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L’incontro con Picasso, i complimenti di madre Teresa e la «realtà trasformata in sogno». Dolores Puthod si racconta

dicembre 16, 2014 Marina Mojana

Intervista alla pittrice cresciuta in una famiglia di ballerini e cantanti che “danza sulla tela”. E che giovedì 18 dicembre in San Marco a Milano dipingerà dal vivo la Spagna passionale e devota del Flamenco

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«Avevo dodici anni quando conobbi Pablo Picasso. Era il 1946, studiavo a Cannes nel collegio delle Soeurs de Saint-Thomas de Villeneuve e il giovedì pomeriggio, se ce lo eravamo meritato, andavamo con loro in gita a Vallauris». Inizia così il racconto di Dolores Puthod, una vita sotto il segno dell’arte. «Quel giorno avevo alcuni fogli da disegno sotto il braccio e – siccome sono curiosa – sbirciai dietro un negozietto di ceramiche dentro una vecchia fabbrica di profumo dismessa. Lì, il celebre pittore spagnolo stava ritraendo una ballerina in costume nero». I ricordi scorrono veloci e Dolores racconta come un fiume in piena. «Lui si accorse di me e mi invitò a entrare. Volle vedere i mie disegni e mi incoraggiò a continuare con la pittura».

dolores-puthod-arte-quadri-madre-teresa4Il battesimo di Picasso è soltanto l’inizio. Dopo il liceo scientifico Dolores torna a Milano, dove era nata nel 1934 e frequenta il Teatro alla Scala. Qui i Puthod sono di casa; una sorella, Carmen, è ballerina, l’altra Liliana, è pianista concertista, i bisnonni paterni erano entrambi cantanti lirici, il francese Antoine Marie era un baritono, Gigetta Gasperini, contessina mantovana, un contralto. «Giravano per i Teatri d’Opera di mezzo mondo – ricorda Dolores –, a Madrid mia bisnonna era incinta mentre andava in scena con Roberto e il diavolo di Giacomo Meyerbeer e quando partorì il bambino (mio zio) lo chiamò proprio Roberto. Quando nacque mio nonno Alfredo, il mio bisnonno stava cantando ne La Traviata di Giuseppe Verdi».

Nel 1951 Dolores diventa aiuto di Nicola Benois (1901-1988): unica donna nella squadra del celebre scenografo, costumista, pittore, discendente di una stirpe di artisti russi entrati nella leggenda della Scala di Milano. «Vi era giunto giovanissimo, prima ancora del padre Alexandre – racconta Dolores – sotto la direzione artistica di Arturo Toscanini. Nicola divenne direttore dell’allestimento scenico verso il 1936 e mantenne l’incarico fino al 1970. Il suo linguaggio pittorico era una sorta di realismo magico».

Nicola Benois introduce innovazioni tecniche sul palcoscenico e invita a collaborare, nella veste di scenografi, i pittori Giorgio De Chirico, Savinio, Mario Sironi, Carlo Carrà, Felice Casorati. È il mondo di Dolores Puthod, che intanto frequenta l’Accademia di Brera, studia con Aldo Carpi, si diploma nel 1956 e diventa una performer, l’unica donna a dipingere in diretta, sulla scena, tra ballerini e musicisti. «Le radici sono importanti – afferma oggi la pittrice –, sono la base da cui partire per una ricerca di colore, di forme, di bellezza che può durare tutta la vita. Le mie sono nel teatro, nella danza, nella musica. Molti suoni diventano immagini nella mia memoria. Per me la Scala era una grande famiglia, era un sogno e senza sogni non posso vivere».

