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La mia coscienza suddita e sovrana. Caffarra spiega il “brindisi di Newman”

settembre 21, 2017 Carlo Caffarra

Non è una questione di casuistica né, solo, di retto discernimento. Esiste da sempre nell’uomo un’eco della voce del suo Creatore. Testo inedito di una straordinaria lezione mai pronunciata

Il cardinale di Bologna Carlo Caffarra in una foto d'archivio. NUCCI/BENVENUTI - ANSA

Il testo che leggete in queste pagine è inedito. Il cardinale Carlo Caffarra avrebbe dovuto pronunciarlo a Londra il 21 ottobre in occasione del convegno “L’educazione della coscienza morale secondo Newman”. Invitato dal John Henry Newman Cultural Centre, il cardinale, sebbene già debilitato dalla malattia, aveva accettato di buon grado, inviando in anticipo il testo della sua relazione affinché potesse essere tradotto in inglese.

Esporre la dottrina di Newman sulla coscienza morale, come su molti altri temi del suo pensiero filosofico e teologico, non è facile. Egli costruisce il suo pensiero dentro il cammino della sua vita interiore, come esigenza della sua esistenza. La sua teologia e filosofia è la risposta ai problemi della sua vita. Egli appartiene, come Pascal, alla famiglia di Agostino: parlando di se stesso, parlava di ogni uomo. Newman è l’Agostino della Chiesa moderna. Nell’esposizione che segue cercherò di essere fedele a questo stile teologico.

1. L’inizio di un cammino
Nella vita dello spirito esiste un momento nel quale la persona diventa interamente un io. Si risveglia come soggetto libero e ragionevole. Consentitemi di esemplificare con l’esperienza vissuta da Agostino a 19 anni, leggendo l’Hortensius, opera oggi perduta di Cicerone. Narra Agostino: «Quel libro mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a Te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore» [Confessioni III, 4.7; NBA I, pag. 63]. È nato un nuovo io. Un evento analogo accadde anche a Newman. Lo narra nel modo seguente: «A quindici anni [autunno 1816] avvenne in me un grande rivolgimento di pensieri. Cominciai a subire l’ascendente di un credo ben definito e accolsi nella mente certe impressioni sul dogma che, per la grazia di Dio, non sono mai più scomparse né sbiadite». [Apologia pro vita sua, cap. I; citazione dall’edizione italiana di Jaca Book-Morcelliana 1982, pag. 21].

Il testo è di fondamentale importanza per capire la dottrina di Newman sulla coscienza morale. Non è solo la scoperta intellettuale di ciò che Newman spiegherà più tardi come il principio dogmatico, ma è stata la scoperta da parte di tutta la sua persona della Luce della Verità, la quale ci raggiunge attraverso il dogma. La coscienza morale per Newman, possiamo già dire, è la testimone della Verità [sul bene]. Che vi possa essere una coscienza morale che si disinteressa della Verità, Newman non lo nega, ma questo disinteresse è la malattia mortale della coscienza morale. Lo scetticismo è un rischio mortale per la coscienza morale.

Sempre nel 1816, accogliendo l’invito del suo maestro, lesse il libro La forza della verità del calvinista Thomas Scott, e ne fu profondamente sconvolto. Ecco come Newman narra l’incontro con questo autore: egli lo condusse «a rafforzare la mia diffidenza verso la realtà dei fenomeni naturali e ancorarmi al pensiero di due, e solo due esseri assoluti, dotati di un’intrinseca e luminosa evidenza: me stesso ed il mio Creatore» [Apologia… cit. pag. 21].

Il testo è famoso. Newman scopre che nelle profondità della sua coscienza morale egli è ancorato a Dio Creatore. Il tema è classico nella teologia cristiana: il Creatore ha impresso nella persona umana la sua immagine. L’originalità di Newman è di porre questo rapporto Creatore-creatura umana all’interno della coscienza morale. Possiamo dire che già nel giovane Newman troviamo i due pilastri che reggono tutto l’arco della sua dottrina sulla coscienza morale: il “principio dogmatico”, e il rapporto naturale della coscienza morale con Dio.

