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La sospetta svolta garantista di certi magistrati sull’abuso delle intercettazioni

maggio 11, 2015 Maurizio Tortorella

Come mai si invocano misure solo dopo le vibranti proteste di alcuni uomini di sinistra, finiti indebitamente nelle intercettazioni (leggasi D’Alema)?

Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

È la strana corsa degli alti magistrati italiani. Dopo che per decenni la categoria si è distinta per i proclami contrari a ogni minimo tentativo di riforma, d’improvviso, come se la pistola dello starter avesse dato loro il via, si sono messi a lanciare proposte normative per bloccare «l’indebita diffusione delle intercettazioni». A parlare, nelle ultime settimane, sono stati nomi altisonanti: da Edmondo Bruti Liberati, procuratore di Milano, a Nicola Gratteri, aggiunto a Reggio Calabria; da Francesco Lo Voi, procuratore a Palermo, a Giuseppe Pignatone, procuratore a Roma. Con qualche distinguo, propongono di limitare drasticamente quel che dei brogliacci sia da considerare «pubblicabile». Gli atti dovrebbero in massima parte restare nella disponibilità delle parti processuali, ma coperti dal segreto per la stampa fino al rinvio a giudizio.

Gratteri, il più severo, propone d’impedire l’inserimento degli integrali negli atti giudiziari. Insomma, un ordine di custodia, anche se basato su un’intercettazione nella quale ammetto un mio reato, mi arriverebbe senza contenere una sola parola di quanto ho detto. Per tutelare il diritto alla difesa, Gratteri propone però che gli avvocati possano ottenere copia delle intercettazioni, anche se non ancora depositate, appena sia stata notificata un’ordinanza che disponga una misura cautelare personale.

Buffo, no? Per anni ci hanno detto che le intercettazioni non si toccavano. Per anni, su giornali come Repubblica, abbiamo letto che vietare o solo limitare l’accesso dei giornalisti ai brogliacci avrebbe significato uccidere la libertà di stampa. Così, in nome di quel principio assurdo (e inesistente in tutto l’Occidente libero), abbiamo letto fango e sterco e gogna. Chi provava a dire che spiattellare sui giornali ogni respiro intercettato era indegno, sbatteva il muso contro un muro. Ricordate i post-it gialli contro la «legge bavaglio» (2010, governo Berlusconi)?

Bene, ora dimenticatevi tutto. L’aria è cambiata. E infatti non si odono tuonanti censure né grida di dolore. Tutto passa come se fosse la cosa più normale del mondo. Si dirà: meglio così. Anche se, a dirla tutta, viene un po’ il sospetto che tanto improvviso garantismo arrivi solo dopo le vibranti proteste di alcuni uomini di sinistra, finiti indebitamente nelle intercettazioni (leggasi Massimo D’Alema). Ma se il fine è buono per tutti…

Certo, a noi piace molto di più chi, tra i magistrati, sulle intercettazioni ha da decenni posizioni di vero garantismo. Come Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. «Le trascrizioni delle intercettazioni – ha sempre detto Nordio – non danno alcuna garanzia di autenticità. E poi manca l’elemento più importante: il tono della voce». Sacrosanto. Come si è sicuri dell’interpretazione di una parola? Come si fa a decidere se una frase è pronunciata in tono serio o scherzoso?

Anche nei confronti dei cronisti di giudiziaria, Nordio è sempre stato chiaro: «La libertà di stampa non c’entra nulla, perché tanto scrivono quello che altri (cioè un poliziotto o un pm, ndr) hanno propinato loro». Nordio ha sempre avuto idee semplici, per risolvere il problema: ammettere esclusivamente le «intercettazioni preventive». Sono disposte dal magistrato, che però ne garantisce la segretezza. Stimolano le indagini che reggono al dibattimento, insomma forniscono i cosiddetti riscontri oggettivi. «Al contrario – dice Nordio, a ragione – non s’è mai visto un processo concludersi in modo utile sulla sola base di questo strumento invasivo e costoso».

Poiché funzionano come spunto investigativo, ma non hanno valore probatorio, le intercettazioni preventive non finirebbero tra gli atti. E nemmeno sui giornali. L’uovo di Colombo.

Foto Ansa


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