dolores-puthod-arte-quadri-madre-teresa2Disegnare a occhi chiusi
Dalle Piccole Suore di San Tommaso – un ordine francese cattolico – impara la disciplina dello studio, ma in collegio respira anche un’atmosfera di libertà e di ecumenismo singolari. In classe ha per compagne ragazze ebree, russe e ortodosse. Da Benois impara il metodo: «Quando dovevo ricostruire un ambiente storico o mettere in scena lo spettacolo Régard sulla Commedia dell’Arte con Ferruccio Soleri andavo prima in biblioteca, studiavo l’architettura, i costumi, le armi e le fogge del tempo – precisa Dolores –, disegnavo in continuazione le stesse figure, il medesimo set, centinaia di volte, fino a quando ero in grado di riprodurlo anche a occhi chiusi. Mi piacciono le sfide, parto sempre dalle cose più difficili, cioè da quelle mai fatte prima, dove sono allo sbaraglio; in questo modo scopro i miei limiti e ogni volta che sto davanti alla tela è come superare me stessa».

Autrice di oltre 5 mila disegni e di 3 mila dipinti, ha compiuto ottant’anni lo scorso 26 giugno e per festeggiarla sono arrivati parenti e amici da tutto il mondo: il marito Franco Rudoni (biografo e responsabile dell’Archivio Dolores Puthod), i figli Paola, Gianluigi e Maria Luisa, che cura il progetto “Musei Diffusi Dolores Puthod”, i sette nipoti tra cui Federico Angi, autore del cortometraggio a lei dedicato 29200 Puthod l’altra verità della Realtà (premiato all’Ariano international film festival 2014), le étoile della Scala Liliana Cosi e Carla Fracci, il regista Beppe Menegatti, il pianista Oleg Marchev, l’Arlecchino del Piccolo Teatro Ferruccio Soleri e tanti altri. A Como sono state allestite tre mostre per ricordare il suo enorme talento: ha una prodigiosa memoria visiva, la forza di un uomo e la sensibilità di una bambina, dice chi la consoce bene.

dolores-puthod-arte-quadri-madre-teresaL’erede dei grandi pittori
Pittrice sinfonica di grandi anniversari come i bicentenari del Teatro alla Scala di Milano (1978), della Rivoluzione francese (1989), del Teatro La Fenice di Venezia (1992), ai quali dedica migliaia di disegni e decine di teleri di grande formato, Dolores Puthod porta il racconto dell’arte in giro per il mondo, tenendo alto il vessillo della cultura italiana come la migliore delle ambasciatrici. «Fino a qualche anno fa viaggiavo moltissimo – racconta –, tre o quattro volte all’anno andavo negli Stati Uniti, dove negli anni Settanta avevo uno studio a Washington Crossing; poi in Cile, Canada, Danimarca, Tunisia, Francia e Algeria, dove nel 1987 ho dipinto con la sabbia un affresco sulla facciata di un hotel a Ghardaia, nel deserto del Sahara». Alla fine degli anni Novanta è in Spagna, dove realizza un ciclo di tele chiamate “Goyesques”, dedicate alla corrida e al flamenco. Sono un racconto sull’Andalusia storica e letteraria. «In un’infinita “pradera” – ricorda Dolores (mi chiamo così perché fui concepita a Barcellona) – misteriosi eventi si accavallano e si intrecciano: appare la Spagna dei pellegrinaggi, delle processioni dei flagellanti, dell’inquisizione, delle donne al balcone e, per finire, del più fiero degli hidalgo, il don Quijote di Cervantes che, nella sua folle, fantastica e irreale nobiltà ci permette ancora oggi di navigare nel sogno di un mondo di cavalleria e di nobili comportamenti. La stessa Spagna, passionale e devota, fatta di scialli e di chitarre, che dipingerà dal vivo, il prossimo 18 dicembre, nella chiesa di San Marco a Milano.

«Dolores trasforma la realtà in sogno», scrive Vittorio Sgarbi; «è l’erede dei grandi pittori del Settecento veneziano, un’artista con il genio di Tiepolo», interpreta Carlo Volponi; «maestosa nella concezione ed essenziale nella poesia – aggiunge Paolo Levi –, capace di parlare a chiunque, indipendentemente dal tempo cronologico e dalla lingua».