Il principio dogmatico. Così Newman lo presenta [1845]. «Vi è una verità; vi è una sola verità; l’errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell’errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne i sostenitori; si deve temere l’errore… il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è quindi superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla». [Lo sviluppo della dottrina cristiana, cap. VIII; ed. Jaca Book, 2009, pag. 344-345].

Il contrario del principio dogmatico è ciò che Newman chiama il principio liberale, come vedremo più avanti.

La coscienza morale, alla luce di questi due principi non è la capacità di decidere, sia pure dopo serio discernimento ciò che è bene/male. È la capacità di giudicare e dire al soggetto ciò che è bene/male, alla luce di una Verità che le è superiore. Pertanto il primo assioma della dottrina sulla coscienza non è: «Segui sempre la tua coscienza», ma: «Ricerca la verità circa il bene/male». Ritorneremo più avanti su questo punto.

Il rapporto coscienza morale-Dio. Come Newman pensa il rapporto Dio-coscienza morale, lo esprime molto chiaramente colle seguenti parole: «Quanto alla coscienza morale, esistono due modalità per l’uomo di concepirla. Nella prima, la coscienza è soltanto una forma di intuito verso ciò che è opportuno, una tendenza che ci raccomanda l’una o l’altra cosa. Nella seconda è l’eco della voce di Dio. Ora tutto dipende da questa differenza. La prima via non è quella della fede; la seconda è quella della fede» [Sermons notes; Notre Dame Un. Press, pag. 327]. Potremmo dire: la prima sottomette la verità all’opportunità; la seconda l’opportunità alla verità.

È nata la dottrina di Newman sulla coscienza morale.

2. La costruzione della dottrina
Newman parte sempre da una descrizione della coscienza morale come di un’esperienza che ogni persona umana vive in se stessa, ogni giorno. Oggi diremmo inizia da una fenomenologia della coscienza. Scrive: «Per coscienza morale intendo l’individuazione di atti degni di lode o di biasimo» [Notebook; Proof of theism, in J. H. Newman, Scritti filosofici, Bompiani ed. Milano 2005, pag. 611 (quando non è detto il contrario, le citazioni sono sempre da questo testo bilingue)]. Dunque la coscienza morale è la facoltà mediante la quale distinguo, discrimino fra i vari atti che posso compiere o ho compiuto, gli atti degni di lode e gli atti degni di disprezzo. Ed aggiunge subito: «Ma l’esattezza o la verità della lode o del biasimo nel caso particolare è una questione non di fede ma di giudizio».

È questo un punto fondamentale nella dottrina di Newman. Egli distingue nella coscienza morale due aspetti o due dimensioni, descritti nel modo seguente. «The feeling of conscience […] is twofold: it is a moral sense, and a sense of duty» [An essay in aid of Grammar of Assent, chap. V, §1; pag. 1027]. Faccio un esempio. Posso giungere a pensare che nel mio caso il furto non sia un atto ingiusto; il mio senso morale sì è corrotto. Tuttavia ciò non comporta che io non conosca il settimo comandamento. I ladri infatti difendono ciò che hanno rubato contro eventuali altri ladri. Si tratta di due aspetti della stessa coscienza. Il più importante è il primo, la considerazione cioè della coscienza non come una norma del buon comportamento, ma come una sanzione del proprio atto.

Quando Lady Macbeth cerca di lavarsi le mani dal sangue del regicidio, non sta pensando al comandamento «non uccidere» [sense of duty], ma al fatto che ella, la sua persona si è macchiata di un orrendo delitto [moral sense].

