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“La caduta”, storia di un padre che impara ad amare il “figlio tartaruga”

novembre 15, 2013 Francesco Amicone

Lo scrittore brasiliano Diogo Mainardi racconta i suoi «424 passi» con Tito, affetto da paralisi cerebrale. Un libro che «celebra il valore della vita» ironizzando sull’orgoglio umano, la scienza, lo stato, il sistema

Il «programma di eutanasia di Adolf Hitler assicurava una “morte pietosa” a coloro che conducevano una “vita senza valore” e una vita che “non merita di essere vissuta”». Il t4, così si chiamava il programma di Hitler, doveva «legittimare lo sterminio di massa dei neonati nati invalidi». Cioè anche di Tito, il figlio dello scrittore brasiliano Diogo Mainardi. È contrapponendosi alle pretese che hanno generato l’eugenetica nazista, e che sono sempre in agguato nella stupidità umana, che nel suo ultimo libro, La caduta, pubblicato da Einaudi, Mainardi racconta la storia di lui, Tito, con un racconto che «celebra il valore della vita di un figlio invalido».

424 PASSI. La caduta è una vicenda scandita in 424 passi, il cammino più lungo che Tito sia riuscito a fare con le proprie gambe prima di cadere. Il figlio di Diogo ha una paralisi cerebrale e cade sempre: alla nascita ha subìto «un danno infinitesimale che però pregiudica tutti i suoi movimenti. Tito cammina male, afferra male, parla male». La sua caduta originale fu quella dei battiti cardiaci, provocata da un’asfissia, mentre era ancora nell’utero della madre. Il cordone ombelicale rimase schiacciato a causa della negligenza di un medico: «Era sabato e la ginecologa voleva terminare quanto prima il suo turno di lavoro». A causa della negligenza Tito rischiò di morire. Davanti a quel rischio, davanti al figlio, Mainardi racconta di essere cambiato, il suo mondo iniziò a ruotare intorno al figlio: «Fino a quel momento», scrive, «avevo sempre pensato che, se mio figlio fosse rimasto in stato vegetativo, avrei sperato che morisse. Dopo il primo contatto con Tito nel corridoio del chiostro dell’ospedale di Venezia, tutto cambiò. Volevo soltanto che sopravvivesse, perché l’avrei amato e accudito in qualsiasi modo. Tra la vita e la morte, mi aggrappai alla vita». Tito sopravvisse.

LA TARTARUGA. Mainardi aveva sempre rifiutato l’idea della paternità. E, quando sua moglie rimase incinta, si augurò di avere un «figlio tartaruga»: «Tutte le volte che si sarebbe agitato troppo, sarebbe bastato rigirarlo a pancia in su, e lui sarebbe rimasto fermo, silenzioso, dimenando le braccine». Ebbe il suo figlio tartaruga. A sei mesi fu accertato che Tito aveva subìto dei danni durante il parto. Durante l’esame «avrebbe dovuto saper rigirarsi da una parte all’altra ma agitò le braccine e – come una tartaruga – non fu capace di rigirare il corpo». Da quel giorno in poi, Mainardi rievoca la vita e il percorso fatto insieme  a Tito e alla famiglia, mescolandolo agli esiti di una ricerca personale su tutte le cause che hanno condotto alla paralisi cerebrale di Tito.

CIÒ CHE CI UNISCE. «John Ruskin», scrive Mainardi, a proposito dell’architettura di Venezia e dell’ospedale dove suo figlio nacque, «indicò gli elementi più dannosi – ovvero gli “elementi immorali”, che si opponevano alle leggi dello Spirito – resi manifesti dall’architettura del Rinascimento: l’Orgoglio della Scienza, l’Orgoglio dello Stato, l’Orgoglio del Sistema. L’orgoglio della Scienza, dello Stato, del Sistema, fallirono nella nascita di Tito». Come nell’architettura, nella vita reale, il progresso, l’efficienza, la grandezza non riuscirono a evitare la caduta. Non riuscirono a impedire che Tito avesse una paralisi cerebrale. «Tito cade. Mia moglie cade. Io cado. Ciò che ci unisce – che ci unirà sempre – è la caduta». Questa è la conclusione della ricerca personale dell’autore. Il resto è cronaca di una storia vera, e sembra dirci che, al di là di come vada a finire, delle cadute degli uomini si può anche ridere. Tito, d’altronde, è il primo a farlo.

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2 Commenti

  1. Emanuele scrive:

    Il senso di vivere una vita dove non potrà mai giocare a pallone, fare una gita con gli amici, fare l’amore con la propria donna?
    Il senso di vivere una vita dove sarà sempre dipendende dai genitori che lo puliranno, lo imboccheranno…e quando loro non ci saranno più?
    Chi le gestirà le sue voglie sessuali? La mamma?
    E i genitori che vita faranno sapendo di dover stare dietro sempre ad un figlio senza essere mai da soli?

  2. Cisco scrive:

    Caro Emanuele, la cosa più bella della vita, il suo senso, e’ sentirsi amati, e i genitori di questo bambino lo amano. Quando non ci saranno più, ammesso che il loro figlio sara’ ancora in vita, dato che questi problemi di solito la abbreviano, e’ dovere di una società umana e non nazista prendersi cura di lui.

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