La Puthod parte sempre dalla realtà, ma poi la trasforma in una visione fantastica. Le sue storie sono popolate di persone, di maschere della Commedia dell’Arte, di manichini metafisici, di ritratti di parenti e amici, ma anche di interni domestici dove gli oggetti quotidiani – una sedia, un vaso di fiori, un cesto di frutta – si riflettono in specchi angolari, sui quali lo sguardo rimbalza, spingendosi in profondità dentro alla tela. Mentre la mente viaggia, il corpo si muove. «Nelle mie composizioni nessun elemento è casuale. Devo sentire tutto dentro – confida l’artista –, dipingo le immagini che sono nella mia testa e i movimenti che sono nel mio corpo. Non inizio a dipingere se non c’è musica. Senza musica classica di sottofondo non riesco a concentrarmi».

dolores-puthod-arte-quadri-madre-teresa3Dal bozzetto alla scena finale
La sua è una pittura fisica, veloce, una sorta di danza rituale con il supporto. È un vero spettacolo vederla all’opera. Questa donna, minuta e agile, è una performer che sa orchestrare con sapienza compositiva la rappresentazione pittorica, colorando di getto la tela con un’energia che pare inesauribile. «Ho imparato a dipingere le grandi superfici alla scuola di Benois. Prima si faceva il bozzetto, da cui usciva il plastico che doveva essere valutato e approvato dal regista. I miei teatrini derivano da lì. Se l’insieme funzionava potevamo dipingere la scena di fondo e le quinte. Il processo era il seguente: nei laboratori della Scala inchiodavamo per terra la tela, poi facevamo la quadrettatura del fondale. Questo era il passaggio più delicato: si intingeva una lunga corda nella polvere di carbone e poi la si tendeva (due assistenti all’estremità della corda e uno nel mezzo, che aveva il compito di pizzicarla) affinché il carboncino si depositasse sul fondo, in linee rette. Da ultimo, stando in piedi, usavamo pennelli lunghi un metro per tracciare il disegno sulla tela e colori a spruzzo per completare il lavoro. Così quella tela che all’inizio mi sembrava grande, troppo grande, alla fine non era mai abbastanza. Ancora oggi preferisco dipingere sui supporti occasionali, sono una estemporanea – confessa Dolores –, le carte Fine Art mi mettono soggezione». La sua tavolozza (che non scrosta da anni) pesa quasi 20 chili, sono i colori di una vita che cresce ogni anno di più in consapevolezza. Dolores ascolta, osserva, disegna. Il suo dialogo con la realtà è sempre pronto a riaccendersi, come davanti a un gruppo di ebrei cassidici in preghiera o alle Tre Marie ai piedi della Croce.

Ogni sua opera è un evento, una scintilla di vita o uno spazio di profezia, come il grande dipinto Followers of God (Seguaci di Dio), conservato in Vaticano e dipinto nel 1978, otto anni prima che papa Giovanni Paolo II incontrasse ad Assisi, per la Giornata della Pace, i capi carismatici delle religioni del mondo. Quell’anno Dolores conosce a Roma anche madre Teresa di Calcutta e la ritrova nel 1979, quando presenta al pubblico una serie di litografie realizzate per l’Unicef. Dopo i Percorsi mistici dipinti per il Giubileo del 2000, tornerà sul tema del dialogo interreligioso con una mostra che si aprirà a Milano, nel maggio 2015, in tre chiese del centro: San Raffaele, Santo Stefano e San Bernardino alle ossa. La sua pittura è intrisa di esperienza e di emozioni, le stesse che trasmette ai suoi nipoti quando li educa alla forza d’animo. «Un gioco che facevo quando erano più piccoli – rammenta – era quello di metterli in una stanza con un foglio bianco davanti. Poi ordinavo loro di chiudere gli occhi e di ascoltare un brano di musica classica che sceglievo tra i miei preferiti, Mozart, Brahms, Bach. Dopo l’ascolto chiedevo loro: che cosa avete visto a occhi chiusi? E li esortavo a disegnarlo sul foglio».

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