Arrivati a questo punto, possiamo già tentare una prima definizione di coscienza morale, secondo Newman. La coscienza morale è la simultanea coniugazione del moral sense con il sense of duty. È luce circa ciò che è bene/male e, al contempo, guida della nostra vita quotidiana, delle nostre scelte. Newman in generale preferisce parlare del moral sense, attento come è al concreto soggetto che agisce.
Chiediamoci ora: in che modo la coscienza guida le nostre scelte? In che modo cioè la coscienza argomenta, quando in una determinata situazione impone la sua prescrizione? Un testo, molto profondo, del XV Sermone degli Oxford University Sermons, risponde a questa domanda. A dire il vero, il testo ha un contenuto epistemologico generale, ma è vero anche della coscienza morale: «Per quanto lo spirito cristiano faccia derivare con la ragione una serie di proposizioni dogmatiche, l’una dall’altra… non da quelle proposizioni prese in se stesse, come proposizioni logiche, ma in quanto esso stesso (cioè, lo spirito cristiano) è illuminato e come se abitato da quella sacra impressione che è ad esse precedente, che agisce come suo principio regolatore, sempre presente, in base al ragionamento, e senza il quale nessuno possiede alcuna garanzia di ragionare affatto» [n° 26; pag. 601].

Il testo non è facile. Cerco di illustrarlo con un esempio. Quando una persona giunge alla conclusione che la castità ha una sua intrinseca bellezza e preziosità etica, esprime questa sua percezione in una proposizione, per esempio: «La castità è una virtù morale». Ogni persona comprende che questa proposizione non è maneggiabile, non è mutabile secondo lo spirito del tempo. Essa esprime qualcosa di grandioso accaduto nello spirito umano: la luce del bene.

Può essere che il giudizio prescrittivo o sanzionatorio della coscienza appaia alla mente come la conclusione di un’argomentazione che va dall’universale al particolare. Per esempio: rubare è disonesto, ma l’atto che stai compiendo è un furto, dunque non lo devi compiere. Anzi, nel XVII secolo è nata un’arte che insegnava questo modo di argomentare, educava ad esso: la casistica. Ma secondo la dottrina di Newman, l’argomentazione è generata da ciò che egli chiama «sacra impressione che è ad essa precedente». È la luce del bene, impressa nello spirito umano: «Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine» dice un Salmo.

Giunti a questo punto, possiamo comprendere la natura più profonda della coscienza morale secondo Newman: essa è il legame dell’uomo con Dio. È la via naturale ed originaria che ci conduce all’incontro con Dio, non appreso semplicemente come una nozione ma come una realtà. [Lo sviluppo di questa idea si trova limpidamente esposto in Grammatica dell’Assenso, cap. V, n° 3, pag. 1023ss].

Il punto di partenza è così enunciato: «We have by nature a conscience» [pag. 1025]. In questo contesto, “coscienza” ha un significato preciso: è un atto mentale mediante il quale di fronte ad un atto da compiere o già compiuto, proviamo in noi approvazione o riprovazione e di conseguenza lo giudichiamo giusto o sbagliato. È sulla base di questa esperienza interiore che è la coscienza, che noi abbiamo un’apprensione reale di un Sovrano e Giudice divino. Il cuore dell’argomentazione è esposto da Newman nel modo seguente: «Se, come è il caso, ci sentiamo responsabili, ci vergogniamo, siamo spaventati, per aver trasgredito la voce della coscienza, ciò suppone che ci sia Qualcuno verso il Quale siamo responsabili, davanti al quale proviamo vergogna, le cui pretese temiamo… In noi questi sentimenti sono tali da esigere come causa loro movente una causa intelligente, un essere intelligente» [pag. 1033].

Dobbiamo analizzare attentamente il testo, assai famoso. Ciò che Newman mette in risalto sono due cose: l’assolutezza dell’imperativo morale che risuona nella coscienza; il carattere personale dell’imperativo etico.

Assolutezza in questo contesto significa due cose. La prima: l’imperativo è categorico non ipotetico. Non dice: se vuoi…; ma: tu devi. La seconda: è un imperativo che non ammette eccezioni, quando assume forma negativa. È nostra esperienza quotidiana che la nostra libertà può infrangere il comando. Ma l’uomo sente in questo caso che ha tradito se stesso: «L’empio fugge anche se nessuno lo insegue» [Prov. 28,1].

