfaloni dei club in cui il giocatore militò, e le maglie di alcuni tifosi: qualche bambino del paese ha la maglia rossonera, mentre nutrito è l gruppo biancoblu di tifosi comaschi, scesi dal Lario per ricordare “Borgo-gol”, che proprio al Sinigallia mosse i primi passi da calciatore. Tre, quattromila persone: tra i giussanesi, le facce semplici alternano il dispiacere ai ricordi. Ognuno ne ha uno: c’è chi aveva fatto da testimone di nozze a Stefano e chi conosceva bene la moglie fin dalle scuole elementari, chi è venuto perché ha letto il suo libro e ne è rimasto interrogato e i tantissimi ragazzini della Vis Nova, la polisportiva locale dove per alcuni anni Borgonovo aveva allenato insieme all’amico (pure lui ex professionista) Marco Barollo.

«ATTACCANTE NATO». Ognuno è lì per lui, che tanto aveva fatto gioire in campo quanto emozionare, piangere e riflettere dopo, quando non aveva avuto alcun timore a farsi vedere in pubblico paralizzato in sedia a rotelle: ci si ricordava di lui per gli scatti e le progressioni, ma poi “la stronza” lo aveva bloccato in ogni movimento. Per quel coraggio è stato ricordato anche dal parroco nell’omelia, sottolineando anche il suo impegno per i tanti malati che come lui sono stati colpiti da quel male così angosciante. «Era un attaccante nato, ed era forte», ha esordito don Norberto Donghi, riprendendo il titolo del libro che Stefano aveva scritto nel 2010. Le parole del sacerdote pescano a più riprese da quel volume, testamento di come l’ex attaccante del Milan si fosse trovato a vivere la malattia, con forza, dignità, e a volte anche con ironia. «Pensare alla nostra esistenza come debole – è Stefano a parlare, citato da don Norberto – non deve portare pensieri di sfiducia. La provvisorietà ci fa capire quanto sia importante sfruttare ogni occasione della vita. Tutto è prezioso». Fino ad una domanda, che il parroco ha ricordato in chiusura d’omelia. È il pezzo di una canzone che Borgonovo aveva scritto insieme ad altri due malati di Sla: «Vorrei parlare con Dio e chiedergli se c’è, e perché tra tanta gente ha scelto proprio me».

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