Il carattere personale è costituito dal fatto che l’imperativo è rivolto a me, nella mia irripetibile unicità. Pietro non può rispondere alla serva del sommo sacerdote: «Altri hanno seguito Gesù, perché interroghi proprio me e non uno di loro?». È a Pietro che è chiesto un atto di fedeltà. Il carattere personale risulta anche dalla responsabilità: sento che devo rispondere di ciò che ho fatto a Qualcuno.

Newman non vuole semplicemente dimostrare l’esistenza di Dio, ma vuole condurre la persona ad un’apprensione della sua Realtà, come presenza vivente nella coscienza di ogni uomo. La coscienza è il roveto ardente dove Dio si rivolge all’uomo. Newman si trova nella linea di pensiero che da Agostino attraverso Pascal, giunge all’antropologia adeguata di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II.
Possiamo a questo punto tentare una sintesi della dottrina di Newman sulla coscienza morale. La coscienza morale è il luogo dove il Mistero si fa originariamente presente; è l’originaria Rivelazione di Dio, come guida dell’uomo.

3. La coscienza e la Chiesa
In ottobre-novembre 1874, William Gladstone, prima conservatore e poi capo del Partito liberale britannico, attacca duramente i Decreti del Concilio vaticano I, sostenendo che essi non si possono conciliare con l’autonomia intellettuale e la lealtà allo Stato. Nel gennaio 1875 Newman risponde con A letter addressed to His grace the Duke of Norfolk, on occasion of Mr Gladstone’s recent Expostulation. E nel capitolo quinto affronta il tema della coscienza morale; più precisamente: l’affermazione del primato della coscienza in relazione all’autorità magisteriale e governativa del Papa [munus docendi, munus regendi]. A nessuno sfugge la centralità del tema.

La tesi di Gladstone è la seguente. Poiché il Papa gode di infallibilità in doctrina fidei et morum; poiché ha sui fedeli cattolici giurisdizione piena, la coscienza morale del singolo deve semplicemente eseguire ciò che il Papa insegna.

La risposta di Newman è articolata e fine. Egli parte dalla concezione della coscienza morale elaborata in tutta la sua opera precedente. Scrive nella Lettera: «La coscienza è un vicario aborigeno di Cristo, un profeta nelle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; ed anche se l’eterno sacerdozio che si trova incarnato nella Chiesa potesse cessare di esistere, nella coscienza permarrebbe il principio sacerdotale ed avrebbe il predominio».

Donde deriva alla coscienza questa sovrana dignità? Dal fatto che la legge divina, regola suprema delle azioni umane, diventa tale per mezzo della coscienza. Tutta la sovrana grandezza della coscienza deriva dal fatto che essa è l’organo dell’apprensione della Legge divina. «Questa legge in quanto viene appresa e viene a far parte dello spirito dei singoli individui, prende il nome di coscienza». La coscienza è sovrana perché è suddita; o, come scrive Newman: «La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri».

Il vero problema, o la radice di tanti problemi è che questa idea di coscienza è combattuta intellettualmente, e di fatto rifiutata dalla maggioranza delle persone. Scrive Newman nella Lettera: «La coscienza è un ammonitore severo, ma in questo secolo è stata sostituita dalla sua contraffazione… E questa contraffazione si chiama col nome di diritto della caparbietà». Ed ancora: «Allorché gli uomini si ergono a difensori dei diritti della coscienza, con ciò non intendono affatto di ergersi a difensori dei diritti del Creatore, né dei doveri nostri a suo riguardo… per diritti della coscienza essi intendono il diritto di pensare, di parlare, di scrivere, di agire, come loro piace, senza darsi alcun pensiero di Dio». È questa contraffazione della coscienza che rende impossibile ogni vero rapporto della coscienza col ministero di Pietro.

Chi vive veramente con fede il rapporto col Papa, sa che, scrive Newman, «la sua ragione d’essere sta in questo, che esso è il campione della legge morale e della coscienza. Il fatto della sua missione che cosa dice? Non fa altro che dare una risposta, portare un soccorso ai lamenti di coloro i quali sentono profondamente l’insufficienza della luce della natura; l’insufficienza di questa luce è la giustificazione della sua missione».

Il referente della coscienza è la legge divina, ed il Papa esiste per aiutare la coscienza ad essere illuminata dalla divina Verità. Quindi e per il Papa e per la coscienza il referente è lo stesso: la luce della divina Verità. Tutti e due guardano nella stessa direzione. «Se il Papa parlasse contro la coscienza, presa nel vero significato del termine, commetterebbe un vero suicidio. Si scaverebbe la fossa sotto i piedi».
Newman non riduce il Magistero ad una pura e semplice riproduzione della legge morale naturale. «Ma – scrive Newman – non è per questo men vero, che, quantunque la Rivelazione sia profondamente distinta dall’insegnamento della natura, e lo oltrepassi; pure non è affatto indipendente né svincolata da ogni relazione colla stessa».

Vorrei tentare un’esposizione sintetica del pensiero di Newman sul rapporto coscienza morale-Papa.

Newman parte da un’affermazione, esplicitamente detta molte volte: è stato infuso in noi da Dio creatore qualcosa che potremmo definire «originaria memoria del bene e del vero». Cioè: è una convinzione del pensiero cristiano che Dio Creatore ha impresso in noi la sua immagine e somiglianza. Newman interpreta questa tesi antropologica affermando che ogni persona umana ha per natura la coscienza morale, la capacità cioè, prima di agire o dopo aver compiuto l’azione, di sentire un accordo o un disaccordo fra la sua persona e l’azione.

La memoria originaria ha bisogno tuttavia di un aiuto esterno per divenire capace di esercitarsi. Il bambino ha una naturale capacità di parlare, ma è necessario l’intervento esterno di un altro perché la naturale capacità funzioni. La madre non impone nulla dall’esterno, ma porta a compimento una capacità già presente nel bambino.

Analogamente avviene nel rapporto coscienza morale-magistero del Papa. Esso, sul piano morale, non impone nulla dall’esterno. Impedisce che l’uomo cada nella peggiore amnesia, quella del bene e del male; che la naturale capacità si indebolisca; opera perché diventi sempre più capace di funzionare. Alla luce di tutto questo, si capisce la profonda verità del… brindisi di Newman: prima brindo alla coscienza, poi al Papa. «Perché senza coscienza non ci sarebbe nessun papato. Tutto il potere che egli ha è potere della coscienza: servizio al duplice ricordo, su cui si basa la fede, che deve essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale» [J. Ratzinger, La coscienza nel tempo, in Chiesa, ecumenismo e politica, Ed. Paoline, Torino 1987, pag. 163].

4. Conclusione
La mattina del 12 maggio 1879 Newman ricevette la comunicazione ufficiale che il Papa Leone XIII lo aveva creato cardinale, accogliendo la proposta di molti laici inglesi, in primis del Duca di Norfolk. Newman esprime la sua gratitudine al Santo Padre con un breve discorso, passato alla storia come il “Biglietto-speech”.

Il testo è di una importanza straordinaria sia in ordine alla comprensione di tutto il cammino spirituale di Newman sia in ordine alla comprensione del suo pensiero. Ho voluto che questo testo mirabile concludesse la mia riflessione.

Facendo un bilancio della sua vita, scrive: «Per trenta, quaranta, cinquanta anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione… Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo la quale non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte le devozioni devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni…Si possono frequentare le chiese protestanti e la Chiesa cattolica, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna».

È nel principio liberale che Newman individua il fattore principale della riduzione della coscienza a semplice opinione personale, che nessuno ha l’autorità di giudicare.

Di fronte a questa contraffazione della coscienza che cosa dobbiamo fare? La risposta di Newman è la seguente. «Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova? Questo è assolutamente certo. Ciò che invece è incerto, ed in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi Eletti. Normalmente la Chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare: “Mansueti hereditabunt terram et delectabuntur in multitudine pacis”». 

Sul nostro sito abbiamo pubblicato un altro testo inedito del cardinale (“Il matrimonio smontato pezzo per pezzo e il compito degli sposi cristiani”). Si tratta di una lezione tenuta il 2 agosto 2016 durante una vacanza di un gruppo di Comunione e liberazione a Corvara (Bz).

Foto Ansa

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